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Olaf il piccione

piccioneLa piazza era illuminata dal sole tiepido; le nubi cercavano di nasconderlo quasi fosse troppa tutta quella luce per un pomeriggio così sonnolento di tardo autunno.
«Capo, ti presento Olaf, un piccione appena arrivato dalla Scandinavia.»
Il Capo lo guardò distrattamente mentre stava controllando i suoi che, in un angolo della piazza, si stavano azzuffando. «Sei fuori rotta» commentò dopo un poco guardandolo ora con sufficienza. «Che vuoi da me?»
«Capo,» insistette il piccione segretario «questo giovane cerca lavoro e ha pensato di presentarsi da te come autorevole responsabile di zona».
Il Capo stava per aggiungere qualcosa quando gli si avvicinò un grosso piccione bianco maculato di grigio che gli parlò fitto fitto.
«Chi è?» chiese sottovoce Olaf al segretario, approfittando della pausa.
«Chi, quello? È un ‘sovratesta’. Il suo compito è quello di stare sulla testa della statua che vedi lì in centro. I turni sono di otto ore. È un lavoro piuttosto stancante ma anche di responsabilità e  soddisfazione.»
«Ho capito» fece Olaf pensoso. «Lui sta su testa statua per guardia giro in giro e avvisare se brutto pericolo».
Il segretario guardò lo straniero in modo curioso. «No, ma che dici… È solo per una questione di estetica, per le foto dei turisti. Hai mai visto una statua senza un piccione sulla testa? Che figura ci faremmo? Comunque è un lavoro piuttosto ambito, scordatelo.»
«Ok, ma posso tenere pulita area di lavoro da cibo. Ho visto molto sporchevole cibo intorno panchine. Questo è servizio per quale io pagato molto bene in mio Paese».
Il segretario si mise a ridere sguaiatamente. «Si vede che non sei di queste parti. Qui lo sporco fa folklore, non va tolto, se non in minima parte…»
«Ah, comprendo. Posso però organizzare turni per personale presente in piazza, in modo qui squadra sempre in servizio per pronta necessità…»
«Turni? Che cosa inutile! Da noi viene chi ha voglia di lavorare e chi non ce l’ha se ne sta in grondaia a prendere il sole. Certo che sei proprio un tipo strano…»
Olaf non sapeva più cosa aggiungere. Gli venne voglia di volare via.
«Allora, che lavoro vorresti fare?» chiese il Capo all’improvviso dopo aver licenziato il ‘sovratesta’. «Sentiamo!»
Olaf ci pensò su e poi disse: «Potrei volare su panchine e sporcare loro ben bene con mio liquame fresco e poi vedere faccia turisti».
«Mi piace!» esclamò il Capo abbandonandosi a un sorriso accattivante. «Mi piace davvero, sei assunto».

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finger artIl risveglio era ogni giorno più penoso. Il sonno era diventato da qualche anno intermittente e scarsamente riposante. Colpa delle apnee notturne che lo svegliavano di continuo lasciandolo in preda al panico per la sensazione di soffocare. Ora Pigi era davanti allo specchio del bagno a chiedersi chi fosse mai quella persona che vedeva riflessa. La sua pelle non era più tesa come una volta e la barba si mostrava biancastra con qualche disillusione di troppo a segnargli gli angoli della bocca. Chiuse gli occhi e il sonno gli si irradiò dalle palpebre come una ragnatela appiccicosa che lo stordì. Cercò lo spazzolino brancicando nella penombra: riuscì solo a far cadere il bicchiere di plastica con dentro il dentifricio, il pettine e chissà cos’altro. Gli oggetti rimbalzarono sulle piastrelle con un rumore insopportabile come se non si fossero persi in quella stanza, ma in un mondo sommerso e irraggiungibile. Si risolse ad accendere a malincuore la luce per recuperare tutti gli oggetti caduti: li ritrovò a fatica tranne il tubetto del dentifricio, mezzo spremuto, rotolato fin dietro al water. A carponi, con le ginocchia a contatto del pavimento gelido, realizzò che, a dar retta ai segnali che il suo corpo gli mandava, sarebbe dovuto tornare a letto. Invece prese a lavarsi, come un automa, accorgendosi di lì a poco che l’acqua non scendeva nello scarico. Qualcosa era scivolato dal bicchiere nel lavabo otturandolo. Aspettò con pazienza che si svuotasse, imprecando tra sé e sé su come fosse iniziata male quella giornata; poi vide che dal buco stava facendo capolino quello che gli pareva essere un grosso verme grigio che si contorceva su se stesso. Guardò meglio. No, era un dito. Un indice affilato, ossuto, che saggiava la consistenza del fondo del lavandino attorno all’apertura. L’unghia era lunga, violacea, in parte rialzata e tastava con insistenza e proditoria sicurezza. La reazione di Pigi fu immediata quanto irrazionale: impugnando lo spazzolino come un coltello picchiò duramente su quel dito fino a farlo rientrare da dove era venuto. Dopo pochi secondi, inaspettatamente, fuoriuscirono però un indice e un medio che subito afferrarono il manico dello spazzolino ingaggiando con l’uomo un tira e molla furioso. Nonostante gli sforzi prolungati Pigi perse la presa e lo spazzolino sparì all’interno dello scarico. L’uomo rimase senza fiato, con la paura che gli irrigidiva braccia e gambe. Si sporse pian piano verso il centro del lavandino per vedere dove lo spazzolino fosse andato a finire, ma vide distintamente un occhio che dal fondo del tubo lo guardava esterrefatto. Sostenne lo sguardo quasi si aspettasse di avere una spiegazione. Quindi, svelto, andò nello sgabuzzino da dove tornò con un flacone da cinque litri ancora chiuso di candeggina che subito riversò pura, sino all’ultima goccia, sull’occhio spalancato. Il lavandino prese a tremare e a scuotersi violentemente tanto che, pensando sarebbe caduto a terra, decise di abbracciarlo con tutto il corpo per sorreggerlo. Si sentirono ribollimenti e indefinibili mugolii. Poi tutto tacque. Pigi si sporse con cautela per controllare cosa fosse accaduto. L’occhio non c’era più. 

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