Alle poste

 

Mi trovavo alle Poste in attesa del mio turno, con il numerino in mano. Mi guardavo in giro nella sala di attesa più simile a quella di un check-in aeroportuale che a un ufficio pubblico. Mancavano solo i carrelli per i bagagli, perché il freeshop pareva già ci fosse. Vicino a me una persona di una certa età cercava vanamente di tenere a bada un ragazzino.
«Ho imparato, sa?» mi dice ad un certo punto giocherellando con il bastone. «Con la scusa che sono in pensione mi mandano a fare i servizi, come venire qui in posta». Il sorriso era sincero, di quelli che fanno simpatia. E visto che le prestavo attenzione proseguì: «Solo che sono anziana e quando viene il mio numero ci metto troppo tempo ad arrivare allo sportello. L’impiegato non aspetta e fa scattare il numero successivo e a volte anche quello dopo. Hanno tutti fretta. Non si capisce più nulla. Così quando finalmente arrivo io, c’è sempre qualcun altro davanti che non mi fa passare perché dice che ho perso il turno e che non devo fare la furba. Ho ottantadue anni, io. Se fossi furba sarei già morta…» mi dice senza un filo di amarezza. «Insomma non riuscivo mai a pagare i bollettini. E allora ho imparato…»
«Cos’ha imparato, signora?» gli faccio curioso.
«Quando viene il mio numero scatta il mio nipotino che in un lampo è davanti all’impiegato e gli dice di aspettarmi che sto arrivando…» e scompiglia i capelli al bambino che cerca di sottrarsi. Poi la nonnina mi guarda ancora: «In fondo mi costa solo un gelato e faccio bella figura con i miei figli»

Minoranze protette

 

‘Gi mi aveva chiesto di accompagnarlo alle poste e io avevo deciso di fargli compagnia. Le poste di Lughi sono poco più di un gabbiotto per i polli con due soli sportelli di cui uno eternamente chiuso. La fila, pertanto, era inevitabile. Non appena fu servito il cliente davanti a noi, l’impiegato si alzò di scatto e con un’espressione imperturbabile piazzò davanti al naso di ‘Gi un cartello che avvisava di essere entrato in pausa. Restammo ad aspettare qualche minuto dopodiché, a un’altra impiegata che stava scrivendo al computer battendo i tasti con un solo dito, ‘Gi chiese cortesemente:
«Sa per caso quando torna il suo collega?»
«È in pausa» rispose secca quella senza neppure alzare lo sguardo dalla tastiera.
«Questo l’ho letto anch’io…» fece il mio amico, la cui voce si stava incrinando per il nervoso. «Le ho chiesto un’altra cosa. Se sa quando torna. È in pausa pranzo?»
«No, quella è fra un’ora. Adesso è in pausa meditazione.»
«Temo di non aver capito…» si schiarì lui la voce. La donna, sbuffando, spiegò:
«È del Buthan, e questa è la sua mezz’ora di meditazione. È nel regolamento interno per il rispetto delle minoranze.»
«Non può allora venire lei allo sportello, per favore?» domandò quasi supplichevole.
«Per carità. Non è il mio turno.»
«Posso sapere il nome dell’impiegato così lo denuncio?» fece ‘Gi con estrema calma.
«Non posso dirglielo» ribatté la donna senza cambiare il tono inespressivo. «È per la legge sulla privacy.»
«Posso almeno parlare con il Direttore?»
«Certamente, dovrà però aspettare una settimana quando sarà di ritorno dal corso obbligatorio di aggiornamento, che è obbligatorio. Ma può dire a me, sono io che lo sostituisco per eventuali lamentele. Vuole inoltrare reclamo? Le sarà inviata risposta scritta presso il suo domicilio fra quindici giorni.»
Vidi distintamente ‘Gi vacillare sulle gambe. L’impiegata lo stava invece guardando con aria interrogativa, come se stesse aspettando il da farsi.
«Lui è musulmano» feci io ad un certo punto mentendo spudoratamente. «Dovrebbe essere in preghiera da almeno dieci minuti. Lei sta violando la libera professione del suo credo religioso con un deliberato atto discriminatorio di una minoranza giuridicamente tutelata.»
L’impiegata mi squadrò nervosa. Quindi aggiunse:
«Perché non me lo ha detto prima? Di cosa ha bisogno?»