Fragmenta

Me lo ricordo ancora oggi. Ero seduto sul cippo di pietra, in quella piazza. Nel vento veleggiò all’improvviso un foglio stropicciato che si avvinghiò alla mia scarpa come se supplicasse di essere trattenuto. Era uno scritto, forse una parte di lettera, un foglio sperduto. E faceva così:

«… e non è vero, come ti dissi, che il tuo raro pesce arcobaleno delle isole Fiji io l’abbia liberato nel laghetto dietro casa. Dopo che mi lasciasti per quell’altra, ho tenuto la boccia con il pesce sulla tavola da pranzo per osservarlo meglio. Ho continuato a dargli da mangiare come facevi tu, ma ogni giorno, alle sette del mattino esatte, gli ho tolto un bicchiere d’acqua. Sì, un bicchiere per volta, uno ogni ventiquatt’ore. Dapprima lui non capiva, sguazzava finanche felice per quelle attenzioni. Poi pian piano si è accorto che gli stava diminuendo lo spazio vitale e ha iniziato ad agitarsi, a nuotare velocemente con nervosi spostamenti dal fondo alla superficie e viceversa, incredulo che si fosse così tanto ristretto il suo mondo liquido. Quando è rimasta scoperta la pinna dorsale ha cominciato a far salti come a sincerarsi che fine avesse fatto tutta quell’altra acqua. E io sempre lì, sempre alla stessa ora, a togliergli un bicchiere dietro l’altro, contenta di poterlo fare, soddisfatta di potermi finalmente lasciar andare. Preferivo che quella operazione avvenisse al mattino, in modo che il tuo pesciolino prezioso avesse tutta la giornata davanti a sé per constatare, alla luce del sole, quanto poco gli restasse da vivere. Ero eccitata a quel pensiero, tanto che non riuscivo neppure più dormire: pregustavo la fine triste che avrebbe fatto. Poi hanno iniziato a scoprirsi anche le branchie e quindi parte delle pinne ventrali. La coda sciacquettava sconsolata in un centimetro d’acqua, mentre lui schiacciava il muso sul fondo dell’ampolla alla ricerca dell’ossigeno disciolto, che oramai non c’era quasi più. Era robusto il tuo pesce combattente, non voleva morire. Ha agonizzato per ore riverso da un lato, facendo fremere il corpicino lucente, i cui colori sbiadivano con rapidità. È soffocato lentamente, con disperazione, l’occhio inespressivo tondo e opaco, annientato dal dolore del vivere. Proprio come il nostro Amore.»