La formica esploratrice

M., diciassette anni, magrolino, gli occhi pensosi, stava setacciando la spiaggia dinanzi a sé. Poi ogni tanto tornava indietro al suo ombrellone rimirando il sasso piatto tra le mani chiedendosi se fosse stato della misura giusta.
«Cosa stai facendo?» le fece all’improvviso una ragazza, due anni meno di lui, parandosi di lato. M. trasalì, non l’aveva vista, né notata arrivare.
«Sto facendo una torretta con questi sassi piatti» spiegò collocandolo con precisione in cima alla piramide sbilenca dall’aspetto instabile.
«E cosa ci fai?» insistette lei fasciata in un costume nero, intero, che le evidenziava il seno e la vita generosa; il naso alla francese, ereditato dal padre, era, nell’espressione, appena arricciato.
«Ma è un torretta di avvistamento!» rispose lui come se fosse evidente. Lei fece una risata dolcissima, nascondendosi la bocca dietro la mano, in quel modo che lui avrebbe ricordato nitidamente a distanza di quarant’anni.
«Non mi dire che ci monti sopra tu…» E rise ancora.
«Io no, ma lei sì» disse M. risentito, indicando una formica nera, grassottella, che si aggirava con le antenne nervose nel ristretto perimetro dell’ultimo sasso. «È una formica esploratrice. Mentre tutte le altre vivono in collettività, lei se ne sta sempre da sola, avventurandosi per mondi sconosciuti per poi riportare, alle altre, informazioni sul territorio, sulle riserve di cibo, sulle condizioni di vita… È una che vive così, per sé, ma anche per gli altri. E da quassù vedrà meglio.»
La ragazza si era fatta quasi seria avvicinandosi ancor di più a M. per vedere meglio. Lui avvertì il profumo di salsedine dei suoi capelli e quell’odore caldo di donna acerba che avrebbe imparato a respirare negli anni a seguire fino a quando lei non decise, un pessimo giorno, di nascondergli per sempre il suo cuore. Poi la ragazza si alzò, senza dire niente, per farsi vedere dopo qualche minuto trionfante anche lei con un sasso piatto color della lavagna tra le dita, perfetto per proseguire la torretta.
«Ehi, ma dove è andata?» chiese lei con disappunto allungando il collo e guardandosi in giro come se avesse potuto ritrovare la formica tra le sedie a sdraio.
«È appena scesa per andare a fare rapporto alle sue compagne. Il suo compito per oggi è finito.» Lei sorrise, sedendosi vicino a lui. Erano già una coppia, ma M. ancora non lo sapeva. La ragazza si limitò a osservare il respiro del mare mostrandosi di profilo sapendo che lui la stava squadrando. «Era la tua formica?» domandò lei con un tono velato di ironia continuando a guardare le onde blu del mare.
«Le formiche non sono di nessuno» puntualizzò il ragazzo sicuro di sé.
«E… anche tu sei un esploratore?» gli chiese lei un po’ maliziosa girandosi all’improvviso guardandolo nel profondo dell’anima.
«Uhmm… dipende… tu come ti chiami?»