Nanuk

glob-ursLe orme non mentivano. Il nanuk era particolarmente grosso, un maschio probabilmente, a giudicare dall’odore dell’urina che aveva trovato insieme ai resti di una strolaga mezzana.
Il vento stava rafforzando e Yup’ik sapeva che doveva far presto e tornare alla casa di neve il prima possibile: c’erano tutti i segnali per una bufera in arrivo da sud-est.
Nonostante la sua esperienza Yup’ik non riusciva però a capire come facesse quell’orso a sfuggirli. Ogni volta che pensava di essergli vicino, si accorgeva che le tracce lasciate erano meno recenti, come se la bestia avesse improvvisamente trovato il modo per allungare il passo. Non sembrava inoltre neppure procedere in linea retta, ma in tondo o a zig zag e a volte persino tornava indietro. Strano comportamento, davvero, per un nanuk. Il suo spirito guida doveva essere molto forte.
Cercò di fermarsi il meno possibile, senza riposarsi neppure per mangiare; badando solo di tener sempre a portata di mano il suo fucile: era contento di essersi fatto convincere a comprarlo usato giù all’emporio di Talquikk. Con un’arma simile era quasi sempre garantita una tranquillizzante distanza di sicurezza; quasi sempre, certo, perché un nanuk di quell’età era persino capace di aspettarti per ore dietro il primo sperone di ghiaccio per poi attaccarti all’improvviso alle spalle se aveva deciso che costituivi per lui una minaccia. Era un combattente fiero e astuto e non andava mai sottovalutato neppure dopo giorni e giorni di inseguimento.
Ma il tempo passava e l’orso sembrava aver guadagnato terreno; Yup’ik cominciava a essere stanco. Si accorse di pensare sempre più spesso alla sua piccola Uki. ‘Non uccidere mamma orsa o papà orso’ gli aveva detto vedendolo partire quel mattino. ‘Hanno dei piccoli cui badare…’ Lui aveva cercato di non badarle più di tanto, ma la bambina si era messa a piangere quando aveva visto il padre mettersi a tracolla il fucile; lui aveva cercato di spiegarle che avevano bisogno di una grossa scorta di carne per passare l’inverno ma lei, asciugandosi una lacrima sulla guancia, gli aveva raccomandato: ‘Invece di sparare all’orso, parlagli: magari lo convinci a venire all’accampamento…’. Yup’ik era stato lì lì per sorriderle quando l’espressione serissima apparsa sul volto della figlia lo aveva dissuaso. Si era chiesto se si fosse mai sentito dire in giro che la figlia di un inuit potesse essere animalista.
Sorrise a quel ricordo, incerto ora se tornare indietro alla casa di neve a mani vuote; poi, dopo pochi minuti, il cielo latteo si rabbuiò all’improvviso e la tempesta lo prese in pieno. Stava diventando davvero troppo vecchio per quella vita, considerò, se non si era accorto di quel cambiamento brusco. Forse allora avrebbe dovuto davvero accettare gli incentivi economici del Comitato e spostarsi con tutta la famiglia a Nanacavott. Troppi sacrifici, troppi pericoli. Anche se il ghiaccio era tutta la sua vita. Ci avrebbe pensato su però, si disse: questa volta seriamente. Nell’immediato, cercò di prepararsi un rifugio di fortuna, ma di lì a poco la bufera peggiorò e qualcosa sollevato dal vento impetuoso lo colpì violentemente al capo. Perse i sensi. Quando rinvenne per il fortissimo mal di testa era semisepolto dalla neve, ma sorprendentemente ancora vivo. Difficile dire quanto tempo fosse passato, né dove si trovasse di preciso. Era debole, confuso. Ma le sorprese non erano purtroppo finite. Dopo alcuni attimi di disorientamento avvertì con chiarezza una sensazione che non avrebbe mai voluto provare. Il cuore gli schizzò in gola. Si alzò svelto in piedi, osservando il ghiaccio tutto attorno a sé, trovando ben presto la tragica conferma. Le montagne verso sud si stavano impercettibilmente allontanando. Non c’erano dubbi: si trovava su un pack, alla deriva. La distanza dalla terraferma era probabilmente ancora poca, ma sufficiente forse, se si fosse buttato per nuotare, per morire assiderato in pochi secondi. Doveva verificare subito se ci fosse ancora un modo per scamparla. Si mise a correre anche se sapeva bene che a quella temperatura non era una buona idea. Poi, d’un tratto, da dietro un roccione di ghiaccio compresso, sbucò il nanuk. Non stava neppure più pensando a lui. Credeva che fosse oramai lontano, e invece era lì, poco distante, ancora più maestoso di quello che avrebbe potuto immaginare. L’aveva raggiunto, dopotutto. Alla vista di Yup’ik si era alzato sulle zampe posteriori per mostrare tutta la sua imponenza. Lanciò anche, all’indirizzo dell’uomo, un verso terrificante che lo pietrificò di terrore. Quel ruglio rimbalzò amplificato tra le pareti di ghiaccio blu lacerando il silenzio naturale di quei luoghi. Yup’ik mise subito mano al fucile e, senza neppure mirare, tanto il bersaglio innanzi a lui era grosso, sparò. Ma l’arma non esplose alcun proiettile. Espulse la cartuccia e tirò nuovamente il grilletto. Nulla. ‘Oh, mia piccola Uki’ si chiese ‘che cosa hai fatto?
L’orso si rimise giù, a quattro zampe, e si mosse lentamente verso di lui dondolando la testa enorme. Poi, quando l’uomo già poteva avvertire l’odore acre del suo alito caldo, il nanuk si fermò. Guardò in direzione sud percependo il lento movimento del pack e quindi, con gli occhi che gli parvero vuoti, squadrò ancora Yup’ik, paralizzato davanti a lui.
Quindi caracollò di lato, sparendo in fretta dalla sua vista.

Ginger

I due anziani erano seduti sulla loro solita panchina vista lago. Un ampio cedro del Libano protendeva verso di loro i propri robusti rami gentili come a volerli proteggere. Accanto a ciascuno di loro una gabbietta dentro alla quale saltellava un usignolo cinguettante. Si ritrovavano sempre lì, nella tarda mattinata del sabato, per far prendere un po’ d’aria ai loro compagni piumati.
«Lo so che mi ripeto spesso, Fred, ma il tuo usignolo canta che è una meraviglia… fa gorgheggi che il mio non imparerebbe neppure se facesse mille corsi di canto… se ovviamente esistessero corsi di canto per usignoli…»
«Sì, hai proprio ragione, Stan…»
In quel mentre, un bambino su una carrozzina aveva fatto cadere a terra un guantino di lana; si spinse fin che poté per seguirlo con gli occhi, guardando anche la mamma senza dire però nulla. La donna, chiusa nella sua bolla di pensieri, non se ne era accorta, come i due amici del resto, che sembravano ipnotizzati dal luccichio del sole che aveva appena rilasciato della polvere d’oro sulla superficie dell’acqua.
«Ah… ho ragione, quindi…» gli disse l’altro un poco risentito «anche tu sei d’accordo sul fatto che il tuo usignolo canta molto meglio del mio…»
Fred si girò a osservarlo. Si capiva dal suo sguardo che erano molti i pensieri che gli stavano agitando la mente; ma poi decise di dar sfogo solo a uno di essi.
«No, dicevo, che hai ragione quando dici che ti ripeti spesso… Me lo fai notare quasi ogni volta che ci vediamo. ‘Ginger ha un piumaggio più bello del mio, canta meglio del mio, saltella come nessuno mai, ha l’occhio più vispo che si sia mai visto…’. Ginger mi è stata regalata da un mio vecchio commerciante di tè Gyokuro… viene dallo Kirishima nel sud del Giappone… È una usignola speciale.»
«Ginger? Tu ti chiami Fred e il tuo usignolo Ginger?» gli chiese Stan sbarrando gli occhi.
La domanda rimase sospesa nell’aria, come le due piccole nuvole che si stavano rincorrendo nel cielo in quel momento.
«Da quanto tempo ci conosciamo, Stan?» gli chiese sospirando.
«Praticamente da sempre…» rispose l’amico, contento di sapere la risposta.
«E da quanto tempo ho Ginger?»
«Da quando sei andato in pensione, pari a me… cioè quindici anni fa circa.»
«E ti accorgi solo ora che io mio chiamo Fred e la mia usignola Ginger? Perché Ginger è oltretutto una femmina, Stan, una F-E-M-M-I-N-A! Sennò si chiamerebbe Gingerino, il che sarebbe orribile.»
Stan aveva aperto la bocca giusto per ribattere, ma si era accorto di non avere a disposizione le parole giuste.
In quel momento arrivò Albert, il terzo amico. Era così alto che, nonostante fosse curvo di spalle, sovrastava gli altri due minacciosamente. Spingeva un’asta da fleboclisi davanti a sé solo che, anziché far penzolare un flacone di medicinale, c’era attaccata una gabbietta, anch’essa con dentro un usignolo. Albert abitava vicino al parco, diceva, e gli faceva fatica portarsi la gabbietta in mano; così aveva inventato quel sistema.
«Buongiorno, giovani…» esordì come se li avesse notati all’ultimo momento.
E poi, come d’abitudine, si mise goffamente sull’attenti aspettando che Fred gli dicesse di sedersi. Fred era stato il suo comandante in guerra, e quel legame, dopo tanti anni, per gioco o per rispetto, era rimasto tra loro irrisolto.
«Riposo, sergente, riposo…» gli disse Fred accondiscendente «siediti pure con noi.»
«Grazie» gli rispose lui tirandosi dietro rumorosamente l’asta della flebo. «Allora ne approfitto.»
E poi tutti e tre presero a guardare in silenzio il riverbero del sole sullo specchio immobile del lago. Le giornate si erano fatte più tiepide e i primi fiori stavano colorando i rami spogli dei mandorli.
«Chissà cosa pensano di noi…» fece a un certo punto Fred.
«Cosa pensano di noi, chi?» chiese Albert non smettendo di guardare il luccichio.
«I nostri usignoli. Cosa pensano del fatto che li teniamo in gabbia… che li portiamo un po’ fuori perché respirino l’aria fresca del mattino, perché capiscano che c’è tutto un mondo qui fuori, per poi impedir loro di godersi la libertà; e questo solo per l’egoismo di volerli sentir cantare.»
«Cosa pensano?» fece Stan stralunato. «Ma cos’hai oggi? Sei strano forte. Gli uccellini non pensano e poi senti come cantano!» e mise teatralmente il palmo della mano attorno all’orecchio.
«Che ne sai tu che è un canto di felicità?»
«Guarda che la tua, come del resto i nostri» osservò Albert fermando la gabbietta davanti a sé che si era messa a dondolare per la brezza «è nata in cattività e non saprà neppure cosa significhi volare….». E indicò Ginger con un mezzo sigaro spento che si mise tra le labbra.
«È arrivato il momento di scoprirlo» masticò Fred tra sé e sé; poi, d’un tratto, si alzò andando a posare repentinamente la sua gabbietta su un masso piatto di fronte. Aprì la porticina della voliera tornando subito dopo alla panchina proprio nel momento in cui i due amici esclamavano all’unisono un sonoro: ‘NOOOOOOO!!!’.
Ma poi i due rimasero immobili, come in una istantanea, con il braccio teso verso la piccola voliera come per ripararsi da chissà quale pericolo. Si ricomposero seri, lentamente, senza dire più nulla; tutto sommato erano curiosi di vedere cosa sarebbe successo.
Ginger si arruffò le ali, guardando prima lo sportellino aperto, poi i tre anziani davanti a sé e infine i due usignoli in gabbia. Ma non si mosse.
Albert aveva appena avuto il tempo di dire ‘VISTO?’ che Ginger saltò dalla mangiatoia fin davanti all’uscio della gabbietta. Quindi in un attimo spiccò il volo nell’aria tersa di quel sabato di marzo prendendo, senza il minimo ripensamento, la direzione del sole.
Ben presto fu solo un puntino.
Fred finalmente sorrise.

No match (seconda parte)

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PUNTATA PRECEDENTE: il comandante Page, durante il viaggio di avvicinamento, sulla sua Unità spaziale E3000, verso la Sedicesima Luna del Cane Maggiore, con il compito di colonizzarla con il suo equipaggio, è stato svegliato dalla sua ibernazione a seguito di un guasto. Accerta infatti al risveglio che qualcuno alla partenza ha sabotato il computer addetto alla navigazione oltre che il sistema di comunicazione verso l’esterno; ora la nave spaziale è diretta verso un buco nero che, tra 156 anni luce, li inghiottirà. Scopre però anche che non tutte le scialuppe di salvataggio sono fuori uso. Una, che era stata spostata per la riparazione e non correttamente riallocata, si è salvata dalla cortocircuitazione. Cerca di pensare a cosa poterne fare per reagire alla situazione venutasi a creare.


Avrebbe potuto piuttosto far caricare sulla capsula superstite di salvataggio le celle di ibernazione di due coloni. Bastava programmare il computer ausiliario che ancora funzionava e il gioco era fatto. ‘Perché no?’, pensò battendo le mani una contro l’altra. ‘Un maschio e una femmina’. Per poi spedirli a destinazione sulla Sedicesima Luna: in fondo erano quasi arrivati, mancavano solo pochi mesi di navigazione. Certo, ci sarebbe voluto molto più tempo per creare una colonia vera e propria e avrebbero incontrato molte più difficoltà da soli, ma era pur sempre un inizio e un modo perché l’operazione avesse comunque successo. Del resto le strutture logistiche erano state già installate da tempo sul posto e tutto era pronto. L’idea era così folle da sembrargli buona.
Che fare invece del resto dell’equipaggio? Svegliarli tutti avrebbe creato solo caos a bordo e un probabile isterismo di massa alla notizia del sabotaggio, soprattutto tra i non militari. Lasciare l’equipaggio in ibernazione poteva essere invece la scelta migliore perché tutti sarebbero andati incontro alla morte senza neppure accorgersene; dopotutto, con il computer di navigazione in avaria, senza alcuna chance di ripararlo o di chiedere aiuto, non c’era nessun’altra opzione possibile da praticare, che fosse stato solo sull’Unità o circondato da altre 1.500 persone a creargli problemi. Forse avrebbe potuto invece svegliare unicamente quello schianto di Annabel Kochinsky, Area Subartica Est, anni 35, Ufficiale di prima classe addetta all’Approvvigionamento. Almeno avrebbe avuto un po’ di compagnia. Ci avrebbe pensato su, con calma e a mente fredda.
Si mise allora subito a riprogrammare il computer per la individuazione dei due coloni; andavano scelti tra soggetti di buona salute tra i 25 e i 30 anni, compatibili tra loro per carattere, competenze e attitudini oltre che per i 158 parametri comportamentali del Protocollo Axel.
Un paio d’ore dopo, quando tutto fu pronto e la scialuppa superstite fu ricollocata sulla sua rampa di lancio, il Comandante Page lanciò il programma ormai completo. Il computer ausiliario non ebbe dubbi sulla scelta che terminò in 5 millisecondi esatti. Individuò un certo Arthur Green di anni 29 della Colonia Vega e una tale Lorna Cooper-Lancaster, del Michigan inferiore, di anni 25. Dalle schede risultava che lei apparteneva a una famiglia facoltosa e molto in vista nel Mondo Interno, con un curriculum di tutto rispetto quanto a istruzione e carriera. Di lui invece non c’era scritto pressoché nulla se non che era stato imbarcato il giorno stesso della partenza con visto provvisorio e nulla osta verbale. Insomma, forse era un clandestino; giù al Comando qualcuno si era dovuto sdebitare per qualcosa.
Certo, una strana accoppiata’ pensò lui grattandosi il naso importante ‘ma è il computer che ha scelto e chi sono mai io per interferire?’ e guardò le foto dei due giovani; erano entrambi di bell’aspetto con una faccia simpatica e sorridente: sembravano voler accettare di buon grado quella sfida.
Il Comandante raggiunse la rampa di lancio della capsula superstite. Vennero caricate senza nessuna difficoltà le due celle di ibernazione; programmò anche il computer di bordo della capsula in modo che avviasse il ciclo di scongelamento una volta arrivata a destinazione. Poi, Page rimase per qualche attimo a osservare, attraverso l’oblò posteriore, quel carico prezioso di vite umane ignaro nel loro sonno artificiale. Era il suo riscatto. Sorrise e, chiudendo gli occhi, trattenne il respiro e premette il pulsante start.
La capsula si mosse, prima lentamente, e poi si fiondò a elevatissima velocità verso il buio siderale; il Comandante fece appena in tempo a scorgere la scia luminosa rossa intermittente lasciata dietro di sé prima che virasse.
Quindi, ancora un po’ commosso da quanto era appena accaduto, tornò al computer ausiliario per interrogarlo sulla sua compatibilità con Annabel. Era solo una formalità, pensò, visto che aveva già notato come lei lo guardava ogni volta che lo incontrava nei corridoi del Comando, ma non voleva avere sorprese, non in quella situazione balorda in cui si era venuto a trovare. Così impostò i dati e fece partire il programma. Anche in questo caso il computer ci mise una manciata di nanosecondi a dare il suo responso. Solo che il nominativo prescelto era quello di Thomas Wolfe, Canada orientale, di anni 42, tecnico di secondo livello, reparto propulsori.
Ci deve essere un errore’ si disse. E fece altri tentativi, badando bene ogni volta che la procedura fosse quella corretta. Il computer proponeva però sempre lo stesso risultato. Provò anche a flaggare in esclusione la scheda di Thomas Wolfe e il programma rispose “NO MATCH”.
Recuperò la scheda di Wolfe. Era un bell’uomo, di colore, un viso franco e simpatico, curriculum ineccepibile. Le rispondenze con la sua scheda avevano dato un punteggio altissimo nel Protocollo Axel; anzi il programma aveva aggiunto persino una “stellina d’oro”  come persona particolarmente raccomandata anche per la compagnia.
Il comandante Page spense il monitor e per un attimo perse il suo sguardo nell’immensità dello spazio.
«Bene!» disse poi sospirando ad alta voce nel silenzio più totale della sua Unità. «Dove sarà il bar?»

No match (prima parte)

Quando cominciò a sentire in bocca il gusto amaro del cluster-detox iniziarono anche a ritornargli in mente, una dopo l’altra, alcune immagini sbiadite della sua vita. Poi come tessere di un unico puzzle si ricomposero con ordine nel suo cervello tanto che, quando ebbe la forza di spalancare il cofano della cella di ibernazione, si rese conto di ogni cosa: era il Comandante Jackson Page e si trovava su una modernissima Unità E3000 con a bordo 1531 persone — tra equipaggio e coloni — diretta sulla Sedicesima Luna della Nana Ellittica del Cane Maggiore. E il fatto che si fosse svegliato dalla ibernazione significava solo una cosa: che era accaduto quello che non doveva accadere e cioè che il programma di indirizzamento verso la meta finale era stato bruscamente interrotto.
Ci mise ancora diversi minuti e una dose supplementare di farmaci adiuvanti per recuperare una motricità sufficiente che gli consentisse di recarsi alla Plancia di Comando; doveva controllare i computer di bordo e cercare di capire di quale anomalia si trattasse e possibilmente correggerla. Ma quello che accertò non gli piacque affatto. L’NGH ovvero il Supercomputer principale di navigazione aveva impresso alla Nave un repentino cambio di rotta. L’Unità E3000 adesso non era più diretta sulla Sedicesima Luna, come previsto, ma, dopo aver eseguito una virata a babordo di 33,7°, stava puntando verso CRO-702008C, un Buco nero di recente formazione che li avrebbe semplicemente inghiottiti.
E dire che di tutto ciò nessuno se ne sarebbe potuto accorgere se lui, poco prima di partire, non avesse fatto installare, per personale pignoleria, un dispositivo accessorio in forza del quale, in caso di avaria, l’NGH avrebbe inviato alla sua cella un impulso di avvio immediato del ciclo di scongelamento svegliandolo. E così era stato. Anche se ora, l’essere seduto al posto di comando, da solo, davanti a un computer in crash fatale lo faceva solo sentire frustrato e inutile. Non c’erano dubbi: la strumentazione elettronica che regolava la navigazione era stata pesantemente sabotata da chi aveva deciso che quella missione avrebbe dovuto fallire; non era possibile in alcun modo riprogrammare il viaggio: il Supercomputer era fuori uso. Sarebbero morti tutti.
Controllò le altre sezioni della Unità: funzionava pressoché ogni reparto. Fatta eccezione per le capsule di salvataggio che erano state manomesse dall’NGH per impedire qualsivoglia forma di esodo dalla nave, così come la strumentazione di bordo per comunicare con l’esterno. Non era più possibile inviare o ricevere messaggi. Chi aveva organizzato quella strage aveva pensato ad ogni evenienza con lucida freddezza. Era come se si trovasse prigioniero all’interno di una costosissima scatola cieca e sorda, in compagnia di 1531 persone addormentate con un destino orribile e ineluttabile davanti; anche se lui personalmente, sull’orlo del CRO-702008C, tra 156 anni, non ci sarebbe ovviamente mai arrivato vivo; la vecchiaia avrebbe fatto prima il suo corso.
Poi guardò meglio la videata di uno dei computer ausiliari davanti a sé. Non tutte le scialuppe di salvataggio erano fuori uso. Una si era salvata. Era stata rimossa dalla sua slitta per alcune riparazioni dell’ultimo momento e poi, per disattenzione del tecnico, non era stata messa nella sua postazione in modo corretto. Quando l’NGH aveva sabotato durante il viaggio le scialuppe non era riuscito a raggiungere anche quella non in linea. Forse, dopo tutto, lui si poteva ancora salvare.
Ma per andare dove?’ Si chiese. ‘Da solo poi!’
Come Comandante non sarebbe potuto mai tornare a casa anche se qualcuno lo avesse recuperato nello spazio aperto. Dopotutto, avrebbero potuto sostenere a buon diritto che, come Responsabile dell’Unità, aveva pur sempre mandato a morire più di millecinquecento persone mentre lui si era salvato. ‘No, non era cosa’, rifletté. Né sarebbe riuscito mai ad arrivare sulla Sedicesima Luna: avrebbe dovuto prima re-ibernarsi, ma era una procedura complicata persino su una Nave sofisticata come quella e non sarebbe stato mai in grado da solo di poterla completare. Sarebbero state necessarie fisicamente più persone.
No, non poteva finire così‘; pensò. Non poteva essere stato svegliato per non poter reagire. Doveva assolutamente fare qualcosa.

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Black box

«Le garantisco che non è stata colpa mia!».
La donna era sul limitare della seduta. Se si fosse mossa anche solo di qualche millimetro sarebbe caduta a terra. I capelli ricci e neri incorniciavano un viso pallido che a sua volta evidenziava gli occhi bistrati di scuro; l’espressione era tragica, come di chi temesse per la propria vita se non fosse stata creduta.
Il perito assicuratore, dietro l’anonima scrivania di fòrmica, stava compulsando il fascicolo sul cui frontespizio color giallo-canarino campeggiava in verde il titolo sbilenco: «Sinistro stradale BY382KH». L’uomo pareva assorto nella lettura come se si trovasse da solo sulla poltrona di casa sua.
«Io vorrei chiarire invece…» fece il marito che, diversamente dalla moglie, era comodamente appoggiato allo schienale della poltrona sforzandosi di mantenere la calma «…che la vettura incidentata era la mia. Me l’ha completamente distrutta. È praticamente da rottamare. Il MIO coupé, capisce? Da rottamare!» Ora, quello più disperato, sembrava lui.
«Ti ho già chiesto mille volte scusa…» disse la moglie guardando un punto indefinito della parete di fronte, forse il calendario a muro, fermo a tre mesi prima. «Quel camion, ti ripeto, è sbucato all’improvviso tagliandomi la strada e… e… oh Dio mio, potevo rimanere uccisa e tu pensi solo alla TUA stupida macchina!»
«Stupida macchina? STUPIDA macchina?!? E allora perché hai presa la stupida macchina senza peraltro nemmeno dirmelo?»
«Te l’ho già spiegato… ero in ritardo e dovevo andare dall’estetista…» La donna era oramai prossima a scoppiare a piangere.
Il perito continuò noncurante a leggere, ancora per qualche minuto, il dossier che aveva davanti senza neppure alzare la testa o dire alcunché. Apparve persino per un attimo sulla soglia della stanza anche l’attempata segretaria; ma subito dopo se ne andò via con una smorfia indecifrabile.
«Non c’è dubbio che non sia colpa sua…» proruppe ad un certo punto l’assicuratore che regalò ai due coniugi un sorriso così cordiale da farsi subito perdonare per quel suo comportamento distaccato.
«Come dice, scusi?» fece la donna spingendosi pericolosamente ancora un po’ più avanti.
«Non è colpa di mia moglie?» domandò sbalordito il marito.
«Te l’avevo detto» gli sibilò lei velenosa.
«E possiamo anche provarlo…» fece il perito spostando alcuni elastici davanti a lui. «Vede signora, ora tutte le autovetture della marca acquistata da sua marito sono dotate di una black box…»
«Una black box? Come quella degli aerei?» chiese la donna che aveva ripreso colore in viso.
«Più o meno. Si tratta comunque, come sa, di un dispositivo elettronico dotato di un localizzatore GPS che permette di registrare tutte delle informazioni riguardanti il mezzo di trasporto e il comportamento del guidatore; interpretando il codice è possibile risalire alla posizione del veicolo e a tutti i suoi spostamenti anche minimi durante la marcia…»
«Caspita! Non lo sapevo» fece il marito. E poi rivolta alla moglie: «hai visto che ho fatto bene a comprarla? Tu che non volevi.»
«Insomma…» seguitò il perito «è possibile ricostruire pressoché tutto dell’incidente. Ed è emerso chiaramente dalla sbobinatura che la sua condotta è stata regolare ed è il camion che non ha rispettato lo stop.»
«Che sollievo» fece la donna.
Il marito fece con la bocca un verso strano di soddisfazione.
«In conclusione…» fece l’assicuratore unendo a cuspide, davanti alla sua faccia, le dita di entrambe le mani «quando fra pochi giorni la pratica perverrà sulla scrivania del nostro Direttore verrà staccato l’assegno per l’importo da lei richiesto!»
«Non ci credo!» fece il marito sempre più sorridente.
«Ci creda, ci creda… questa è una assicurazione seria, sa?» affermò il perito con un tono della voce tale però da far risultare che fosse lui per primo a meravigliarsene «e l’assegno lo invieremo ovviamente qui, in via Finlandia, 2, giusto?» chiese gettando un occhio al dossier ancora aperto.
«DOVEEE?» chiese la donna strabuzzando gli occhi.
«In via Finlandia, 2… Dalla relazione di sbobinatura della black box risulta che la vettura coinvolta nell’occorso parcheggia abitualmente in questa via. È qui che abitate, vero?»
«NOOO!!! Affatto! Noi abitiamo in piazza Toscanini, 24… In via Finlandia, 2 ci abita quella sgualdrina della sua amante!» disse inferocita la moglie alzandosi e indicando il marito alle sue spalle. E poi, rivolgendosi al marito: «Mi avevi giurato che non l’avresti più rivista» e gli assestò uno schiaffo sulla guancia così forte che i vetri della vicina finestra sembrarono tintinnare. «Sei un PORCO!» disse andandosene.
«Ma no, cara… ti posso spiegare…» mormorò il marito provando ad andarle dietro.