Quando si nasce Fortunato

Anni più tardi si sostenne, infondatamente, che, per quel grido, cui si faceva riferimento nel capitolo precedente, un pilota di linea, tale Capitano Fortunato Variopinto, sorvolando la verticale di Lamarmora a 10.000 metri di quota, ebbe un improvviso malore e, perso il controllo dei comandi del suo CC9 (che egli aveva soprannominato con tenero affetto ‘il mio pipistrello’), precipitò sulla caserma del 136° Granatieri ‘A.G. Piscisspada’ proprio la sera in cui, nel buio della camerata, si udì esclamare con soddisfazione:
«Ragazzi! Questa notte quel plantigrado d’un russatore della recluta scelta Cavicchioli Carmine è in licenza-premio e noi, per una notte, riusciremo a dormire!»
Ma visto che si parla di Fortunato Variopinto, non si deve dispiacere il Lettore se verrà fatta una veloce quanto interessante digressione per ribadire, una volta di più, che sono state riferite sulla vita del Capitano (e sulla sua prematura dipartita), un mucchio di fesserie che val la pena qui di confutare.
In effetti il giovanotto non fu mai eccessivamente favorito dalla sorte trovandosi, anzi, sovente, in balia di un destino che, se da un parte è eufemistico oggi definire capriccioso e avverso, come si vedrà, dall’altra non è da giudicarsi del tutto impietoso. Ma ecco i fatti.
Il ricordo corre innanzitutto al giorno in cui compì i suoi diciotto anni ed, in particolare, al momento in cui il padre (un facoltoso industriale di Lamarmora ), accorgendosi della sua presenza in famiglia (tanto modesta era la personalità del ragazzo), gli rivolse queste parole (non prima di avergli domandato, con curiosità, quale fosse il suo nome):
«Allora, figlio mio (?!?), cosa vuoi fare da grande?»
«Il medico, papà, lo desidero tanto…» aveva risposto con prontezza lo sbarbatello, contento di essere stato preso finalmente in considerazione.
«Va bene! Il medico lo farà tua sorella , tu farai il militare.»
«Ma veramente sono un obiettore di coscienza, papà!»
«Perfetto, farai il militare di professione!»
«Grazie papà!»
«Non c’è di che, figliolo.»
O come quando, la mattina dell’arruolamento, richiesto dall’Ufficiale di leva per quale Arma si sentisse maggiormente portato, onde intraprendere una luminosa e rapida carriera, lui, con indomita risolutezza e sempre senza ombra di indecisione, aveva risposto:
«La Marina, signore, mi piace tanto navigare.»
«Va bene, d’accordo, farai il pilota aeronautico!»
«Ma soffro il mal d’aria, signore!»
«Perfetto, piloterai aerei d’alta quota.»
«Grazie, colonnello!»
«Non c’è di che, figliolo.»
Poi Variopinto fece di necessità virtù e, congedatosi dopo una duplice rafferma (che lo costrinse tra l’altro ad imbarcarsi, quale volontario, nel Golfo Persico dove perse la sua verginità in un bordello arabo che scoprì, fin troppo tardi, essere un riservatissimo club per soli uomini) diventò un ottimo pilota civile tanto da venir assunto immediatamente dalla locale Compagnia di Bandiera (la Lamarmor Air).
Il Capitano era all’apice della sua onorata carriera, quando s’innamorò perdutamente di tale Lulù Simpson, che incarnava la sua donna ideale in quanto alta, giovane, bionda e ricca.
Lui, trascorsi dieci meravigliosi anni di fidanzamento, si decise finalmente a chiederle la mano, al che lei, con le lacrime agli occhi per la commozione, gli confessò che lo avrebbe fatto volentieri, se non fosse stato un viado e che, in ogni caso, se davvero aveva il cattivo gusto di sposarsi con una donna, ci sarebbe stata libera sua cugina, sensibile al fascino della divisa, nonché dello stipendio di un pilota aeronautico.
Variopinto, di buon grado, dopo neppure una settimana di fuggevole conoscenza, per non tradire le aspettative della soave Lulù, maritò la cugina Susy Spencer che purtroppo, vent’anni più anziana di Lulù, era pure bassa un metro e una pera, oltre che essere mora corvina (ma divenne ben presto calva) e sconsolantemente povera.
Da lei, però, ebbe cinque bellissimi bambini, i quali, proprio perché per Fortunato sarebbe stato indifferente il loro sesso purché assomigliassero in qualche modo, anche lontanamente, alla leggiadra Lulù, nacquero tutti e cinque gay .
Seguirono anni adorabili e ricolmi di affetto allietati anche dall’amato cane Hülttz, uno spaventevole rottweiler addestrato più a divorare gli intrusi che ad abbaiare. L’animale da lui acquistato all’unico scopo di avere una sincera ed affettuosa compagnia (in effetti Variopinto era fermamente intenzionato a comprarsi un cocker, ma il negoziante era di contrario avviso), era spietato non solo con i vicini (che non lasciava avvicinare neppure al cancelletto del giardino e questo sarebbe stato anche il meno), ma, purtroppo, persino con lui e i suoi familiari, cui veniva fisicamente impedito, non tanto di entrare in casa, quanto di uscirne. Solo approfittando di sporadiche temporanee e provvidenziali assenze della simpatica bestiola (di solito acquartierata sull’aiola di mughetti, il fiore preferito da Fortunato), che era possibile al Capitano di forzare il blocco onde far scorta dei generi alimentari di sussistenza.
Poiché tuttavia Hülttz prese, ad un certo punto, a scomparire sempre più spesso e per periodi sempre più lunghi, preoccupato che potesse aggredire qualcuno, Fortunato si risolse, un bel dì, a pedinarlo per vedere dove andasse. Lo seguì con la macchina per un paio d’ore, fino a quando arrivò all’altro capo della città nel quartiere più squallido e desolato di Lamarmora. Il Capitano venne allora a scoprire, non solo che il temibile Hülttz era il cane di compagnia e da salotto di una dolce e simpatica vecchietta dalla quale si faceva chiamare ‘Pulce’, ma altresì che giocherellava in modo appassionato e spensierato, con i pestiferi nipotini di quella, da cui si faceva peraltro tirare la coda e martirizzare le orecchie. Un animale schizofrenico insomma, dalla doppia e contorta personalità.
Ma neppure questo contrattempo minò l’entusiasmo del Nostro (Hülttz fu regalato alla signora e il Capitano si comprò un pesciolino caraibico blu cobalto, cui, ben presto, si affezionò moltissimo) e la sua esistenza procedeva per il meglio fino a quella fatidica sera, allorché, ebbe ad avanzare una legittima domanda alla Compagnia aerea per un breve periodo di ferie: desiderava, infatti, starsene un po’ con la moglie e avere così l’opportunità di ricomporre con lei alcune trascurabili divergenze nel frattempo insorte. Ma, come si sa, Fortunato si sentì per tutta risposta comandare di imbarcarsi immediatamente su quel maledetto volo AM 1717 diretto a 17.170 chilometri di distanza.
Gli amici (quei pochi che in seguito non rinnegarono di esserlo) raccontarono che lui non voleva affatto volare quella sera, come se avesse avuto qualche brutto presentimento (tant’è vero che l’aereo decollò in ritardo perché lui perse parecchio tempo per fare e rifare testamento).
Neppure i passeggeri, in realtà, volevano salire a bordo con il Capitano Variopinto, in particolare allorquando fu notato accompagnarsi fin sulla scaletta da un prete di fiducia che, dopo averlo confessato (a lungo) gli impartì (in gran fretta, temendo che l’aereo accendesse i motori) la comunione e l’estrema unzione. I turisti maggiormente esagitati, dovettero essere tramortiti alla bell’e meglio, mentre quelli irriducibili furono legati ai sedili con triple cinture e ivi inchiodati, per le spalle, per maggior sicurezza. Ma anche in relazione al loro comportamento si pensò ad una ingiustificata psicosi collettiva.
Fu solo dopo che una folta rappresentanza di avvoltoi prese a volteggiare con ostinazione inquietante al di sopra della carlinga dell’aereo e che ai passeggeri fu rimborsato il biglietto di ritorno, che qualcuno cominciò ad esternare qualche legittima perplessità.
Le solite male lingue (sempre però molto ben informate) sostennero (successivamente alla tragedia) che appena il velivolo ebbe a decollare, una mano rimasta ignota provvide a depennare l’unità dall’elenco del parco attivo dell’aeroporto, qualificandolo quale mezzo non più in servizio.
Se così stanno effettivamente le cose, é comunque certo che non si può in alcun modo addossare a Chang Thai Long la responsabilità per l’incidente aereo in questione.
La verità pare invece sia da ricercarsi o nello scontato complotto internazionale fomentato dalla CIA e dal fondamentalismo islamico oppure, più verosimilmente, nell’errore umano commesso proprio dal Nostro che, soprappensiero, invece di accendere l’aria condizionata, svuotò del tutto i due serbatoi strapieni di gasolio.
Variopinto, quella sera, infatti, non c’era proprio con la testa. Aveva invero scoperto, da qualche giorno, che la consorte stava tramando di fuggire con un domatore di foche di un circo di passaggio. Il problema consisteva nel fatto che il domatore ci stava ripensando, essendosi innamorato, anche lui, di Lulù Simpson (riamato/a, a sua volta, come si sa già, dal Capitano). L’indecisione amletica, che ne derivò, fece perdere all’operatore circense il suo pregevole lavoro (essendo il circo, nelle more, ripartito), inducendolo a stabilirsi a casa del Variopinto, che non mancò di stipare di foche ammaestrate e trichechi permalosi. Al Capitano, allergico alla pelliccia dei pinnipedi, non restò allora che barricarsi nel garage, da dove ne sgattaiolava unicamente per recarsi all’aeroporto.
La situazione si fece però, ben presto, insostenibile soprattutto per il tanfo di aringhe puzzolenti che aleggiava attorno all’edificio, questione che non sembrò irritare il domatore che, anzi, noncurante degli effluvi pestilenziali, continuava a spassarsela con entrambe le cugine, cui aveva fatto conoscere finalmente le gioie del sesso.
La sorella di Fortunato, che per anni giurò e spergiurò (persino con il padre) di essere figlia unica, rivelò dietro molte insistenze, che il fratello, prima di partire, era quasi riuscito, dopo molte discussioni, ad appianare quasi tutti i contrasti esistenti in famiglia raggiungendo, nel medio termine, l’inaspettato obbiettivo di ottenere la custodia, in garage, sia delle dodici foche che dei cinque enormi trichechi permalosi che immediatamente si spartirono, risucchiandolo dall’ampolla, il pesciolino caraibico blu cobalto beniamino di Variopinto.
Questa, in breve, la tormentata biografia del Capitano.
Ma, da ultimo, va spiegato che, contrariamente a quanto si spettegola, Variopinto non morì affatto nel tremendo impatto dell’aereo contro la caserma dei Granatieri Piscisspada , in quanto, unico tra il personale di bordo, fece in tempo a gettarsi con il suo paracadute ventrale, che tuttavia lo fece scendere, improvvidamente, all’interno del vicino poligono di tiro, ove veniva centrato (in pieno) da un proiettile di obice da 165 millimetri sparato da un istruttore militare a mero titolo dimostrativo
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