La lista dei desideri

Aveva preparato ogni cosa compresa la sedia, la flute e, accanto, la bottiglia di champagne fredda, pronta da stappare. L’aveva rimediata al supermercato in un momento in cui la commessa non guardava. O forse guardava e non gliene era fregato niente, mica il negozio era suo. Mancava una decina di minuti a mezzanotte, domani sarebbe stato un altro anno. Prese il foglio di carta e la matita. Stese ben bene il foglio sulla gamba, inumidì la matita, e si mise a compilare la lista dei desideri. Ci pensò un po’ su, battendosi il dito indice sui pochi denti davanti. Poi scrisse: 1) Trovare un lavoro. Sì questo poteva andare bene come inizio. Doveva impegnarsi di più per cercarsi un lavoro, se lo diceva sempre. Anche perché quello che faceva non era un vero lavoro: tener dritto davanti a sé il braccio con il palmo aperto era faticoso, senza dubbio, ma poteva fare di meglio. Così avrebbe smesso anche di rubacchiare in giro che prima o poi l’avrebbero pizzicato. E poi lavorare in modo decente gli avrebbe permesso di trovare finalmente un rifugio, anche piccolo, in affitto forse, non quel buco in cui si trovava a vivere ora. Scrisse senza indugio: 2) una tana per me. E poi cos’altro? Doveva curarsi questa tosse maledetta. Ma no… sarebbe passata da sola. Non si deve sprecare la lista dei desideri, è una cosa seria, lo sanno tutti, pensò. Dunque, cos’altro? Aveva fame, tanta fame. Scrisse di getto: 3) mangiare più spesso. Forse se avesse avuto più amici, pensò, avrebbe avuto la possibilità di mangiare anche tutti i giorni, anche poco, ma tutti i giorni. Tanti ci riuscivano. Allora scrisse: 4) nuovi amici. Sì, sì, nuovi amici uguale più cibo: era perfetto, non pensava di essere così bravo. E poi cos’altro? Guardò l’orologio del campanile. Mancava poco. Si affrettò. Dunque… dunque… ecco sì… 5) un cappotto nuovo. Non ‘nuovo nuovo’, per carità, sarebbe andato bene anche un capo usato, persino usatissimo e con qualche buco, insomma bastava che fosse ‘nuovo’ per lui. L’inverno sarebbe passato meglio e quella tosse sarebbe andata via una buona volta, ne era sicuro; e soprattutto avrebbe smesso di sputare quelle cose grumose, che poi non sta bene sputare, anche questo lo sanno tutti. Guardò di nuovo l’orologio: non c’era più tempo. Mise da parte il biglietto ponendoci sopra un sasso. L’aria era fredda, una leggera nebbiolina velava il torrente, mentre la volta del ponte aveva persino smesso di gocciolare. Cominciarono i rintocchi. Uno, due… Tolse la gabbia di metallo dal tappo di champagne e iniziò a svitare il sughero. Quattro, cinque, sei… Si sforzò di tenere il tappo con entrambe le mani, la pressione era molto forte, ma non doveva farselo scappare. Nove, dieci, undici… Il tappo gli sgusciò tra le dita, lontano, tra la spazzatura. Un topo scappò via di corsa, prima verso il fiume poi tornando indietro per prendere il sentiero verso la chiavica più vicina. L’uomo si riempì con soddisfazione la flute cui mancava parte del bordo, salì sulla cassetta della frutta, e bevve smodatamente innalzando il bicchiere alla luna. 
«Buon anno a me» disse ridendo. «Sì, buon anno nuovo a me».

L’edicola del Ponte

Un sole tiepido era riuscito a liberarsi delle nuvole e vanamente cercava di scaldare le larghe e massicce pietre dell’argine, mentre i gabbiani, a continue ondate, risalivano a stormi sparuti l’alveo del fiume schiamazzando come bambini che giocassero sul bagnasciuga. Cercavano, disegnando sbilenchi cerchi concentrici, rifiuti disordinati del consumismo distratto che, a dispetto dei tempi, abbondavano sul greto.
Il ragazzo, uno sguardo simpatico in una faccia pulita, era fermo all’angolo del viale; da un lato una grossa borsa di plastica, di quelle che i negozi di abbigliamento usano per riporre i vestiti acquistati. Guardava in giro, fiducioso, in attesa di qualcuno o qualcosa. Poi, come fosse arrivato il momento, all’improvviso si mosse puntando dritto all’edicola poco distante, il passo deciso, dei momenti ineluttabili. L’edicola altro non era se non un gabbiotto antico, in legno e ferro, sempre pieno di riviste e gadget per i turisti, posizionato in modo tale, all’inizio del ponte, che finiva per dividere a metà scolaresche e gruppi di gitanti che volessero arrivare alle spalle della Piazza, dalla parte cioè più spettacolare e raccomandata da guide e mappe.
«Mi scusi» fece il ragazzo sporgendosi all’interno verso l’uomo che stava leggendo qualcosa poggiato sulle ginocchia. «Quel tipo là» e tese il braccio a indicare un giovane che, camminando a passo svelto, si trovava a metà del ponte nella parte più alta della campata «mentre lei non guardava ha staccato una pubblicazione tra quelle appese qui fuori e se l’è messa sotto la giacchetta». L’uomo contrasse i muscoli del viso imprecando sottovoce e, senza dir nulla, aprì la porticina dell’edicola come volesse staccarla dai cardini e in un attimo si mise all’inseguimento del ladro. Appena il ragazzo lo vide allontanarsi di spalle sulla scia del giovane, già peraltro sparito nell’altra spalla del ponte, si lasciò andare a un sorriso liberatorio e, arraffate quante più riviste poté, le fece scivolare all’interno della capace borsa vuota e scappò via nella direzione opposta.