È solo un pensiero

Lo so, sei una celebre star e sei abituata ad avere questo tipo di attenzioni, ma, ti ribadisco, non sono un fan qualunque, perché il mio amore per te è veramente autentico e sincero. Se solo tu mi dessi una possibilità, saprei dimostrartelo.
Mi ricordo ancora di quando, una decina di anni fa, ho visto per la prima volta un tuo film in tv. Sono rimasto incantato per la tua bellezza, la tua grazia e la tua bravura. E ora, a distanza di tempo, sei ancora più affascinante e meravigliosa.
Per fortuna ora ci sono i social. Nonostante il fatto che non rispondi alle mie mail e alle mie telefonate, grazie ai social appunto, so come passi le tue giornate, cosa pensi, quali sono i tuoi progetti per il tuo futuro. A proposito: Jack non ti merita, lo sai. Ne abbiamo già parlato. Non ha la sensibilità e la cultura giuste per comprenderti e valorizzarti. E poi non è neppure una persona seria, a volerla dire tutta, visto che è un donnaiolo impenitente come hai tu stessa dovuto sperimentare. A mio avviso ti prende in giro e non ti merita. Io invece capisco subito cosa ti passa per la testa anche solo dall’espressione che hai in foto. Lui non ti guarda a sufficienza negli occhi, non sa cogliere quel che di stupendo c’è in te.
La casa a Malibu poi dobbiamo venderla. Costa troppo e non è poi tutto questo che. Sono sicuro che se venissi a stare qui a casa mia a Mendocino, ti sentiresti meglio. La tua villa è troppo dispersiva con tutte quelle stanze, senza contare il lavoro di manutenzione che ti dà il parco e la piscina a sfioro o i purosangue. Certo, ci sarebbero delle migliorie da fare alla mia casetta. Ma se tu trovassi il tempo di dare anche solo un’occhiata alle foto che ti ho inviato tempo fa, potrei intanto avvantaggiarmi e cominciare a organizzarmi per apportare tutte quelle modifiche che riterrai opportune per sentirtela anche un po’ tua. Pensa al vantaggio di una piccola abitazione! Non dovresti circondarti di domestici, giardinieri e personal trainer. Qui basteremmo solo io e te, te e io.
Guarda poi che non tutti i tuoi amici mi piacciono. Scusa se te lo faccio notare, ma il nostro rapporto deve essere basato sulla sincerità. Capisco che devi frequentare il jet set e che certe frequentazioni sono necessarie per la tua carriera. Ma io mi domando: vuoi davvero continuare a fare l’attrice internazionale tutta la vita? È faticoso e stressante, mentre se stessimo insieme potrei garantirti una vita decorosa e tranquilla senza che tu debba più lavorare limitandoti a fare la signora (la “mia” signora). Potrei persino mettermi in proprio. È da parecchio che ci penso. In fondo in tutti questi anni passati da aiutante in un negozio di caccia e pesca ho imparato tante cose e con il tuo aiuto potremmo aprire addirittura un bel markettino. Mi rendo conto che guadagni milioni di dollari all’anno, ma cosa saranno mai i soldi se in fondo c’è l’amore? Tu, con il tuo fascino e la tua fama, saresti una calamita per i clienti. Qualora non ci fosse tanta gente in negozio, potresti intrattenerli nel modo amabile che tu conosci bene. Potresti inoltre occuparti della cassa standotene comodamente seduta. Io penserò a tutto il resto. Non è forse una splendida idea?
Per fare il grande passo ho però bisogno che tu mi dica se sei d’accordo, come penso. Il fatto che tu non voglia parlarmi, purtroppo, non mi aiuta nelle scelte, né in quelle presenti né in quelle future. E diventa tutto più complicato.
Lo so che mi è stata vietata ogni forma di contatto con te o anche solo con uno dei tuoi familiari entro un raggio di 500 metri. Ho letto la diffida che mi hai fatto fare dai tuoi costosi avvocati. Ma sono sicuro che hai preso questa decisione in tutta fretta e perché ti sentivi un po’ giù per via di quel film cui tenevi tanto e che il tuo agente, quel buon annulla, non è riuscito ad accaparrarsi. Anche di lui dobbiamo parlare. Se proprio vuoi continuare per qualche anno ancora a fare l’attrice te lo posso anche concedere, ma devi trovarne un altro, di agente, perché lui davvero non è all’altezza.
No, non ce l’ho con te. Te lo assicuro. Anzi, per provare che nulla è cambiato fra di noi, ti ho preparato una cenetta squisita per questa sera quando tornerai a casa. Ho scelto solo piatti che so che ti piacciono tanto. Ho approfittato del fatto che tu e la tua famiglia foste a trovare la nonna a Fresno e sono entrato nella tua villa, come ho fatto altre volte, con un duplicato della chiave. Non hai idea di cosa si possa fare con un buona mancia alle persone giuste. Mi han detto persino la password per disattivare l’allarme.
Siccome poi avevo ancora un po’ di tempo da dedicarmi, ho fatto il bagno nella tua vasca per sentirti più vicina, usando le tue essenze e i tuoi asciugamani. Ho anche rifatto il letto in camera tua lasciando una rosa rossa sul tuo cuscino insieme a questo biglietto.
Non mi ringraziare, cara. È solo un pensiero.
Anche se non potrò trattenermi, per i motivi che sai, passa una bella serata.
A presto, Amore mio. Ti amo.
Per sempre, Tuo Frank.

Ikkø

Il regista Ikkø Strömvik, maestro del postrealismo svedese, era in crisi. Dopo l’esordio strepitoso che gli aveva assicurato il plauso mondiale con la pellicola Stora berättelser av små kvinnor (Grandi storie di piccole donne) aveva paura di sbagliare. Dal resto alcuni critici aspettavano un suo passo falso, soprattutto quelli che vedevano in lui solo un uomo troppo attempato per fare innovazione. Fu così che quando ebbe per le mani la sceneggiatura del giovane Malin Sörensson capì che avrebbe girato il suo secondo capolavoro. Si trattava della storia tormentata di una donna energica che, forte della sua triste esperienza personale, aveva deciso di sensibilizzare l’opinione pubblica contro l’orribile pratica dell’infibulazione. Ma una delle scene clou era il suicidio del padre all’inizio del film, una scena straziante che avrebbe dato un’impronta autorale a tutto il lavoro. Per renderla realistica, occorreva però, secondo quanto suggeriva Sörensson, che l’attore portasse sullo schermo la realtà, in altre parole, che si suicidasse davvero.
«È una splendida idea» disse il regista titubante «ma chi vuoi che si presti a una cosa del genere?»
«Con la crisi che c’è e il bisogno di danaro?» chiese cinico Sörensson.
E così fu. Si presentarono circa un centinaio di attori. E dopo le prime selezioni, dovute alla caratterizzazione del personaggio, si svolsero i provini: alla fine rimasero in tre. Il migliore era risultato Karl Källvatten.
«Allora Karl, perché lo fai» gli chiese Ikkø il giorno in cui si doveva girare la scena madre. Karl era un uomo sui settant’anni, capelli folti, sguardo intelligente, un sorriso sereno con placidi movimenti degli occhi. La sua figura emanava dolcezza e rassegnazione. «Per la mia famiglia, Maestro. Mia figlia potrà finalmente comprarsi una casa e sposarsi, mio nipote potrà andare all’università e potrò anche aiutare il mio amico Lunqvist per un’operazione agli occhi.»
«Chiamami Ikkø, Karl. E per te, cosa hai pensato di fare per te? La somma in gioco è molto alta…»
Karl assunse l’espressione infantile di chi era stato scoperto. Si guardò le larghe mani e l’anello nuziale. «Sì, hai ragione: potrò far costruire una bella cappella per me e mia moglie. Kate mi è morta l’anno scorso…»
«Grazie per quello che fai, Karl. Sei un eroe» gli disse dandogli una pacca risolutiva sulle spalle e si alzò. «Ti ammiro davvero molto… Dunque sai tutto sulla scena che dobbiamo girare…» gli disse dandogli le spalle. «So che ti sei preparato a fondo, proprio perché potrà essere girata una volta sola.» E, mostrandosi nuovamente a lui: «ti siedi qui alla scrivania, leggi questo documento di tua figlia e decidi di bere un veleno molto potente per farla finita. Non puoi sopportare il disonore che lei, andando contro ogni tradizione familiare, possa scendere in politica con questi ideali. Purtroppo è un veleno atroce, Karl, non ti farà morire subito e avrai spasmi e convulsioni dolorosissime. Sarà terribile, ma filmeremo tutto. D’accordo?»
«D’accordo Ikkø. Senti, è il contratto? Non ho firmato nulla, sai, per i soldi…»
«Contratto? Farò molto di più per te, Karl…» e girandosi verso la telecamera accesa declamò in modo solenne: «Io, Ikkø Strömvik, come da intesa contrattuale, darò mandato alla produzione perché sia immediatamente versata agli eredi di Karl Källvatten la somma pattuita per girare la prossima scena di suicidio in diretta.» Poi rivolgendosi a Karl: «ora è tutto registrato, davanti a decine di testimoni, va bene così?»
«È fantastico, Maestro, grazie, sarà anche un magnifico ricordo per i miei.»
«Dunque se sei pronto, giriamo.» Si sistemò sulla sua sedia, fece aggiustare le luci, fece dare un ultimo ritocco al trucco di Karl e sistemò l’operatore dolly nella posizione corretta. Poi, dopo un improvviso silenzio si sentì: 
«pronti, motore… aaaazione».
Come un attore consumato Karl entra nell’inquadratura da una porta laterale e si siede alla scrivania; alza la cornetta del telefono per fare una chiamata e l’occhio gli cade su un documento. Lo legge. Si mostra disperato. Si copre gli occhi per la vergogna. Poi, in un impeto d’orgoglio, estrae da cassetto chiuso a chiave una boccetta. Si capisce subito dal contesto che è veleno. Lo beve. Di lì a poco il suo viso si trasfigura per il dolore, il corpo si contorce sulla sedia come fosse strangolato da un boa invisibile. Strabuzza gli occhi, la voce è strozzata nel chiedere aiuto, la lingua fuoriesce gonfia dalla bocca e un fiotto di bava bluastra gli sgorga dalle labbra rattrappite dagli spasmi; quindi, dopo diversi interminabili minuti, si accascia esanime sulla scrivania. Ikkø, che assiste a quella scena, rimane senza parole. Era di un realismo assoluto, inarrivabile, un tocco sopraffino. Grande, grandissima prova d’autore.
«Maestro…» lo chiamò dopo qualche attimo il responsabile delle riprese. «Maestro…»
Ikkø era immobile, ancora concentrato su quello che aveva appena visto. Era estasiato. Era semplicemente la forma espressiva perfetta in cui aveva sempre creduto: ed era passata davanti ai suoi occhi.
«Maestro, mi scusi…»
«Che c’è Svånsson?» disse riavendosi, seccato da quella interruzione.
«Non so come dirglielo, Maestro, ma c’era uno spinotto fuori posto. La scena non è stata girata.»
Ikkø si alzò in piedi di scatto, furibondo, gli occhi penetranti come avesse voluto uccidere con quelli. Poi chinò la testa cercando di calmarsi. 
«Non è venuto proprio niente, Svån?»
«Niente, Maestro, mi spiace.»
«Neppure la parte in cui mi impegnavo contrattualmente?»
«Neppure quella.»
«Bene. Allora pulite tutto questo casino e rifacciamo la scena daccapo con un altro attore. E questa volta fate più attenzione, per la miseria.»