Petra

Petra è una ragazza ucraina, entrata nel nostro Paese qualche tempo fa. È molto giovane, un’autentica bambolina. Pur avendo l’imbarazzo della scelta, si è piazzata proprio all’angolo della scalinata della chiesa di San Properzio, in abiti provocanti, ad aspettare i clienti nel pieno pomeriggio. I lughesi sono persone notoriamente tolleranti e non se la sono neppure sentita di avvertirla che forse quello era il luogo meno adatto di tutto il paese per fare la vita.
Poi un giorno passa di lì don Giusto che, diretto a far visita a padre Ercole, vede la ragazza e le si avvicina:
«Cara ragazza noi dobbiamo parlare…»
«E di cosa?» chiede lei pronta con un forte accento slavo.
«Non sei stanca di dover far mercimonio del tuo corpo? Non senti la necessità di liberarti dalla schiavitù della tua misera condizione?»
Petra lo guarda per nulla sorpresa. La lezione del marciapiede l’ha preparata a ben altro. Avendo però solo afferrati la parola ‘corpo’ e il significato del gesticolare del sacerdote, risponde:
«Tu con il tuo corpo ci fai quello che vuoi, vero? Io pure, no problema tuo…»
Il giovane prete si frega le mani come se le stesse lavando sotto una fontana: la squadra dalla testa ai piedi.
«No, no…» insiste lui scuotendo la testa e alzando un indice ammonitorio. «Tu sei inesperta e non capisci… noi dobbiamo parlare.»
Petra accenna qualche passo allontanandosi dal sacerdote, i cui occhi si erano incollati su i suoi hot pants pieni e sodi, confezionati al risparmio di stoffa.
«Certo… inesperta. Sei tu che non capisci. Vieni, vieni tu con me…» gli dice allora lei sfoderando un sorriso malandrino «che faccio te buon prezzo così poi tu sai meglio.»

Un muro di foto

Mi sono sempre chiesto cosa ci sia dietro quella porta» dissi a padre Ercole mentre mi stavo portando con lui dal corridoio della canonica al suo studio. Non mi rispose: si mise in piedi dietro alla scrivania cominciando a spostare alcuni fogli da un punto all’altro del pianale.«Sono indietro con il giornalino della parrocchia» fece sospirando come se non mi avesse sentito. Poi guardandomi al di sopra degli occhiali alla Harry Potter, mi chiese a bruciapelo:
«Vuoi davvero sapere cosa c’è lì dentro? Sei proprio un curiosone!»
Pronunciò quelle parole in modo grave, tanto che mi sentii in dovere di chiarirgli che saperlo non era poi così importante. Al suo perentorio ‘seguimi’, però, mi arresi. Tirò fuori da sotto la tonaca una chiave lunga, d’altri tempi girandola più volte nella toppa troppo grande:
«È una stanzetta che fungeva una volta da anticamera allo studio» mi spiegò in modo concitato «ma da quando sono qui non l’ho mai usata per questo scopo.»
Aprì finalmente la porta e, accesa la luce, si scostò per farmi entrare. Rimasi a bocca aperta. Le pareti della stanzetta erano letteralmente tappezzate di foto, per lo più in formato tessera o, al massimo, in formato cartolina.
«Chi sono?» domandai io con la bocca spalancata.
Padre Ercole, sembrò ammirare le foto a una a una e, per qualcuna di essa, sorrise anche; quindi mi mormorò:
«Sono tutte le persone che ho incontrato nella mia vita e che ora non ci sono più. Amici, parenti o anche solo conoscenti.»
«Ma sono tantissimi…» commentai in un modo che sembrò un’obiezione.
«E pensa che io non ho grosse relazioni con il prossimo, nonostante il lavoro che faccio…  Sono sicuro che ne conosci altrettante anche tu, se solo ci pensassi un po’. Io ho appeso le loro foto perché mi aiuta a ricordarle, a capire cosa non ho fatto per loro e che avrei invece dovuto fare e, soprattutto, cosa hanno significato per me.»
C’erano persone giovani, coppie che si abbracciavano felici, un signore anziano con la zappa in mano e un ragazzo con lo zaino in spalla che pareva volesse conquistare il mondo: facce sorridenti, serene. Una piccola comunità, insomma, cancellata dalla faccia della terra.
«Spero solo di finire su questo muro il più tardi possibile» sbottai sincero. «Cominciando con il non darti una mia foto.» Dissi così, cercando d’incrociare gli occhi del sacerdote, che stava, però, guardando a terra. «Ma che stupido!» seguitai «Tu ce l’hai già una mia foto, vero?»
«Sì…» ammise lui volgendo la testa da un’altra parte «… non si sa mai.»

Festa di beneficenza

Avevo acconsentito malvolentieri a dare una mano a don Giorgio per la festa di beneficenza annuale del paese. Non me l’ero però sentita a dir di no a padre Ercole, che me lo aveva chiesto come un favore personale. Così mi ritrovai tra le stradine tortuose e disagevoli di Bigialli, paesino notoriamente abitato da gente scorbutica e asociale. Non mi meravigliai pertanto che, ad una mia bussata, qualcuno, da dietro la porta, mi sbraitasse:

«Vada via, qui non c’è nessuno!»

«Lei almeno c’è» risposi io prontamente. La mia logica dovette sembrare ineccepibile perché l’uomo, sempre senza aprire, mi abbaiò ancora:

«Vada via lo stesso, non sono io quello che cerca!»

«Ma io non l’ho detto chi sto cercando!» Poi mi resi conto che se avessi continuato su quel tono non avrei combinato nulla. Cambiai registro: «Mi spiace disturbarla, ma sono un amico di don Giorgio e padre Ercole. Mi stavo chiedendo se ha qualcosa da darmi per l’annuale festa di beneficenza.»

Per un po’ non si sentì più nulla. Poi risuonò una chiave che girava a fatica nella toppa. Mi apparve quindi, all’altezza della maniglia, un occhio tondo e arrossato che faceva capolino da uno spiraglio della porta.

«È sicuro che lei è un amico di don Giorgio?»

«Certo che lo sono.»

«Allora venga.» La porta si spalancò e l’uomo, alto non più di un metro e mezzo, mi diede subito le spalle. Un tanfo terribile investì le mie narici e un moto di disgusto mi rovesciò lo stomaco. Non riuscii a muovermi. L’uomo, dalla barba grossolanamente tagliata e dai capelli arruffati tanto da assomigliare a Bertoldo, si fermò sul primo gradino della scala vociandomi contro:

«Insomma, vuole entrare, sì o no?»

Mi feci forza e lo seguì. Più salivo e più l’odore di marcio indefinibile mi attanagliava la gola. Giunti al secondo piano l’uomo prese a montare su di un’altra scala, più piccola e sghemba, fino a quando non arrivò in soffitta dove, nella penombra polverosa e malsana, potei distinguere delle stie per galline e conigli. Nel frattempo la mia attenzione era stata attratta da due voluminosi sacchi neri della spazzatura tenuti fermi da legacci e buttati da un lato. Si sarebbero dette delle coperte o dei tappeti.

«Sono due cadaveri» mi sibilò lui mollandomi in mano un coniglio che si divincolava. «Non è che, andando giù, mi aiuterebbe a portarli in giardino, vero? Da solo non ce la faccio.»

Io presi la bestiola per le orecchie, in silenzio; forse l’uomo si aspettava da me una risposta perché, quando mi limitai a scendere senza dir nulla, fece una faccia strana come se avesse voluto compatirmi. Avevo bisogno invece  di uscire di lì il più presto possibile per riprendere a respirare. Mi accompagnò alla porta con il suo passo a saltelli e, nell’accomiatarmi, mi respirò dietro:

«Guardi che scherzavo… non sono due cadaveri.»

L’uomo aveva messo in mostra, nel sorridere, solo qualche dente sul davanti e neppure bianco. E io stavo già per montare in macchina, chiedendomi come avrei potuto guidare con un coniglio vivo tra i piedi, quando l’uomo, nello sbattere la porta di casa, borbottò serio:

«Non sono due cadaveri … il cadavere infatti è uno solo.»

Davanti a un tè alla mimosa

«Guarda che è gente strana» mi avvertì padre Ercole consegnandomi un cesto di vimini con alcune vettovaglie. La sua perpetua era ammalata e doveva toccare a me, secondo lui, portare i ‘generi di conforto’ ai coniugi Beomonte, su al Molin di Lughi, vicino a Collefili. Protestai, ma finii per accontentarlo.
Quando suonai il campanello, passò un po’ di tempo prima che qualcuno venisse ad aprire, tanto che credevo non ci fosse nessuno. La signora, molto anziana, fu cordiale nel farmi accomodare e mi tolse subito dall’imbarazzo di trovarmi in quella veste così poco usuale. In pochi minuti mi ritrovai in uno stanzone seduto ad un tavolaccio a sorbire del tè alla mimosa. Aveva voglia di parlare, la signora, e me lo dimostrò subito attaccando un discorso fitto fitto. Ogni tanto si bloccava per guardarmi con i suoi grandi occhi azzurri, giusto per accertarsi se la stavo ad ascoltare.
«Ma cos’è questo rumore?» chiesi ad un certo punto io.
«Non si preoccupi, è mio marito» tagliò corto lei senza deviare dal suo fiume di parole. Continuai a bere mentre raccontava che ci era nata in quella casa e che il mobilio in quercia lo aveva costruito il nonno con le sue mani.
«Mi sembra però che il rumore provenga dall’armadio, signora» feci io interrompendola.
«Sì, sì, giovanotto, gliel’ho appena detto. È mio marito. Vive lì dentro.»
«Nell’armadio?»
«Sì, è convinto che se mettesse un piede a terra, questa si aprirebbe per farlo sprofondare all’inferno.»
Rimasi senza parole.
«Mio marito non è mai stato tanto a posto con la testa, sa? fin da giovane. Poi, un giorno ha visto alla televisione un film che lo ha impressionato a tal punto che…»
La mia faccia doveva essere di cera perché la donna mi chiese se volevo bere dell’acquavite. Poi continuò:
«Lo so cosa mi vuol chiedere giovanotto… come fa ad andare in bagno. Ebbene, quando vuole, lui mi bussa e io vengo con la carriola e ce lo porto. Solo che adesso sono diventata vecchia e faccio sempre più fatica.»
«Non farebbe prima a convincerlo a uscire di lì? Farlo ragionare?»
«No… » mi rispose versandomi dell’altro tè «in fondo è poca cosa… e poi io… ho il mio di armadio.»

La pecorella smarrita

Padre Ercole stava guardando il muro esterno della sua canonica con grave perplessità.
«E’ la seconda volta in questo mese» esordì senza distogliere lo sguardo dalla scritta. Campeggiava, infatti, una frase oscena di colore blu sul fondo ocra dell’edificio e i caratteri avevano dimensioni cubitali tanto da potersi leggere dal fondo della via.
«Ma non l’aveva appena ridipinta, padre?» chiesi tanto per dire qualcosa.
Il sacerdote, piccolo di statura, ma di temperamento sanguigno, mi spiegò in modo concitato che sapeva persino chi fosse l’autore di quella espressione poetica e che, secondo lui, urgeva, a quel punto, parlare con i genitori.
Passò un mese. Nel frattempo padre Ercole si era dato da fare a riverniciare il muro imbrattato. Mi offrii persino di aiutarlo anche se poi mi fece fare solo il manovale.
«Siamo sicuri che non stiamo facendo un lavoro inutile?» gli domandai sospettoso. La sua pacata e ferma fiducia nelle ‘ampie tranquillanti rassicurazioni’ ricevute non lasciava tuttavia spazio a dubbi di sorta.
Ma, appena due giorni dopo, la frase sul muro: ‘Grazie mille per aver ripulito tutto, così ci si può riscrivere’ lo laiò senza fiato. Lo vidi, prima diventare tutto rosso, e poi impallidire. Me ne andai quasi subito per non essere coinvolto in un’altra faticosa riverniciatura.
Rimasi lontano da Lughi per un’intera settimana: problemi di lavoro. Al mio ritorno la canonica era ridipinta che era uno splendore.
«Ho toccato il cuore del ragazzo» mi sorrise padre Ercole appena mi scorse in strada attraverso la finestra dello studiolo. «Ho saputo convincerlo ricordandogli quali sono i veri valori cristiani cui deve uniformarsi un giovane per rettamente intraprendere il lungo e tortuoso cammino dell’esistenza. La pecorella non è più smarrita.» Il suo volto era radioso e soddisfatto.
Non seppi mai chi fosse stato l’ignoto imbrattatore. Ma un ragazzo di Lughi per un mese si portò un braccio ingessato al collo adducendo cause poco chiare.