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Posts Tagged ‘serpente’

Si mise a sedere sul letto pochi minuti prima che la sveglia suonasse, la testa più confusa del solito. Se ne ristette seduto, gli occhi chiusi, sperando che il battito del cuore si attenuasse. Sentiva la luce della luna sulla sua pelle. Era là, in alto, appesa da qualche parte nel cielo; bucava i vetri del lucernario e si posava silenziosa su di lui rendendolo irreale. Le palpebre però non ne volevano sapere di aprirsi. Si alzò lo stesso, e a memoria scese le scale infilandosi nel bagno.
Si lavò più volte la faccia. Gli sembrava che quel viso non gli appartenesse. Doveva darsi una regolata, pensò. Basta stravizi. Allo specchio intravvide un colore giallo pallido negli occhi che non gli piacque affatto. Non poteva più far finta di essere ancora un ragazzino.
Durante tutto il giorno ebbe una febbriciattola costante. Anche se appurò che era solo una sensazione perché il termometro testardamente lo avvertiva che invece stava bene. Ma cos’ha questa luce da essere così accecante? Si domandò mentre scrutava fuori dalla finestra senza vedere.
A sera, la stanchezza ebbe il sopravvento sull’appetito. Gli facevano male le braccia e le gambe e, a turno, un po’ tutte le altre parti del corpo. Persino la lingua gli doleva. Era come se si stesse spaccando in due. E aveva un saporaccio in bocca che neppure il collutorio riuscì a diminuire. Addentò del formaggio rimasto in frigo da chissà quanti giorni ma poi lo sputò nel water: masticare gli dava troppo fastidio.
Decise di andarsene a letto, convinto che una buona dormita avrebbe rimesso ogni cosa al suo posto.
Invece durante la notte gli scoppiò un’emicrania insopportabile. La base del collo gli pulsava a intermittenza e la colonna vertebrale lo stava tormentando. Doveva prendere qualcosa se voleva addormentarsi. Cercò di accendere la luce sul comodino ma non ci riuscì. Annaspava al buio alla ricerca dell’interruttore senza trovarlo. Era come se le braccia fossero diventate più corte. Si spinse con il corpo in avanti, oltre il bordo del letto, e finalmente riuscì nell’intento. La luce lo ferì improvvisa quasi gli fosse entrato un ferro rovente negli occhi. Afferrò la confezione degli analgesici che gli sgusciò tuttavia di mano sparpagliando tutte le pillole sul pavimento. Si sentiva esausto. In quel mentre la lingua gli uscì improvvisa dalla bocca a leccarsi il naso e parte del viso. Lo fece più volte senza riuscire a controllarla. Era diventata sottile, ruvida, e si dipartiva al suo culmine in altre due parti ancora più affusolate. Ma che mi sta succedendo? Si chiese. Ma non fece in tempo a mettere insieme una risposta soddisfacente che un guanto di ferro gli artigliò la nuca stringendo senza pietà: il dolore si fece così intenso che svenne.
L’indomani, quando si svegliò, il sole era già alto. Il pulviscolo si muoveva nell’aria secondo un ordine imperscrutabile. Le ombre degli oggetti erano nitide e pesanti. Si sentiva molto meglio, però: era in forze, pieno di vigore. Dopotutto era stato un incubo, pensò. Si era preoccupato per nulla. Forse era stata solo una brutta influenza.
Si accorse di avere fame, una fame impetuosa ed esuberante, come quella che sentiva quando era giovane. Si liberò dalle coperte e scese dal letto nel suo nuovo corpo a squame strisciando sul pavimento in modo lento e sinuoso. Si muoveva agilmente come se fosse nato in quella forma. Davanti alla porta del terrazzo formò larghe spire per allungarsi con la testa fin verso la finestra aperta. L’aria era satura di nuovi odori e di suoni mai uditi. Avvertì ancora prepotente lo stimolo ancestrale: doveva nutrirsi. Se fosse passato dalla grondaia, pensò, sarebbe potuto agevolmente arrivare al primo piano dove c’era nella culla quel bambino di pochi mesi che aveva sentito più volte piangere.
Ma sì, per iniziare la giornata poteva anche andare bene.

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