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FaroEra la prima volta che sceglieva quel tratto di costa per trascorrere l’estate. Il cottage era a due passi dal mare, tanto da poter sentire il rumore della risacca fin dentro casa. Silenzio, tranquillità e solitudine: l’ideale per finire di scrivere il libro.
Appena posata la valigia decise di iniziare la giornata con una passeggiata: voleva esplorare l’ambiente circostante. Scelse il sentiero verso est che segnava la costa aggettante sulla spiaggia con una panorama gonfio di sole e di pulcinelle di mare che galleggiavano per ore nell’aria in equilibrio sul vento teso. Il profumo era saturo di salmastro e la luce rimbalzava maestosa e infinita in un luccichio di onde e di polvere d’acqua. Quando tornò nel cottage si sentì pieno di energie con un mucchio di buone idee che gli ronzavano nella testa.
La mattina dopo fece altrettanto. Questa volta però andò dalla parte opposta, verso ovest. Anche da quella parte il sentiero serpeggiava lungo il costone, ma dopo una mezz’ora di cammino, degradava improvvisamente verso la spiaggia. Mentre scendeva, cespugli ordinati di sassifraga e ginestre sembravano volerlo toccare e, ogni tanto, si vedeva qualche tamerice protendere i suoi rami verso il mare in un gesto di disperato richiamo.
Giunto alla spiaggia il mare non c’era. Svettava sulla sinistra solo un faro spento a sorvegliare una piana umida con sparse pozze salmastre piene di piccoli granchi e molluschi.
Sulla via del ritorno chiese a un vecchio seduto all’ombra della sua veranda perché, là dove c’era il faro, non si vedeva il mare. L’uomo, senza togliersi la pipa di bocca, gli rispose, in quella lingua melodiosa e strana che capì poco, che era tutta colpa di una diga foranea costruita mezzo secolo prima e che, comunque, era meglio che al faro non ci andasse. E ovviamente al faro ci tornò il giorno dopo.
La porta massiccia era mezza aperta, ma quando cominciò a salire si accorse che la scala a chiocciola era ostruita. C’era un po’ di tutto: un materasso con la relativa rete, le macerie di una casa, assi di legno. Era chiaro che non volevano che si salisse lassù.
Tornò al cottage irrequieto e, complici tre giorni di brutto tempo, uno di seguito all’altro, non uscì di casa. Ma appena il sole tornò ad abbracciare incontrastato la bianca costiera si armò di una pala trovata nel deposito degli attrezzi e si diresse al faro. Cominciò con il gettare sul terreno tutto il materiale che bloccava il passaggio impiegandoci quasi due ore; e quando pensava di aver avuto la meglio trovò le scale ingombre di una immensa macina per il grano. Era incastrata nella curva tra i gradini assaggiati dal tempo. Non sarebbe mai stato in grado di spostarla da solo.
Stava per rinunciare quando si accorse che nel muro interno, accanto a lui, c’era una porticina. L’aprì, anche se a fatica. Nonostante fosse molto buio vide penzolare dall’alto delle robuste cime da imbarcazione. Senza neppure pensarci, si strinse nel pertugio e, con la sola forza delle braccia, si tirò su fino a quando non fu in grado di entrare nella stanza della lanterna. Si guardò attorno: polvere e vetri rotti dappertutto, la trasmittente smontata da un lato, alcuni indumenti ridotti a stracci. Ma si vedeva poco. Sì, era ancora scuro nonostante le grandi vetrate a raggiera permettessero di vedere fuori. Poi si accorse che era buio non perché mancava la luce ma perché era notte, con uno spicchio insignificante di luna in una zona trascurata del cielo, anche se, ne era sicuro, avrebbe dovuto essere non più tardi delle undici del mattino.
Intanto, con un cigolio potente, la lanterna prese a muoversi e a girare in tondo proiettando il suo fascio di luce ipnotico sopra il mare. Già, perché il mare era davvero lì. Lo scorse d’un tratto, minaccioso, imponente: era sotto il faro a dar spallate poderose alle pareti. Le onde erano muri d’acqua che un momento prima raggiungevano il cielo a strappar via le stelle e subito dopo creavano baratri infernali di cui non si scorgeva il fondo. Uscì sul terrazzino con gli spruzzi d’acqua che gli sferzavano il viso. La scena era irreale, magica, ancestrale.
E poi sentì un grido.
Frugò meglio con lo sguardo nei gorghi neri, almeno per quello che il fascio di luce del faro ad ogni passaggio gli permetteva di fare. Era una persona, forse una donna, che lottava tra le onde. Si vedeva il biancore delle sue braccia che ogni tanto uscivano dalla superficie dell’acqua e si agitavano nell’aria come i tentacoli di un mostro marino. Ogni volta che la vedeva soverchiata dalla potenza della burrasca si convinceva che sarebbe stata l’ultima. E invece quella testa bionda riemergeva caparbia, come una boa inaffondabile, a gridare il suo nome. Sì, proprio il suo nome.
Si accorse di stare trattenendo il respiro.
Poi, prima ancora di poter concepire un qualche pensiero sensato, afferrò un salvagente di gomma dura e si buttò in mare.
Si buttò nell’acqua gelida e profonda.
Dimentico di ogni altra cosa.
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L’uomo camminava sul bagnasciuga mentre le onde trasparenti di spuma lo lambivano senza toccarlo. Ogni tanto si fermava a consultare un foglietto che teneva stropicciato nel pugno chiuso; giunto al faro, si girò più volte come cercasse conferma che quello fosse il posto giusto. Poi entrò dalla porticina e salì i gradini bianchi di pietra lucida di salsedine, incasellati a chiocciola in un volgersi che sembrava non finire mai; si arrestò a metà, col fiato corto, spiando quanta strada fosse rimasta. Continuò a salire come se non gli importasse nulla che la penombra stesse cancellando i gradini alle sue spalle e raggiunse la luce abbagliante che lo fece sobbalzare di gioia. Una donna giovane, dai lunghi capelli morbidi, un viso scolpito dall’amore, si girò verso di lui: stava per dire qualcosa, ma l’uomo la precedette:
«È lei il fotografo?» fece in un respiro affannoso.
«Lei chi cerca, scusi?» domandò sorpresa.
«Ho visto le sue foto su Internet, signora, e mi sono piaciute molto».
«Mi chiami Marta, per favore… Comunque non posso aiutarla. Io fotografo solo per hobby. Non è il mio lavoro far fotografie…»
«Lo so, lo so…» fece lui sedendosi sulla prima sedia che trovò. Aveva un’età indefinita, forse cinquant’anni tra ricordi e sogni in quegli occhi profondi. «È che lei, vede, fa delle foto sorprendenti… va oltre l’immagine; con la luce disegna la vita che abbiamo dentro, i sentimenti che ci agitano, le emozioni di chi ci conosce. E lo fa con uno stile tutto suo, con curiosità e meraviglia, ma anche con una carica di sensuale dolcezza…»
La donna abbozzò un sorriso, era imbarazzata. L’uomo aveva smesso di ansimare e ora stava guardando la distesa sperduta del mare innanzi a sé che pareva voler entrare nella lanterna.
«Ma come ha fatto a trovarmi?» chiese la donna che riprese a dar l’acqua ai kalankoe in fiore.
«Me lo sono segnato qui…» L’uomo si toccò la tasca dove aveva riposto il foglietto.
«Lei lo sa, vero, che questo posto non esiste?» insistette la donna avvicinandosi a lui. «È un posto dell’anima. L’ho creato io con la mia mente per ritrovarmi quando voglio stare sola. Io e lei, insomma, non siamo reali…» Lui la guardò confuso come se quella voce gli arrivasse da lontano. Non capiva. La donna tagliò corto: «A cosa le servono le foto?»
«In realtà me ne serve solo una. Voglio metterla sulla mia tomba. È per questo che voglio che sia lei a scattarla. Non voglio la solita foto-tessera, a mezzobusto, dall’aria stereotipata. Vorrei che mi fotografasse il viso, che si vedano gli occhi. Che si capisca quanto mi spiaccia morire e quanto io ami la mia vita, i miei cari, le mie cose…» Seguì una pausa fragile mentre la donna aveva preso a girargli attorno osservandolo meglio.
«Ci potrebbero volere delle ore» precisò lei più con l’intento di dissuaderlo che di avvertirlo.
«Me ne rendo conto, Marta, ma ho tutto il tempo… morirò solo il mese prossimo».

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