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Posts Tagged ‘padre’

Dolcissima

luna e balloonMia dolcissima. Riesco a immaginare quel tuo sguardo tra l’incredulo e il preoccupato nel leggere queste poche righe. Ho riflettuto molto se scriverle o no, ma poi ho pensato a quanto sarei stato felice, io, se a scriverle fosse stato mio padre.
No, non si tratta di un gelido e burocratico testamento: tutto ciò che è stato mio è tuo, semplicemente perché lo è sempre stato. No. Si tratta piuttosto di un modo per parlarti quando parlarti non sarà più possibile. Ciò che più mi è mancato da parte di mio padre è stato il non poterlo salutare un’ultima volta. Quel suo andarsene silenzioso e solo nel primo abbraccio del mattino mi ha lasciato un senso di incompiutezza, di sospensione, di non finito. C’erano ancora mille incomprensioni da dipanare, mille sorrisi imbavagliati dal rancore da liberare e altrettante parole, dure come sassi, ma leggeri come coriandoli, da dire. Certo, forse io e lui non saremmo riusciti ad aggiungere nulla di più al nostro silenzio così ben costruito, ma gli avrei detto addio e questo avrebbe forse reso meno penoso l’avventurarmi in quel baratro insaziabile in cui poi sono caduto.
Ed è a questo senso di ineluttabile abbandono, di malata frustrazione, che vorrei ora poter rimediare. Almeno con te. Perché non ci è mai dato di sapere quando diventa troppo tardi per il commiato.

Questa lettera ti viene consegnata dal mio più caro amico. Non subito, come hai visto, ma dopo qualche giorno, quando, passata la confusione, le parole formali di cordoglio e le lacrime che saranno sembrate inesauribili, si è fatta strada in te un vuoto ottuso che, in punta di piedi, sta reclamando il suo tributo di inquietudine e di angoscia; al dolore sordo sarà subentrata la consapevolezza della perdita, all’illusione della presenza, la cruda constatazione dell’assenza, allo stupore e al rifiuto, la coscienza che qualcosa, dentro di te, si è spenta per sempre.
Il senso di queste righe è allora proprio questo: quello di confortarti, di dirti che, anche nell’attimo in cui ho avuto la certezza che tutto sarebbe finito, il mio ultimo pensiero sei stata tu; perché ti ho voluto bene con tutto me stesso, perché mi hai reso orgoglioso di te per tutti gli istanti indimenticabili che mi hai donato, perché anche se avessi potuto farti con le mie mani saresti venuta esattamente così come sei: è stato bellissimo e lieve essere tuo padre e hai reso la mia vita un privilegio.

Desidero quindi che tu sappia che neppure in questo momento tanto buio ti ho abbandonato davvero. Sono e sarò nell’espressione più sorridente del tuo viso, nello scandire delle parole sciolte che pronuncerai con quel tuo modo buffo di muovere le mani, sarò in quella ‘vocina’ che potrai sentire nella tua mente e che ti aiuterà a prendere le decisioni più difficili che ancora ti rimangono.
Non so se ci rivedremo ancora oppure no. Non sono credente abbastanza per nutrire una simile speranza. Ma la verità, vera e concreta, è che non sono uscito del tutto dalla tua vita: mi ritroverai nel profondo del tuo cuore e con me potrai continuare a parlare tutte le volte che lo desideri. Perché io ci sarò. Sempre. E perché ti risponderò attraverso l’amore che ti ho dato.
Ciao Tesoro.

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hat_gy
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papàPapà è uscito da un po’ di tempo. No, non ho paura. Ho undici anni, io. Sono un ometto. Me lo dice sempre il mio papà. Mi ha passato le mani tra i capelli, me li ha spettinati da una parte, e mi ha detto con quel suo modo buffissimissimo: torno presto, ometto, vado via con questi signori, ma torno subito. Non avere paura.
Di solito papà non mi lascia mai solo. E poi non mi dice mai: non avere paura. Perché dovrei averne? Tanto lui torna subito. E poi sono un ometto.
Se accendo la televisione però magari lui torna subito perché non vuole che io accenda la tv nel pomeriggio. La guardo la sera, con lui, prima di andare a dormire. Mi dice che la tv fa venire strani pensieri. Chissà cosa sono gli ‘strani pensieri’? Boh! Lo strano è invece che sta diventando buio e papà non torna. Ma lui sta per tornare, ne sono sicuro. Papà fa sempre quello che dice. Mica quegli smidollati senzalavoro dei giovinastri d’oggi. Così dice sempre il mio papà. Chissà cosa sono i ‘giovinastri‘? Dei giovani andati a male? È che mio papà a volte parla complicato. Lui ha fatto un mucchio di studi. La scuola, ai suoi tempi, era una roba seria, mica quella cosa lì che non si capisce ‘cosa faccio io quando vado a scaldare il banco‘. Loro imparavano un sacco di poesie a memoria e al liceo sapevano parlare di filosofia e letteratura proprio come io parlo con i soldatini. Chissà se la filosofia ha aiutato il mio papà quando è andato a militare. Sì, sicuramente. Lui non fa mai le cose tanto per fare. E anche sapere le poesie a memoria gli sarà stato utile quando ha passato tanto tempo in ospedale che gli hanno sparato alla gamba. È sempre utile sapere poesie, non sai mai quanto ti sparano.
Oh, il telefono squilla. Vorrei rispondere ma il mio papà dice che non lo devo fare, che tanto non è per me. Sono piccolo io. E poi non è il mio papà che telefona perché lui torna presto. Me l’ha detto proprio lui prima di uscire. Non ha bisogno di ripeterlo per telefono.
Ora è passato ancora più tempo ed è tanto buio là fuori. Forse dovrei accedere la luce. Papà dice che la luce costa e che non bisogna accenderla se non serve. L’insegna del bar illumina il salone. In casa non è proprio buio buio. E se non è proprio buio buio i mostri non escono da sotto il letto. È la regola. Lo sanno tutti. E poi non ho mica paura, io.
Ecco, il telefono non squilla più. Adesso però ho fame. A quest’ora di solito mangio con il mio papà. Lui mi fa la pasta corta con il burro e tanto formaggio sopra o una fettina di carne sulla graticola. Raramente tutte e due. Il mio papà dice però che dovrei mangiare la verdura. La verdura e la frutta. Ma le piante non le mangio. A meno che non siano piante che fanno le patatine fritte. O la cioccolata. Se ci fosse la verdura in casa però ora la mangerei tutta, perché ho davvero fame. E poi se mi tappo il naso non sento neppure il sapore.
Ohi, bussano alla porta. Papà però non vuole che vada ad aprire. Ci sono un mucchio di ‘farabrutti’ in giro. Chissà cosa sono i farabrutti. Non l’ho mai capito. Forse sono quelli che si mettono le dita nel naso e fanno le smorfie. Perché non ci si mette le dita nel naso, né si fanno le boccacce. Lo sanno tutti. Fa brutto.
Ora picchiano forte alla porta e gridano il mio nome. Come fanno a sapere come mi chiamo? Forse l’ha spifferato la Silviotta, la figlia del panettiere. Ha solo otto anni, quella là, ma è già una gran smorfiosa. Non le presterò più la bicicletta, così impara. Non si va in giro a spifferare il nome degli altri. Anche questo fa brutto.
Bene, adesso non battono più. Ho avuto un po’ di paura. Ma solo un po’, eh? Quando torna papà però non glielo dico che ho avuto paura. Gli ometti non hanno paura.
Spero che il mio papà non mi ha lasciato. Forse l’ultima volta che ho fatto picchiare la biglia di vetro sul pavimento lui si è arrabbiato così tanto che ha deciso di andare via. Dice che i vicini di sotto si lamentano perché faccio rumore. Se torna il mio papà, giuro però che non gioco più con quella biglia. Tanto ne ho un’altra nel cassetto, che è di gomma.
Adesso non ho più tanta fame, ho solo sonno.
Mi metto qui sul divano e dormo un po’. Perché il mio papà torna di sicuro. E poi ho fatto il fioretto della biglia. E quando si fa il fioretto della biglia i papà tornano sempre. Me l’ha detto Gasparre che ha già i baffi anche se lui li esagera con la matita. Ma è uno tosto. Tostissimissimo.
Sì. Dormo un po’. Solo un po’.

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hat_gy
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chrysanthemumAmedeo varcò il cancello del cimitero con l’aria di dover chiedere il permesso. Dal bouquet che portava in mano, un crisantemo si era staccato dagli altri piegando la corolla a guardare il ghiaino del viale. Era la prima volta che andava a far visita al padre e si sentiva impacciato. Li avevano separati dieci anni di incomprensioni e silenzi, ma ora la sua morte aveva livellato ogni contrasto come la pioggia torrenziale sa fare sulla terra di un campo appena arato.
Fece fatica a trovare il loculo; il cimitero era grande ed era diviso in ali, reparti e sezioni e, per giunta, su piani. Poi lo rinvenne, dietro a un angolo davanti al quale era passato più volte, proprio in faccia a quel mare che il padre aveva tanto amato, una macchia prepotente di blu come l’infinito di un sogno.
Cambiò diligentemente i fiori e si pose davanti alla piastra di marmo con le mani raccolte l’una nell’altra. Avrebbe voluto pregare e invece continuava a leggere su quella lastra il nome e il cognome, l’anno di nascita e quella di morte. Avrebbe voluto dire o pensare qualcosa e invece osservava i fiori sbilenchi che dondolavano in un equilibrio instabile. Del resto non aveva saputo dirgli granché quando ancora era in vita e ora era sopravvissuta solo la frustrazione per una sorda incomunicabilità che lo aveva reso arrendevole e inerme. Il silenzio parlava per lui, un bel silenzio sussurato, un balsamo per la mente. Le foglie del pioppo tremulo, che in mezzo al giardino abbracciava con la sua ombra quella dei morti, si muovevano senza frusciare; il vento attraversava i suoi rami come poteva fare tra i capelli di una bella signora ammutolita da pensieri irraggiungibili e da un rancore mal coltivato per anni.
Ma di colpo, sorpreso lui per primo, Amedeo cominciò a parlare come non aveva mai fatto. Le parole gli uscirono di getto, inarrestabili, velenose. Erano parole vigliacche, urlate e disperse nel vento indifferente perché più leggere della luce del sole. Poi, come aveva iniziato, smise all’improvviso, ponendosi ancora una volta in disciplinata attesa. E fu allora che avvertì alcuni colpi alla lastra.
Istintivamente fece un passo indietro e alzò davanti a sé le mani come per proteggersi. I colpi si fecero più insistenti fino a quando l’apertura in plastica alla sua sinistra saltò nel vuoto roteando sulle piastrelle, alzando soffici piumini di pioppo. Dal loculo uscì strisciando un signore, sui sessant’anni, vestito con una t-shirt a righe larghe rosso e azzurro e un paio di jeans bluette. Una volta fuori, si levò in piedi con un certa agilità, dandosi una ripulita.
«Questo è un cimitero, sa? È un luogo di silenzio e preghiera. Ha finito con il suo comizio?» gli chiese con aria non troppo severa. Amedeo non riusciva a parlare. Si accorse che aveva gli occhi sbarrati e i denti stretti mentre l’uomo davanti a sé stava raccogliendo con solerzia il giornale da terra e la propria borsa.
«Cosa… cosa ci faceva là dentro?» gli domandò Amedeo.
«Là dentro?» fece l’uomo rivolgendosi al loculo che stava già sigillando con la lastra come fosse stata la porta di casa. «Stavo vicino a mia moglie. È morta da qualche settimana e io, quando posso, vengo a farle compagnia. Mi metto lì dentro perché così le sto più vicino e poi mi immedesimo con quello che può provare, chiusa in quella bara. Leggo un po’ il giornale con la pila» e la sollevò accesa in direzione di Amedeo per fargliela vedere «o mi faccio un sonnellino. C’è un silenzio meraviglioso in questo cimitero,… anche se non tutti i giorni, a dire il vero…» e sottolineò quelle parole con un sorriso in tralice. Poi l’uomo mise il quotidiano sotto il braccio come se si fosse appena alzato dal tavolino di un bar e prese ad andare via.
«Dovrebbe provare anche lei… » disse voltandosi in direzione di Amedeo: «potrebbe essere un buon modo per fare la pace una volta per tutte: si capiscono un mucchio di cose, stando là dentro…»

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albatroLe bracciate erano ritmiche, distese; si sentiva così sciolto che il suo procedere nell’acqua salmastra non faceva nessun rumore. Il respiro era regolare, profondo, come se si fosse trovato nel letto di casa; ogni tanto alzava la testa per vedere dove si trovasse Pico Pequeño. Aveva imparato a capire, dalla distanza che lo separava da quel promontorio, quando avrebbe dovuto svoltare verso est, per poi raggiungere la bandiera del molo delle casse. Come al solito, sarebbe andato avanti a indietro per quel tratto di mare per una decina di volte per poi tornarsene a casa e finire di scrivere il suo libro. Il mare dalla finestra di casa sua l’aveva chiamato con quel suo blu ipnotico e lui non aveva saputo resistere e ora l’acqua, tra le sue dita, scivolava via tiepida; era così trasparente ed eterea che poteva vedere il fondo sotto di lui, tanto da sembrargli di nuotare nel cielo. Mancavano ancora poche bracciate quando pensò che, sentendosi così bene quel pomeriggio, avrebbe potuto anche fare qualcosa di diverso, come andare dalla parte opposta e, in un’unica tirata, raggiungere la boa davanti a Playa Morena, dove andava quando era piccolo. Doveva decidere. Giunto al punto di svolta, virò senza esitazioni verso la boa. Dopo una cinquantina di metri, lo avvolse una corrente più fredda che lo contrastava delicatamente. Questo, pensò, lo avrebbe facilitato al ritorno. Riuscì a mantenere un buona battuta di crawl fino a quando sentì che il braccio sinistro si faceva un po’ più pesante. Si conosceva bene: quello era il primo segnale di stanchezza, ma poteva reggere ancora molto. Alla sua destra vedeva scorrere lento un paesaggio che non riconosceva più: erano passati davvero molti anni da quando era stato in quei luoghi per l’ultima volta. E se la boa l’avessero nel frattempo tolta? Pensò. Playa Morena non era frequentata da tempo. Il turismo di élite si era spostato altrove e quella spiaggia era tornata selvaggia come anni prima. Si rincuorò pensando che, se si fosse sentito davvero stanco, avrebbe pur sempre potuto puntare direttamente a riva, che non era lontana. Proseguì, allora, pieno di entusiasmo, facendosi forte della sensazione di vigore che sentiva nelle braccia e nelle gambe. La corrente contraria dopo un po’ si fece tuttavia ancora più forte e più fredda. Ora sentiva la fatica. La boa… dov’è la boa? Si chiese più volte. Non doveva pensarci, sarebbe arrivata presto, ne era sicuro, non poteva essere lontana. Se non l’avesse vista entro breve avrebbe dovuto però rinunciare. Possibile che le energie lo avessero abbandonato così, all’improvviso? Cercò di non pensarci. 9+9=18, disse tra sé e sé, 18+18=36, 36+36=72. Gli aveva insegnato così suo padre. Distrarre la mente, ingannarla, per non fissarsi sulle proprie paure. La paura può essere una pessima compagna, soprattutto in acqua. 72+72=144, 144+144=… Poi un punto verde davanti a sé. Era il grande zatterone che affiorava appena sopra la linea delle onde. Si, ce l’aveva fatta. Aumentò l’andatura e ben presto si ritrovò aggrappato alla scaletta della boa piena di alghe. Tremava. Si lasciò andare sul pavimento della boa come svenuto. Era sfinito. Doveva farsene una ragione: non aveva più il fisico per quelle bravate. Cullato dalle onde e dal sole dolcissimo rimase immobile per riprendersi; e fu proprio un brivido di freddo che lo scosse violentemente per tutto il corpo a fargli capire che si era addormentato. Aprì gli occhi. Il sole era sparito da qualche parte nel cielo che aveva preso il colore del ghiaccio. Era anche più buio. Ma quanto aveva dormito? Decise che non sarebbe tornato indietro a nuoto: avrebbe raggiunto la riva e sarebbe tornato a piedi. Cambiare programma non era stata, dopo tutto, una grande idea. Alzò lo sguardo e si accorse che la spiaggia davanti a lui non c’era più. Per la verità non c’era più neppure la costa. Un velo denso di foschia lo circondava tutt’attorno come una sciarpa di lana a una distanza di una cinquantina di metri. Le onde si erano trasformate in cavalloni e lo zatterone sballottava nella continua ricerca di un equilibro impossibile. Se si fosse buttato subito, tempo venti minuti, si disse, avrebbe però ritrovato la spiaggia, anche se ora non la vedeva. Si calò giù per la scaletta, pronto a lasciarsi andare, quando vide sotto di lui, nell’acqua tersa, che la catena della boa era libera. Non era agganciata, come sarebbe dovuta essere, al blocco di cemento che la teneva ferma al fondo: la zattera stava andando alla deriva. Risalì in preda al panico. Poi cercò di convincersi che la boa non poteva che aver preso la corrente contro cui aveva nuotato per venire sin lì. E si sforzò di bucare con lo sguardo la nebbia alla ricerca di un qualche punto di riferimento, ma era inutile. Era tutto di un bianco impenetrabile come se qualcuno si fosse divertito a gettare sul mondo infinite secchiate di latte. Il freddo si era fatto pungente e il sole, ovunque si trovasse dietro a quelle nubi solide, stava tramontando. Ben presto fu scuro ovunque, quasi si fosse trovato nella gola di un mostro. Le stelle si erano dimenticate di apparire nel cielo e la luna era rimasta imbavagliata tra le nubi. Un grafico maldestro l’aveva disegnata lassù ma poi, pentitosi per la troppa luce, l’aveva cancellata lasciando un pallido alone. I minuti passavano a strattoni e, durante la veglia in quell’incubo, qualcosa di grosso e di pesante urtò più volte lo zatterone alzando un’onda di spuma giallognola che lo investì in pieno. Oramai non riusciva più a smettere di tremare dal freddo. Trascorsero altre ore, immerso in un silenzio assoluto che lo pigiava come all’interno di un tino; persino il mare tratteneva il respiro volendo dare l’impressione di essersi nascosto per apparire ancora più crudele. Solo il vento, a momenti, si levava teso cambiando spesso direzione. Prima dell’alba una folata gelida e innaturale gli investì il viso. Ora c’era qualcosa o qualcuno accanto a lui sulla boa. Per quanto si sforzasse non vedeva però nulla, un telo nero gli copriva ancora gli occhi. Cercò di allungare davanti a sé le mani, come avrebbe fatto un cieco per proteggersi. In quell’istante la luna forò finalmente la nube sopra di lui facendo luccicare il bianco dell’occhio di un enorme uccello marino a pochi centimetri dalla sua mano. Andava avanti e indietro sulla boa, quasi una sentinella spazientita, picchiettando la superficie con le sue zampe palmate a chiedersi cosa fosse mai quello strano essere implume rannicchiato da un lato. ‘Un albatro’ si ripeté lui ad alta voce, spaventando il volatile. ‘Ora non ci sono più dubbi’ si disse ‘sono in mare aperto’. Chinò la testa tra le gambe chiudendo gli occhi: la disperazione gli risalì dal ventre, come un virus letale. Se ne stette per qualche attimo meditabondo, poi recitò: 36+36=72, 72+72=144, 144+144=288, 288 + …

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natura

«Lei è un buono a nulla, un incapace, un inetto…»
La vena strisciava sulla fronte del Direttore come se imprigionasse un rametto color bluette. Il dott. Silvestri sapeva che quello era un gran brutto segnale e che la momentanea interruzione era dovuta al fatto che il suo interlocutore, da dietro la scrivania in mogano (su cui sarebbe potuto atterrare comodamente un elicottero) aveva solo esaurito gli insulti. Ora il Direttore aveva infatti tolto gli occhiali e si stava massaggiando le palpebre. Anche quello era un pessimo indizio.
«Le era stato detto di chiudere l’affare a 1788.3 a lotto…» proseguì lui con un fiocco di spuma bianca all’angolo della bocca «e lei cosa fa? Pratica uno sconto di 57.4 a partita! Ma è impazzito? Oltre tutto con la Trade Carbur Associate che non dà nessun affidamento nei pagamenti! Non aveva avuto istruzioni precise dal suo capo area?»
«Sì certo, ma vede…» fece Silvestri alzando addirittura un dito.
«Stia zitto, per carità, abbia almeno la compiacenza di tacere, so già tutto. Lei deve solo ringraziare suo zio, perché se non ci fosse stato lui dietro la sua assunzione, questa penosa conversazione non avrebbe mai avuto ragione d’essere…»
E la chiama conversazione, pensò il Silvestri sforzandosi di non abbozzare un sorriso amaro.
L’interfono inoculò nell’aria una breve nota morbida. Il Direttore era rimasto immobile, come se quel suono improvviso gli avesse tolto la corrente. Lo sguardo era rimasto feroce, gli occhi enormi spalancati sulla vittima, le braccia bloccate sul bordo della scrivania quasi avesse voluto spingerla addosso al dipendente. L’uomo, al secondo trillo, si riebbe e, con uno scatto, si girò premendo l’indice sul pulsante di comunicazione.
«Non le avevo chiesto di non essere disturbato per nessun motivo?» fece rabbioso.
«Mi scusi Direttore è che… è che…»
«Non mi faccia perdere tempo, per cortesia! Parli!»
La segretaria si fece coraggio. «Hanno telefonato da casa sua. Suo padre è morto.»
Un silenzio raggelante entrò attraverso l’interfono e si disperse per l’ufficio. Il Silvestri avrebbe voluto andar via in punta di piedi, i quadri alle pareti ritirarsi nel muro e le piante lussureggianti sprofondare nel pavimento. Quelle parole rimbalzarono nella testa del Direttore come biglie in una scatola di ferro. Si rivide bambino, con la manina sprofondata in quella larga di suo padre, sul lungomare della città, percepì la consistenza ruvida della sabbia tra le dita, udì da qualche parte del suo cuore la voce rassicurante di quell’uomo e ripensò a quel sorriso, così dolce, che non avrebbe visto mai più.
«Direttore, è ancora lì?»
«Sì, Giulia, sono qui» disse lui dopo qualche attimo, schiarendosi la gola.
«Cosa vuol fare, Direttore?» chiese la donna, la voce screpolata dalla commozione.
Ci fu ancora silenzio. Poi lui, con tono grave e calmo:
«Dunque, domani sono a Bangkok, poi ho due riunioni importanti, cui non posso mancare, nella sede di Los Angeles e la transazione Inglès da preparare… facciamo così: contatti la migliore agenzia di pompe funebri. Che mettano mio padre in una cella frigorifera. Mi farò poi vivo io, penso la prossima settimana, così ci mettiamo d’accordo per trovare un buco libero per il funerale.»

* * * * *

La storia minima ‘Come biglie in una scatola’ è stata pubblicata, in via esclusiva, per la prima volta il 15 dicembre 2013 sul blog:

–> Caffè Letterario

dove puoi leggere gli altri commenti.

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lei nella pioggiaLa serata non era andata come aveva sperato. Lei gli era sembrata distante, indifferente: un sorriso triste in bilico tra l’ombra e la notte. Era successo qualcosa, se lo sentiva. Avrebbe voluto insistere per saperne di più, ma la reticenza di lei lo aveva trafitto nell’unico punto all’altezza del cuore ove l’armatura che aveva cresciuto per difendersi dal mondo era formata di petali di rose.
E dire che per incontrarla e farsi imprestare la macchina dal padre si era dovuto inventare una scusa. Una maledetta scusa. Se il vecchio avesse scoperto che non era andato da quel suo amico a studiare, questa volta gliel’avrebbe fatta pagare.
Quando si ritrovò in macchina per il rientro, si accorse che era davvero tardi. Aveva più di cento chilometri da percorrere e la pioggia, che nel frattempo era iniziata a cadere con violenza, non l’avrebbe aiutato. Accese il quadro del cruscotto e la spia della riserva allagò di giallo l’abitacolo. A Lughi, con quella poca benzina, non ci sarebbe mai arrivato. Alla stazione di servizio poco distante, al riparo della pensilina, si frugò nei jeans. Alla fine trovò, in fondo a una tasca, due banconote appallottolate da 10 e da 20 euro. Forse sarebbero bastate. Cercò di stirarle prima di inserirle nella slot. Provò prima con quella da 10, ma la colonnina mangiasoldi, che sembrò pensarci su per un po’, gliela risputò con una certa platealità. Il ragazzo guardò l’ora. Gli stava montando il panico. Posò la banconota sul pianale per togliere tutte le pieghe aiutandosi con la chiave della macchina. Avrebbe voluto concentrarsi su quella operazione ma continuava a pensare a lei, al suo bel viso nella penombra incerta, i capelli ramati contro un cielo spillato di stelle. Piazzò nuovamente la banconota davanti all’imboccatura. La colonnina questa volta ci impiegò qualche secondo in più ma alla fine gliela rifiutò ancora. Si guardò in giro per chiedere aiuto; gli rispose solo il fragore della pioggia che formava grosse bolle iridescenti nelle pozzanghere scure. Fece un altro tentativo. La slot, emettendo un verso più gutturale e profondo, agganciò la banconota e la trascinò con gusto nel suo ventre gelido. Il ragazzo sospirò. Nel frattempo un tuono assordante deflagrò sulla sua testa che di istinto abbassò. Stando acquattato inflò la seconda banconota. La colonnina mangiasoldi la spostò in avanti e in dietro, come per assaggiarla, indecisa sul da farsi, poi la ingoiò di slancio. Il ragazzo si affrettò allora ad aprire il bocchettone e il tappo del serbatoio della macchina. Premette il pulsante dell’erogatore e alzò la pistola della pompa del numero corrispondente. In quello stesso istante venne meno la corrente elettrica. Si spensero i neon della stazione di servizio, i lampioni radi sulla strada e una piccola lampada davanti a una villetta. Erano rimasti solo gli abbaglianti della macchina a tagliare in due il nero assoluto di una notte che sembrava voler lottare contro quello sfregio di luce; le gocce di pioggia attraversavano oblique i fasci fumanti andando a perdersi con furia in un’altra dimensione mentre la pompa della benzina si era invece ammutolita, pian piano, come un animale ferito che si arrendesse al proprio destino. Lui si sedette per terra, svuotato: gli mancava il respiro. No, non aveva altri soldi per un altro distributore. Guardò l’ora. Era l’una passata. Sapeva che lei non l’avrebbe potuta chiamare. E nessun amico degno di questo nome sarebbe mai venuto in suo soccorso a quell’ora, con quella pioggia, e da così tanto lontano. Guardò ancora l’orologio. Era sempre l’una passata. Attese immobile che tornasse la corrente come se quella fosse l’unica soluzione al problema. Il vento, intanto, continuava a sbattere con ottusa ostinazione, l’un contro l’altro, i cartonati della pubblicità aumentando il senso di desolazione di quel luogo. Capì allora che l’unica vera soluzione era chiamare il padre. Sarebbero stati litigi a non finire e insulti e alla fine qualche punizione esemplare. Ma non poteva rimanere lì. Compose il numero. Quando, senza quasi neppure uno squillo, sentì dall’altro capo del filo quella voce tanto amata e tanto odiata, voleva chiudere la comunicazione; ma avvertì che in quel timbro non c’era né rabbia né ostilità ma, per la prima volta, una nota di cupa tristezza. Il ragazzo spiegò ogni dettaglio e quindi si chiuse nel suo solito mutismo aspettandosi il peggio. ‘Arrivo immediatamente’ sentì unicamente dire e poi più nulla, solo il battito del suo cuore.

La vettura aveva già lasciato la stazione di servizio per raggiungere il luogo dell’appuntamento quando nella piazzola giunse un altro veicolo. Ne scese una persona che si guardò attorno incuriosita per il fatto che fosse tutto buio. La ragazza girò con aria spavalda attorno alle pompe di benzina quasi cercasse l’interruttore. Come aveva visto fare tante altre volte alla madre con il televisore di casa, diede una manata a un erogatore; bastò qualche secondo perché si accendessero tutte le luci della stazione di servizio, della casa vicina e sulla strada. La ragazza, soddisfatta, stava per inserire una banconota quando la colonnina mangiasoldi si mise a ronzare pensierosa per qualche attimo: al termine, partorì silenziosa uno scontrino. Lei, con un gesto automatico, si ravvivò i capelli ramati per la sorpresa. L’inchiostro era sbiadito, ma, con un po’ di sforzo, riuscì a leggere:

Buono di euro 30 per carburante non erogato, riscuotere alla cassa. Ci scusiamo per il disagio’.

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FonticineEra uscito a fare due passi. Aveva voglia di stordirsi un po’ tra il via vai dei turisti e camminare, un piede dietro l’altro, lasciandosi trasportare dalla curiosità di una vetrina, di uno scorcio improvviso o di un ricordo rivisitato. Solo così sarebbe riuscito a staccare una mezz’oretta dal lavoro, costringendo la mente a seguire altri percorsi e altri pensieri.
La luce del tramonto spioveva morbida colorando di rosa la cattedrale austera. I marmi si erano accesi d’un colore sanguigno e le statue nelle nicchie anguste sembravano imponenti come avessero percepito su di loro un proiettore inatteso e una ribalta su cui esibirsi. Il vociare caotico delle persone per strada componeva a tratti una melodia disordinata dove si stemperavano dialetti e lingue straniere di ogni tipo, come tanti concertisti che cercassero, ciascuno per conto proprio, l’accordo perfetto prima del grande concerto.
Lapo passeggiava da un po’, le mani raccolte dietro le spalle leggermente curve, come faceva spesso, quando si accorse che stava seguendo in modo imbarazzante il didietro di una donna davanti a lui. Ondeggiava proprio sotto i suoi occhi in modo sobrio ma ipnotico, restituendo un’impressione di consistenza e tonicità propria della giovinezza, ma allo stesso tempo di eleganza naturale e di sensualità devastante. Era di una ragazza sui vent’anni, i capelli lunghi di boccoli biondi, alta più di un metro e ottanta, grazie a un tacco 12 che le imponeva un’andatura importante, ma spigliata. Gli shorts erano davvero molto marginali e coprivano a stento le curve aggressive da vertigine, mentre gli stivali in pelle attribuivano al completo, per la loro foggia, una nota trasgressiva ai limiti del volgare. Si meravigliò molto di aver concentrato la sua attenzione su quella parte anatomica; non era infatti da lui o almeno non era da chi nel frattempo era diventato da quarant’anni a questa parte. Continuò tuttavia a starle a pochi metri di distanza, sforzandosi a ogni passo di prendere un’altra via, perché era ben consapevole che non fosse né serio, né dignitoso quello che stava facendo. Poi la ragazza si fermò. Si era messa a parlare con un’altra persona, probabilmente coetanea, vestita in modo molto più sobrio, quasi anonimo; quando la seconda ragazza si girò di profilo la riconobbe: era sua figlia ed ebbe un tuffo al cuore. Adesso sì che ricordava! Ma sì certo. La ragazza che aveva seguito, quando sua figlia ancora andava alle elementari, era venuta un paio di volte a casa a fare i compiti. Era una bambina introversa, allora, e pure bruttina. Ora ricordava bene: si chiamava Mara, Mara Colasanti, o qualcosa del genere. Sì. Quanto tempo era passato! Chi l’avrebbe mai detto che quella bimba tanto sgraziata sarebbe diventata così.
Decise che era il momento di staccarsi da loro e di riprendere la via dell’ufficio. Mentre si mosse, la figlia e Mara cominciarono anche loro a camminare, ancora una volta, davanti a lui. Era strano vederle così vicine, a braccetto, e così tanto diverse: due mondi opposti, due modi antitetici di affrontare la vita e, non di meno, evidentemente, ancora legati da una solida amicizia al di là delle differenze.
A un certo punto svoltarono entrambe a destra per via delle Fonticine. Si bloccò a osservarle mentre si allontanavano parlottando fitto fitto tra loro. E stava per andarsene quando notò che ora discutevano con un signore anziano appena arrivato, una pancia prominente e il viso semi nascosto da barba e occhiali spessi. Pareva un professore di scienze o un primario illustre. L’uomo si chinò a baciarle tutte e due sulla bocca e poi, presele sotto braccio, entrò con loro nel vicino albergo a cinque stelle.

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La storia minima ‘Via delle Fonticine’ è stata pubblicata, in via esclusiva, per la prima volta il 15 settembre 2013 su:

–> Il blog Caffè letterario

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