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Mako

Prometteva di essere una bella giornata. Dopo la burrasca durata tre giorni, Svein guardava fuori dalla finestrella della cucina; la luce che proveniva dal mare aveva un piglio diverso: era vivida, lucente, come fosse stata la prima dall’inizio del mondo. I primi raggi del sole rimbalzavano intrepidi sulla costa curva delle onde e il verso acuto delle sule attorno alla sua baracca facevano intendere che avrebbe potuto anche uscire in mare.
Aperta la porta gli venne incontro il suono ritmico della risacca sugli scogli, come quello di un cuore appassionato che pulsa e non si ferma mai. Ma lo colse subito anche un penetrante odore di pesce marcio, al girare del vento.
Brutta storia’ pensò.
Ridiscese verso l’insenatura risalendo poi lentamente la costa. Gli occhi si posarono per un attimo sulla terraferma laggiù: la gente forse ancora dormiva o si stava scaldando stringendo tra le dita una tazza di caffè nero e bollente. Non gli sarebbe mai piaciuta 
la vita di città. Pensò. A meno di non viverla insieme a Inger. Ma da tempo il ricordo di lei si era perso nelle brume appiccicose della sua solitudine.
Prese allora la strettoia e salì verso est. Il vento lì era teso e violento e lo sorprese a ondate sul bavero del giubbotto spesso da dove entrò gelandogli la schiena. Poi, all’improvviso, dopo la Pietra Caim, coperto in parte da granchi rossastri che stavano lavorando di chele, lo vide con la testa incastrata nella cavità di uno scoglio.
Brutta storia’ disse ancora, ma questa volta a voce alta: era un grosso squalo mako di più di cento chili, probabilmente spiaggiato da qualche giorno con l’ultima burrasca. Già, poteva essere davvero un problema. Le onde del mare in tempesta l’avevano spinto ad almeno dieci metri dall’acqua e non c’era nessuna speranza che qualche altro squalo se lo portasse via a morsi; d’altronde, pesante com’era, non era neppure pensabile trascinarlo semplicemente a riva per ributtarlo in mare. Né poteva aspettare che i granchi facessero il loro lavoro; la carcassa sarebbe marcita in poco tempo nel riverbero di quel sole tagliente e l’aria sarebbe diventata ben presto per lui irrespirabile. Se ne sarebbe dovuto andare via di lì.
Tornò indietro a prendere il coltello più robusto che possedeva. L’unica soluzione era di fare a pezzi il mako in modo da liberarsi delle parti, una dopo l’altra, buttandole dall’alto del promontorio di Knivskjellodden dove la forte corrente le avrebbe poi portate al largo.
Si mise all’opera immediatamente, di buona lena. Sapeva che sarebbe stato un lavoro lungo a farlo da solo e si sarebbe potuto anche scordare la sua uscita in mare.
Cominciò dapprima dalla testa, poi segò via le pinne e quindi la coda. Poi proseguì aprendo il pesce per il ventre praticando un taglio preciso dalla gola sino all’attaccatura della pinna caudale. La pelle rugosa e compatta faceva resistenza sotto la lama priva di filo facendogli fare ancora più fatica. Le mani gli dolevano. Non aveva davvero più la forza di una volta. Raggiunse il fegato e poi il cuore. Lo stomaco era pesante e lo recise per poterlo svuotare. Ne uscì fuori un piccolo merluzzo ancora intero con gli occhi opachi color della madreperla; poi la pinna di una tartaruga e un pezzo di cannocchiale. C’era persino un tappo di sughero, un’arancia gettata fuori bordo da qualche imbarcazione e una moneta da dieci centesimi.
‘Cos’è questo?’ si chiese poi balzando ritto in piedi. Strusciò più volte l’oggetto sul panno logoro del giubbotto. Aveva lavorato da ragazzo sulla terraferma e ne aveva visto uno uguale nel negozio di un gioielliere; ma sì, era un anello, di diamanti probabilmente. Se lo girava tra le dita, incredulo. Così facendo l’anello si mise a lanciare in ogni direzione proiettili di luce. Avrebbe potuto comprarci una barca nuova. Magari con il GPS e la radio di bordo; senza contare una nuova rete, più ampia e più resistente. Pensò.
«Svein, Svein!» sentì gridare.
Lui ci mise un po’ prima di riaversi e alzare il viso. Era Jørgen, quell’impiccione di un danese. Si stava facendo largo a grandi passi sugli scogli. Concentrato com’era su quel ritrovamento non l’aveva visto arrivare. ‘Ma che ci fa a quest’ora sull’isola?‘, si chiese. Non ci voleva: proprio adesso! Non doveva fargli sapere quel che aveva appena trovato. Sarebbe stata la fine. Ne avrebbero parlato tutti in paese e avrebbero preteso di spartirlo e poi chissà cos’altro. Sì, doveva senz’altro nascondere l’anello. Si chinò nuovamente o lo infilò nella gola del merluzzo che aveva trovato nella pancia del mako e lo spinse ben dentro al corpo. Lo avrebbe recuperato più tardi quando Jørgen si fosse allontanato.
«Svein, Svein, dove sei? Vecchio scarpone ammuffito!»
«Eccomi!» disse rialzandosi e agitando il merluzzo sopra la sua testa per farsi vedere. «Sono qui.»
In quel preciso istante una gazza marina planò su di lui proveniente da chissà dove. Afferrò il pesce sospeso nel cielo e volò via.

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