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Archive for the ‘racconti’ Category

«Ti dobbiamo spostare di lì, preparati!» annunciò la guardia appoggiando il viso alle sbarre. Mark aveva fatto appena in tempo a girarsi nella sua direzione che l’uomo era già sparito. Sapeva di aver poco tempo. Era già successo, un mese prima. Non aveva capito bene e pensava che ci sarebbe stato modo di far su le sue cose con calma. E invece dopo pochi minuti erano entrati due sacramenti di secondini che lo avevano letteralmente impacchettato in un altro braccio, quello in cui si trovava ora. Credeva che gli avrebbero permesso di tornare a prendere i suoi “effetti” più tardi, glielo avevano persino promesso, ma aveva ben presto capito che non avrebbe più riavuto nulla, né le sue lettere, né le foto, né il suo libro. Niente di che, è vero, tranne le foto. Ci teneva alle sue foto. E poi in carcere il poco, si sa, è tantissimo.
E così accadde anche quella volta. Entrarono le due guardie di fretta, come se dovessero spegnere un incendio. Una la conosceva bene, perché la chiamavano ‘Spaccadenti’, e non credo si debba spiegare perché; sapeva solo che gli altri detenuti lo evitavano come una brutta dissenteria in piena estate.
Lo spintonarono fuori dalla cella portandolo ben presto fuori dal braccio.
«Dove stiamo andando?» chiese lui preoccupato.
Le due guardie rimasero in silenzio, sembrava non avessero neppure sentito.
Il secondino che aveva il grugno meno massiccio dopo qualche secondo gli spiegò, con due parole non di più, che aspettavano di lì a poco un sacco di nuovi “uccellini” rimasti intrappolati in una retata giù ad Halifax.
«E allora dove mi state portando?»
Loro continuarono a non rispondere, ma quando Mark vide che stavano entrando nel braccio dei definitivi cercò di puntare i piedi. Le due guardie lo alzarono letteralmente da terra.
«Non potete portarmi qui… non potete, io sono in attesa di giudizio, non un definitivo… qui ci sono scannauomini e stupratori…»
«Vuol dire che farai un po’ di esperienza…» disse ‘Spaccadenti’ senza neppure muovere le mascelle.
In pochi minuti arrivarono a quello che sarebbe stato il suo nuovo gabbio. Aprirono la porta massiccia con non so quanti giri di chiave e lo spinsero dentro come una palla da bowling. La cella era al buio. Non si vedeva niente. Chissà dov’era l’interruttore. Era tutto diverso lì.
«E tu chi sei?» si sentì dopo un po’ dire nell’aria.
Una volta accesa la luce, un uomo anziano, un po’ curvo, scivolò lentamente dalla branda in basso. La cella era spaziosa, ordinata, pulita.
«Sono Mark, Mark Norton di Crumbsville, Maryland» disse il nuovo arrivato tendendo la mano.
«E che ci fai qui Mark Norton di Crumbsville, Maryland?» fece l’altro senza stringergliela.
«Sono in attesa di giudizio… mi hanno sbattuto qui perché sembra che nel mio braccio hanno bisogno di celle…»
L’uomo anziano lo guardò fisso, come se non avesse capito. L’azzurro dei suoi occhi era annacquato, senza nerbo, spento.
«Io sono Neil… Neil Bachman» disse rimettendosi in branda «vengo da un’altra vita e sono qui da così tanto tempo che non mi ricordo più neppure perché.»
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Nei giorni successivi Mark ebbe modo di conoscere meglio il suo compagno di cella. Gli avevano dato l’ergastolo anche se non volle rivelarne la ragione. Parlò a lungo del lavoro che faceva quando era fuori, della villa in collina, della sua bella famiglia, in particolare del figlio grande, di cui era orgoglioso, e che faceva lo stock broker a Wall Street e, a sua volta, era sposato con due figli, belli come divi del cinema. Gli mancava tanto la sua famiglia, diceva, ma non disperava di rivederla presto anche se non si capiva bene in che senso. Era un bravo diavolo, Neil. Mark era stato fortunato, dopotutto.
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Poi un giorno Neil, che stava guardando fuori dalla cella attraverso lo sportellino che a volte le guardie lasciano far aprire, all’improvviso si mise a darsi i pugni in testa e a graffiarsi il volto. Lo fece con tanta violenza che Mark si spaventò. Cercò di fermarlo senza riuscirci perché il vecchio, nonostante l’età, aveva una forza indomabile.
«Cos’hai? Cos’hai? Chiamo qualcuno? Stai male?»
Neil senza dir nulla si buttò nel suo lettino lamentandosi e piangendo come un neonato. Mark non sapeva che fare.
«Lascialo perdere…» gli disse la guardia che dalla porta della cella osservava la scena.
«Ma cos’ha? Che gli è successo…. non capisco… è successo tutto d’un tratto…»
Per un po’ la guardia tacque. Continuava a fissare l’anziano detenuto che si contorceva come preso da dolori lancinanti.
«Si è solo ricordato del perché è qui…» disse dopo qualche attimo.
Mark si girò verso la guardia per invitarlo a proseguire.
«Ha massacrato tutta la sua famiglia in un trip di roba tosta che a quel tempo si faceva… Ma non preoccuparti, fra un quarto d’ora, non di più, se lo sarà di nuovo dimenticato. È da tempo che si è fritto il cervello.»

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«Esta ‘na pappina!» disse l’uomo aprendo subito dopo la bocca e mostrando solo tre denti; due superiori e uno inferiore. In compenso gettò uno schizzo di saliva sulla camicetta della ragazza che aveva di fronte; ma lei non se ne accorse.
«EHHH?!?» fece esageratamente la ragazza facendosi calare gli occhiali sul naso.
«Esta» e l’uomo sdentato indicò più volte il bancone su cui si stava appoggiando «‘na pappina!»
«Il negozio alimentari dove può trovare alimenti per neonati è qui accanto… faccia scorrere la coda, per favore.»
A quel punto si avvicinò un uomo piacente, con un sorriso educato e uno sguardo sberluccicante.
«Lo scusi tanto, signorina, lui non è di qui… voleva dire che ‘questa è una rapina…’»
«ABBIAMO FATTO LI’ DAVANTI? Ho la macchina in doppia filaaaa…» gridò una signora anziana che agitava minacciosamente per aria un ombrello.
«Sì sì, stiamo concludendo…» rispose il signore piacente voltandosi verso la voce sgradevole.
«Cosa succede qui?» si avvicinò alla cassiera un uomo alto, i capelli brizzolati e gli occhialini con lenti quadrate e la montatura fine e d’oro.
«Dottore, i signori qui stavano chiedendo se abbiamo una pappina… ma io…»
«Rapina, signorina, rapina! Come glielo devo dire?» sbottò l’uomo piacente cercando di mantenere bassa la voce.
«Faccio io, Ermelinda, grazie…» disse il Funzionario spingendo delicatamente da un lato la cassiera. «Lei si chiama, scusi…?» chiese in modo gelido.
«Per ovvie ragioni preferirei non dirglielo…» rispose l’uomo piacente.
«Potrebbe almeno dirmi se ha un conto corrente qui da noi?»
«Oh cielo, no! Le sembra che rapinerei la mia banca?»
«Ma sa, è pur sempre una questione di fiducia… non tutte le banche sono uguali, c’è chi dà più garanzie di altre, anche in caso di rapina…»
«Non ci avevo pensato!»
«Immagino!» se ne uscì con aria di susseguo il Funzionario facendo finta di mettere in ordine delle carte davanti a sé.
«FACCIAMO SALOTTO?» sbraitò ancora l’anziana con l’ombrello.
«Senta, piuttosto» disse dopo un po’ il Funzionario sempre con tono compassato «adesso mi sta bloccando la fila, questa è un’ora di punta e oggi, per di più, ho il pagamento delle pensioni… Il giorno riservato alle rapine, per accordo sindacale, è il venerdì ed è anche prevista una fascia di rispetto: tra le ore 14.15 e le ore 14.45. Sicché non mi parrebbe proprio il caso che…»
«C’è un giorno apposta per le rapine?» chiese sbalordito l’uomo piacente.
«Certo, cosa crede… ormai non possiamo mica più lasciare al caso questo tipo, diciamo, di “interferenze”…»
«Ma così avreste tutto il tempo per chiamare la Polizia…»
«Mica detto… a volte non hanno la pattuglia disponibile… spesso abbiamo pochi soldi in cassa… e poi c’è l’assicurazione che indennizza…»
«Ho capito, se lo dice lei…»
«Certo che lo dico io!»
«Allora potremmo tornare venerdì prossimo… se non incomodiamo…»
«Mi faccia controllare…» fece il Funzionario compulsando il computer davanti a sé. «Purtroppo siamo già full con le prenotazioni… e anche per venerdì prossimo e per l’altro ancora… Sa, ultimamente siamo molto gettonati; del resto siamo il miglior istituto di credito sulla piazza. Dunque, mi faccia vedere… Ecco sì, ho un posto libero in overbooking solo a settembre… il 20 per l’esattezza… Che faccio vi metto in lista di attesa?»
«Trottinlà» disse l’uomo sdentato.
«Trullallà?» domandò la cassiera che non si era mossa di lì interrogando dubbiosa il Funzionario impassibile.
«Macché ‘trullallà’! Sta dicendo ‘troppo in là’» precisò l’uomo piacente. «Abbiamo bisogno di soldi, SUBITO!»
«Soldi subito?» chiese il Funzionario allargando le labbra sottili in un sorriso che sembrava un ghigno. «Allora siete nel posto giusto. Abbiamo dei mutui agevolati anche e soprattutto per soggetti socialmente disagiati come voi; il tasso è bassissimo perché convenzionato con la Regione ed è davvero sorprendente il piano di rientro su base decennale… sono sicuro che ne rimarreste entrambi entusiasti se aveste la cortesia di farmelo esporre.»
«Davvero?!?» fece l’uomo piacente.
«Ma certo… venite, venite…» disse indicando uno sportellino a spinta poco distante «parliamone più comodamente nel mio ufficio…»
«FINALMENTE!» si sentì gridare da in fondo alla fila.
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dietro il racconto
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Era ormai da diversi mesi che si era sepolto vivo in quella casupola fatiscente. Ed era così sperduta nel Supramonte che neppure lui a volte si ricordava dove fosse finito. E così si sorprese molto di veder sulla ripida stradina bianca qualcuno che si avvicinava in bicicletta. Non era una via di passaggio, quella: quel qualcuno stava venendo su proprio da lui.
Andò a prendere la preziosa carabina, regalo degli amici fidati per rendere più sicura la sua latitanza. Si appostò schiacciandosi tra una buca nel terreno e un grosso ramo di quercia che lo rendeva invisibile, soprattutto a chi veniva dal basso e aveva il sole negli occhi. Guardò con il teleobiettivo: era un ragazzino. Saliva l’erta in modo agile e senza troppa fatica. Controllò meglio. Ma sì, era Nastasi, il figlio di Bibinu, il suo amico di infanzia. Cosa poteva mai volere da lui?
Appoggiò il fucile e scese verso la stradina. Saltò fuori all’improvviso da un cespuglio di mirto parandosi davanti alla bicicletta. Bloccò così repentinamente la ruota anteriore che la bicicletta scartò di lato e il ragazzino cadde nella polvere.
«Ti ha seguito qualcuno?» chiese lui rabbioso.
«No zi’ Frantziscu, no, sono stato attento…»
«Sei sicuro?» fece ancora lui sovrastandolo e guardando verso valle. L’aria fredda della montagna gli precipitò in gola e gli diede la sferzata di vitalità del filu ‘e ferru.
«Sicurissimo, potessi non vedere più mia madre» rispose il ragazzino che, ancora in terra, baciò più volte gli indici disposti a croce.
«Non dire stupidaggini…» fece Frantziscu alzando di peso Nastasi. «Si può sapere cosa vuoi? È pericoloso che tu sia qui…»
«Mi ha mandato Bibinu… mi ha detto di dirti che il Lupo, morto è…»
«Ma cosa dici? Non può essere…» chiese lui che non riusciva a credere a quello che aveva appena sentito.
«Sicuro, morto è.»
«E come?»
«Un incidente stradale, a ieri sera, sulla strada per Cala Luna. Una moto ha sbandato e lo ha spinto sugli scogli. Sul colpo morì.»
Frantziscu rimase impietrito. Non riusciva più a muoversi, né a pensare. Forse farfugliò un “grazie”, perché il ragazzino dopo un po’ tirò su la bicicletta e lentamente riprese la strada di casa.
No, non ci poteva credere: l’uomo che gli aveva dato la caccia per anni, che lo aveva fatto sbattere in galera, che lo aveva malmenato giurandogli vendetta… era morto. La sua prigionia, quel suo sentirsi braccato come un animale da preda, quel suo vivere di stenti erano incapsulati per sempre in un periodo maledetto improvvisamente finito.
Tornò alla baracca e si sedette. Dalla finestrella scheggiata di pietra, il cielo si rabbuiava di pioggia. Poi si buttò sul pagliericcio. Tutta la stanchezza e l’angoscia di quegli anni gli montarono alla gola per soffocarlo. Si mise a piangere, disperatamente, tanto farlo sussultare nella branda. Passò dalla dormiveglia al sonno come cadendo da un burrone. Alle prime ore dell’alba si svegliò. Era ora di tornare a casa.

Quando finalmente arrivò, c’erano tutti i suoi amici ad aspettarlo. La moglie e i figli avevano preparato una tavolata apparecchiata con ogni bendidio. Mangiarono, bevvero e scherzarono che sembravano tutti tornati ragazzi. Lui ogni tanto continuava a chiedere se fosse vero. Poi smise quando lesse finalmente il trafiletto sul giornale; pian piano scoprì di poter ricominciare a pensare al futuro.
A notte inoltrata gli amici se ne andarono. Abbracciò a lungo la moglie e la baciò.
«Vieni…» gli disse lei prendendolo per mano e indicando la camera da letto.
«Arrivo subito…» rispose. Andò in bagno. Si guardò allo specchio. La barba era lunga, incolta, i capelli ispidi. Avrebbe avuto bisogno di un buon bagno e di rimettersi a posto. Si lavò la faccia a lungo, come per svegliarsi da un sogno. Si guardò di nuovo allo specchio. Ma non c’era più la sua immagine riflessa. C’era quella del Lupo. Deturpato dall’incidente e rifinito dalla morte.
«Ricordati..» gli disse guardandolo dritto negli occhi «che con te non ho ancora finito.»

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«Ma non lo senti anche tu?» sbottò improvvisamente la moglie.
«Cosa dovrei sentire?» chiese lui dopo un po’ di incertezza ma senza distogliere lo sguardo dal monitor del computer.
«Questo… cos’altro?» fece lei allargando le braccia.
Arturo si voltò a guardarla con pazienza. Erano trent’anni che era sposato con quella donna, ma doveva convenire che più passava il tempo e meno la capiva.
«Questo, cos’altro, COSA?» scandì bene le parole lui.
«Questo crunch-crunch…»
Arturo non aveva nessuna intenzione di approfondire l’argomento e si tuffò a rileggere per la quarta volta la stessa riga.
«Ho letto che i tondini di acciaio…» seguitò la donna come se il marito le avesse chiesto invece spiegazioni «…sai quelli che si usano in edilizia per armare il cemento…»
«So bene a cosa servono i tondini di acciaio… cara…»
«Ah sì? Ah bene… dicevo… che ho letto che i tondini di acciaio sono aggrediti da microrganismi opportunisti, prodotti dalla stessa umidità del calcestruzzo, che pian piano se li divorano come grissini …»
«Come grissini…» ripeté Arturo meccanicamente «…perché i microrganismi fanno crunch-crunch…»
«Certo!» fece lei alzandosi dalla poltrona come se un granchio l’avesse appena morsa sul sedere.
«Il rumore delle loro mandibole si sente distintamente in ogni stanza della casa e poi nel bagno, dove la tramezza è più sottile, addirittura è assordante…»
«Se è una tramezza, cara, non può essere fatta di cemento armato…» obbiettò lui.
«Cosa ne vuoi sapere tu che nella vita hai sempre e solo fatto il farmacista… vieni dietro a me piuttosto e sentirai con le tue stesse orecchie.»
L’uomo sapeva che non sarebbe stato lasciato in pace. Mise a malincuore in stand-by il computer e ciabattando la seguì.
I due si ritrovarono poco dopo con l’orecchio appiccicato alle piastrelle del muro perimetrale e i piedi al di qua della vasca; l’equilibrio era precario ma la postura necessaria.
«Non sento niente…» se ne uscì lui seccato.
«Shhhh» fece lei azzittendolo. «Ecco… ecco…» e mosse in ogni direzione l’indice ossuto.
«Sentito?… E adesso perché ridi?!?» gli chiese indispettita.
«Perché sento la vicina che sta facendo pipì…»
«Sei il solito porco…» gli disse assestandogli una sberla sul braccio «Non si può mai fare un discorso serio con te… vedrai… te ne accorgerai quando ti cascherà il tetto sulla testa.»
Lui avrebbe voluto farle notare che non c’erano tondini di acciaio a reggere il tetto ma decise di trincerarsi dietro a un definitivo:
«Sì, cara, come vuoi tu.»

La moglie si trovava in cucina e ogni tanto interrompeva il lavaggio dei piatti per guardare innanzi a sé: sembrava vedesse sfrecciare davanti al naso qualcosa che seguiva con gli occhi.
«Cos’hai? Ancora con il tuo crunch-crunch?» domandò il marito che la osservava da dietro le spalle.
«Come dici?»
«Ancora fissata con il tuo crunch-crunch
«Macché… non si sentono più…»
«Ah no? Ti eri sbagliata?»
«Ma che dici? È segno piuttosto che si sono mangiati tutto l’acciaio disponibile. Temo che la casa stia su ormai solo per inerzia… Quando entrambi saremo morti, orribilmente schiacciati dalle macerie, ti rinfaccerò il tuo scetticismo!»
«Ne sono sicuro… ma allora che cos’hai, adesso?»
«Come, non lo vedi?»
«COSA non vedo?»
«Le onde elettromagnetiche. Sono come lame argentee sottilissime e caldissime che sfrecciano dappertutto… Ci stanno friggendo il cervello…»
«Friggendo il cervello…» ripeté lui «…e tu vedi le onde elettromagnetiche…»
«Sì, sono dovunque… tutta colpa di questi maledetti telefonini e degli uaierles…»
«E se mi mettessi il cappello, quello pesante da montagna?» chiese lui.
«Scherza, scherza… A te il cervello mi sa che te l’hanno fritto già da un bel po’…»
«Sì, certo cara, come vuoi tu.»

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«Paolo, hai preso l’Uovo di Pasqua per Giulio?»
La domanda lo aveva fulminato sullo zerbino di casa. Se n’era dimenticato e un sudore gelato gli corse come un’onda lungo il collo. Il lavoro in farmacia si era protratto più del previsto quel giorno e gli era passato di mente.
«Glielo avevi promesso!» rincarò lei la dose regolando l’occhiata sulla modalità “sufficienza/biasimo”.
Giulio, il figlio di otto anni, stava aspettando poco distante. Ascoltato il breve scambio di parole tra i genitori, prima incrociò le braccia e poi corse via piangendo in camera.

La cena si svolse in un silenzio suboceanico. Si sentiva solo il rumore delle posate, il masticare rumoroso del bambino e qualche suono distratto nella via. Paolo era mortificato. Avrebbe voluto chiedere alla moglie perché mai l’uovo non l’avesse comprato lei visto che era stata a casa tutto il giorno; ma avrebbe scatenato ls solita discussione senza fine da cui non ne sarebbe uscito o, peggio, ne sarebbe uscito a pezzi. Meglio rimanere zitti.
Poi, mentre la moglie serviva il secondo, suonò il campanello della porta. Paolo non aveva fatto in tempo a pensare chi potesse essere a quell’ora che Giulio era già sceso dalla sedia ed era andato ad aprire: come se avesse avuto una premonizione.
E sullo zerbino troneggiava infatti un Uovo di Pasqua che sembrava enorme. Era incartato in modo sontuoso in una confezione con colori sgargianti che ne aumentavano la dimensione. Giulio emetteva gridolini di contentezza, saltando sul posto e battendo le mani; alla fine si mise ad abbracciare l’uovo.
«Ma cosa fai, Giulio… aspetta che ti aiuto a portarlo dentro…» gli disse la madre che ora guardava il marito in tutt’altro modo.
«Allora ci prendevi in giro… sei tremendo» gli disse lei sottovoce regalandogli uno dei suoi più bei sorrisi di sempre mentre lui, avvicinandosi titubante, indugiò sulla soglia per scrutare la strada in entrambe le direzioni.

Fu complicato convincere il bambino a finire la carne. Ma, subito dopo, in pochi attimi, l’uovo fu scartato e riposto sulla tavola in tutta la sua grossezza. Paolo andò persino a prendere il martello tra gli attrezzi del padre e tutto eccitato cominciò a rompere la crosta del cioccolato in più punti. Era di prima qualità, spesso, profumato. Giulio si mise a mangiarlo spingendosi i pezzi in bocca con entrambe le mani. Gli occhi brillavano di felicità.
In fondo si intravide la sorpresa.
«Tieni papà» disse il bambino fiducioso «me lo monti tu?» dando per scontato fosse un giocattolo da assemblare.
Paolo prese il pacchetto con circospezione. Quando erano venuti l’ultima volta in negozio erano stati chiari. Doveva pagare di più e più puntuale o ci sarebbero state conseguenze incalcolabili. Già. Avevano detto proprio così: “incalcolabili”. Sillabando bene la parola.
Si mise il pacchetto in grembo per non farsi vedere dalla moglie e dal bambino che se la ridevano tra loro.
Sì sì, come temeva. Era una pistola arrugginita, senza caricatore. E un proiettile calibro .38. Nella canna era infilata in modo accurato una fotografia arrotolata. Era di Giulio che giocava tranquillo in giardino, in una giornata di sole. Ed era macchiata di sangue.
«Ma papà sei fichissimo…» disse Giulio strappandogli all’improvviso di mano la pistola. «Anche una pistola ad acqua! Grazie… è la più bella Pasqua della mia vita.»

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hat_gy

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Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
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Era diverso tempo che Arvo lo invitava a casa sua. Più che altro perché voleva fargli visitare le sue serre di piante e ortaggi. Ne parlava spesso quando era in compagnia e si capiva che ne era orgoglioso.
E quando finalmente Saverio si convinse di andarlo a trovare, capì che si trattava di una grande passione. La prima serra era ampia come metà della casa ed era piena di primizie, erbe medicinali e aromatiche. C’erano tutte le qualità di basilico, la melissa antica, le pere nane dell’Alabama e le fragole nere e blu di chissà dove, senza contare la sezione di piante grasse e di ikebana.
La seconda serra era ancora più vasta ed era dedicata alle sole piante da fiore dove c’erano esemplari anche rari di cui scordò subito il nome.
«È davvero fantastico qui…» gli disse sinceramene Saverio «Non credevo avessi fatto le cose così in grande. Adesso capisco perché ti si illumina il volto quando ne parli. Ma come fai a star dietro a tutto questo?»
«Per fortuna sto molto bene di famiglia…» disse quasi vergognandosene «e ho tanto tempo libero.» Arvo si era messo a guardare in lontananza un uomo che stava sarchiando il terreno con una gigantesca macchina rossa. Sembrava essersi ricordato di qualcosa che lo aveva rattristito.
«Vieni…» fece poi all’improvviso facendogli segno con la mano. «Deve ancora venire il bello».
Saverio fece fatica a stargli dietro. Le falcate di Arvo erano lunghe e poderose. Camminò una decina di minuti e dietro a una collina artificiale apparve una terza serra. Era la casa delle farfalle. E, appena entrati, centinaia, migliaia di farfalle di tutti i colori e fogge volarono loro attorno.
«Ma è incredibile questo posto…»
«Sì, davvero…» gli rispose Arvo «ma non è questo che ti volevo mostrare…» e subito proseguì di gran lena lungo tutto il padiglione senza fermarsi. Poi arrivò davanti a un’altra porta. Si voltò verso Saverio sorridendogli. Gli tolse delicatamente una farfalla che aveva sulla fronte ed entrò.
«E quest’altro luogo che cos’è?» chiese l’amico che si sarebbe a quel punto aspettato di tutto.
«Questo è il mio posto magico…»
Non aveva finito di parlare che una pianta che era loro vicino si sporse verso Saverio e gli sottrasse dal taschino una sigaretta per poi iniziarla a masticare rumorosamente.
«Ma mi ha rubato…» disse Saverio indicando la pianta che faceva l’indifferente.
«Sì dopo un po’ però la sputa… perché sa che qui dentro non si può fumare…» fece l’altro candidamente.
Intanto dal fondo del locale arrivò un’altra pianta con un meccanismo complicato inserito sotto il vaso che le permetteva di muoversi.
«Questa è la mia preferita… si chiama Greta…» disse Arvo prendendo ad accarezzarla. Saverio era allibito.
«Ma cosa hai combinato qui?» riuscì a dire a malapena.
«Ti piace, vero?» fece Arvo spostandosi con sollecitudine verso la vetrata dove si mise a dar da mangiare ad alcune piantine che si allungavano verso di lui per prendere i bocconi migliori come fossero uccellini appena nati.
«Questi sono i miei esperimenti.»
Greta si avvicinò a Saverio per avere una carezza anche da lui.
«Ehi, ma Greta sta facendo le fusa» fece Saverio ad Arvo rimasto di spalle.
«Vuol dire che le sei simpatico… Ah… stai attento però perché quell’attaccabrighe di Sophie è gelosa e spara delle maledette spine soporifere…» lo avvertì a quel punto girandosi.
«Saverio… Saverioooo, dove sei andato, Saverio?»

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Mathias e Luna si erano sposati da qualche settimana e avevano deciso di andare a vivere in una casa a ridosso del bosco. La strada dal paese terminava proprio davanti alla loro villetta e poi proseguiva sotto forma di sentiero, prima tra roverelle rade, e poi nel fitto di carpini e faggi.
Il fidanzamento era stato breve, si erano piaciuti subito e anche la scelta di vivere un po’ isolati, in mezzo alla campagna, era stata fatta di buon grado da tutti e due.

«Devi venirci a trovare» aveva detto a Tom quella sera al telefono. E siccome il vecchio amico aveva percepito dal tono della voce una vena di preoccupazione Mathias, aveva chiarito che gli serviva una sua opinione come esperto di animali. Senza aggiungere altro.

La cena era stata squisita e con la scusa di mostragli il panorama dalla terrazza gli mise un bicchiere di passito in mano e se lo portò con sé.
«Tua moglie Luna, ha le mani d’oro in cucina…» disse Tom appoggiandosi alla ringhiera e gettando l’occhio sulle colline lontanissime. «Penso di avervi fatto fuori le riserve alimentari di una settimana intera.»
Mathias sorrise. «Non sai che piacere mi faccia averti qui» e gli appoggiò una mano sulla spalla.
«Allora, mi vuoi dire cos’è che ti turba? Non vai d’accordo con lei?»
«No, al contrario Tom, va benissimo. Non mi sono mai sentito meglio in vita mia: è una compagna dolcissima. È che non ci siamo ancora abituati ai rumori e ai suoni della campagna.»
«Cosa vuoi dire?» fece lui assaporando il liquido ambrato appena illuminato dalla luna.
«Da qualche tempo qua attorno si sentono degli strani versi di animali che inquietano Luna. La fanno trasalire e la rendono nervosa. Lei non mi dice nulla, ma la vedo tesa e preoccupata.»
«Questa è la stagione dei daini, amico mio, e quassù ce ne sono tanti, almeno secondo l’ultimo monitoraggio… è normale… ci farete l’abitudine.»
«Lo pensavo anch’io, Tom, ma ho controllato su internet; dai video su YouTube che ho visionato ho potuto verificare che non si tratta del verso di un daino o di un capriolo… deve trattarsi di qualcos’altro: è… è un suono strano.»
«Strano?»
«Sì… è per questo che l’ho registrato con il telefonino; per fartelo risentire. Ascolta…»
Il verso che uscì da cellulare si diffuse come una macchia densa nel cielo scuro bucato di stelle. Tom fece una faccia corrucciata, rimanendo per qualche momento senza dir nulla. Poi la registrazione si interruppe.
«Hai ragione: non è un daino, né un altro ungulato e neppure un cinghiale o un uccello notturno… E lo senti spesso?»
Mathias stava per rispondere quando lo stesso verso, dal vivo, riempì l’aria. Era sonoro, vibrante, sostenuto. Proveniva dal profondo del bosco, dove l’oscurità era ancora più compatta. Sembrava che qualcuno venisse soffocato e cercasse di chiedere aiuto senza riuscirci; anche se si capiva, per l’intonazione di alcune note, che in realtà era proprio un richiamo d’amore. Faceva raggelare il sangue. Il suono si ripeté alcune volte fino a che si spense lentamente precipitando nella boscaglia come gocce di pietra. Entrambi ne furono sollevati.
«Allora cosa ne pensi, Tom?»
L’amico aveva gli occhi bassi, come se cercasse sulle mattonelle dell’ampia terrazza la risposta. Mathias ripeté la domanda.
«Di che animale si tratta? Può essere, che ne so, una volpe, una lince? Potrebbe costituire un pericolo per noi?»
«No, Mathias, nulla di tutto ciò… tuttavia non saprei…»
«Possibile che tu non ti sia fatto un’idea?»
«Veramente un’idea ce l’avrei, ma non può essere…»
«Dimmela lo stesso…»
«Ma non può essere, te l’ho detto.»
«Dimmela Tom…» Il tono adesso era quasi di supplica.
L’amico guardò gli occhi di Mathias che avevano catturato la luce che veniva dall’interno della casa. Si schiarì la voce.
«Ci… ci sono alcune registrazioni… di tempo fa… ebbene… temo… temo… potrebbe essere il richiamo di un licantropo.»
Mathias a quelle parole si mise a ridere, pensando fosse una battutaccia. Poi vide che l’amico era serio.
«Ma non esistono i licantropi…» gli obbiettò subito dopo.
«Sì è quello che penso anch’io, è per questo che non te lo volevo dire, sono stupidaggini…» fece Tom come per scusarsi. «Anche se si dice» seguitò guardando ora di nuovo le colline grigie «che quando lanciano quel richiamo significa che hanno trovato la loro compagna… Ne possono avvertire l’odore anche a cinquanta chilometri di distanza…»
Mathias ripensò alla reazione della moglie ogni volta che sentiva quel verso. Gli era parso che non fosse di paura o di preoccupazione, piuttosto di inquietudine come da vagheggiamento o da smania controllata. Ma non aveva voluto darvi importanza.
«Non ti preoccupare però…» gli fece Tom «…te lo ripeto, sono solo sciocchezze.» E lo abbracciò forte.

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