Il racconto

donna, luce, Roma, nottePaolo aveva cominciato il racconto almeno una decina di volte. Ma l’incipit non era quello giusto, gli aggettivi incespicavano sugli avverbi e le frasi sembravano non finire mai. No, quello non era il suo stile, non si riconosceva. E poi la trama non reggeva. Ciò che aveva in mente era troppo complicato o futuristico e non sarebbe piaciuto. ‘Rimani aderente alla realtà’ gli era stato raccomandato. Ma non ci riusciva. Gli venivano in mente solo soluzioni fantastiche, oniriche, surreali. Era rimasto senza idee e il caldo gli aveva svuotato il cervello. E poi c’era il sibilo di quel maledetto condizionatore che il vicino aveva piazzato sul tetto proprio nella sua direzione. Come era possibile avere un po’ di concentrazione? Anche il telefono ci metteva del suo: squillava di continuo. Era il suo editore che reclamava giustamente un racconto che avrebbe dovuto già trovarsi sul tavolo dell’editor da almeno una settimana. Non voleva parlargli. Non poteva parlargli. Che nuova scusa avrebbe potuto mai inventare? Cancellò per l’ennesima volta tutta la pagina e ricominciò daccapo. Avvertiva solo una gran rabbia montare dentro di sé: per la sua inefficienza, la sua incapacità di essere concreto. Il telefono squillò e squillò ancora: serrò le mascelle per far appello a tutta la sua pazienza e non gettarlo dalla finestra..
‘Dunque, dunque…’ fece mordendosi le labbra e agitando nel vuoto le dita sopra la tastiera. ‘Un uomo cammina per la strada quando viene avvicinato da una donna anziana… no, forse è meglio da una donna giovane… ma cosa sto scrivendo? Un uomo e una donna…? No, no è troppo banale, così non funziona… ecco sì un uomo e una bambina che in cambio di pochi spiccioli, gli legge la mano rivelandogli che un giorno l’uomo ucciderà quella stessa bambina perché… perché… già perché?’ fece Paolo guardando la stampa davanti a sé come se potesse rispondergli. In quel mentre risquillò il telefono. L’uomo sopra pensiero alzò la cornetta più per farla tacere che per rispondere.
«Ciao» si sentì mormorare dall’altra parte.
Era la voce di lei. Aveva aspettato quella telefonata da più di cinque anni. Aveva sognato, bramato che lei lo richiamasse. L’aveva odiata per quello che gli aveva fatto, ma l’aveva anche amata perdutamente. Anche se se n’era andata con quell’altro, aveva sempre sperato di vederla comparire sulla soglia di casa con quel suo sorriso dolcissimo.
«Ti disturbo?» fece ancora lei come se la tenerezza fra loro non fosse mai svanita. «Ti posso parlare?» chiese lei quasi supplichevole. Il cuore di Paolo batteva all’impazzata. La sua mente si era azzerata. Non riusciva a dire niente. Passò un tempo indefinito. Sospirò. Poi, senza un’ombra di esitazione, disse:
«No» e riattaccò.
Si mise quindi al computer e finì il racconto senza più fermarsi.