Il Maestro e l’Uditore

«No! Così non va! Così non va!!!» gridò Julius, tra i denti, assestando un sonoro ceffone all’Uditore giudiziario affidatogli per il tirocinio «si scrive… di un medesimo disegno criminoso, non di un medesimo bisogno criminoso… devi imparare che il capo di imputazione ha una sua proprietà di linguaggio, un suo ritmo, una sua evocatività, una sua sintetica coerenza, è come una Musica celestiale che si distende tra il grigiore delle carte e le nobilita vivificandole del soffio magico dell’afflato della Giustizia, sono vocaboli scritti con il marchio indelebile del fuoco della Ragione nelle carni morbide e putrefacibili del Processo, è la Strada maestra scolpita nel granito indistruttibile della Verità, il giusto e meritato trionfo contro le Forze del Male che si accaniscono quotidianamente sull’Uomo per avvilirlo e soggiogarlo… la sospirata Catarsi sotto mentite spoglie, la liberatoria Nemesi sotto vesti mendaci…» e così declamando Julius, rapito dalle sue stesse parole, aveva preso a guardare il soffitto senza vederlo, saltellando qua e là per l’eccitazione che gli procurava il disquisire su quell’argomento.
Calogero Mannò, invece, stralunato e ammutolito, guardava il Maestro in delirio attraverso gli occhiali di tartaruga in bilico sui denti sporgenti e umidi.
Da quando era entrato in quell’ufficio, si era, in verità, già pentito amaramente di non aver seguito le orme del padre che aveva una bottega ben avviata di addobbatore natalizio sulla piazza principale del paese. La preparazione per diventare Magistrato e lo stesso concorso superato con disperate notti insonni e incubi ricorrenti, gli parevano ora, tutto sommato, frizzi e pinzillacchere in confronto a come si sentiva. Profondamente avvilito nello spirito e mortificato nella carne, sminuito nella persona in quel nuovo ruolo di cui gli sfuggivano le linee essenziali, travolto da quegli eccessi di virtuosismo allucinato, stava meditando delle onorevoli dimissioni se non fosse stato per il fascino che emanava dal suo affidatario, che lo stava letteralmente soggiogando.
Sul davanzale della finestra, da dove si poteva ammirare alle luci di uno dei leggendari tramonti-abat-jour di Lamarmora, uno struggente panorama sul pigro fiume Bu, panorama che, essendo un fatto giuridicamente inapprezzabile, non doveva essere stato mai notato da Julius, si era posato un passero grassottello con l’aria di aver appena deglutito un vermiciattolo quattrostagioni. Il volatile, intravedendo dai vetri, tutt’altro che trasparenti, quell’uomo che gesticolava come un forsennato, strabuzzò gli occhietti tondi e, preso dal panico, si buttò a capofitto nel vuoto dimenticandosi di aprire le ali.
Il Cipollone infatti, in preda a una specie di trance onirica ad occhi aperti, dopo essersi istintivamente infilata la toga, era salito, sull’onda dell’impeto declamatorio, su una sedia e stava recitando a memoria in latino, con testo a fronte in aramaico antico, non so quale capitolo delle Pandette di Giustiniano. Poi, si udì bussare.
Poiché il PM non poteva aver sentito, lanciato com’era su di un ‘quasibusillis maximum vel delationis…’ fu Calogero, che, ancora dolente per il secco manrovescio che gli aveva scorciato la sfumatura sulla nuca color carota, si incaricò di andare ad aprire.
Un tizio, assomigliante a un Frigo americano con entrambe le portiere aperte e con spalle tipo divano Frau versione large, capelli lunghi, biondi e vellutati dal lieve sentore di sassofrasso, apparve nel corridoio; sotto un berretto da marine e dietro ad un parabrezza di occhiali scuri incastonati in un viso perfettamente squadrato, guardava diritto avanti a sé, a circa un paio di metri di altitudine. La bianca canottiera della salute, con scritto ‘Odio i delinquenti’, sembrava fare le montagne russe sopra i muscoli saettanti e nervosi del petto per poi infilarsi impeccabile nei pantaloni mimetici militari giugulanti due massicci scarponi neri da roccia a forma di cacciatorpediniere. L’uomo, o quello che era, sovrastava d’un buon mezzo metro l’Uditore mingherlino, il quale, fattosi ancora più piccolo davanti a quell’apparizione ciclopica, balbettò tra i dentoni a cazzuola:
«De… desidera?»
«Ispettore Efisio Cabras» tuonò il Monumento «c’è il dottor Mezzapassera?»
«A… attenda un attimo» ribalbettò Calogero cercando di richiudere la porta, ma il Pullman Mondialtour, appoggiando un indice delle dimensioni di uno sfollagente, la spalancò con estrema violenza sulla fronte ogivale dell’Uditore che andò a spiaccicarsi sulle festose bandierine a spillo conficcate sulla mappa murale del territorio di Lamarmora. Quindi, con una sola falcata, Cabras fu in mezzo alla stanza, a pochi centimetri da Julius, il quale, sull’onda delle sue profonde argomentazioni metafisiche, si trovava immobile ritto sulla sedia con le due braccia alzate.
«Dottore ho qui il rapporto che aspettava.»
Julius, benché di quel rapporto avesse, nella camera-bunker al fascicolo n. 4520/96 intestato ‘Operazione mascara scarlatto’ e da più di un’ora, una copia perfetta e già rilegata in similstoffa (completa di alcuni documenti che l’Ispettore si era dimenticato di allegare), finse un qualche interessamento.
«Lo posi pure sulla scrivania Ispettore…» e vista l’anomala posizione assunta sulla seggiola, giusto per darsi un contegno, fece finta di avvitare/svitare la lampadina già accesa e penzolante in modo arrendevole dal soffitto.
«Ha altri comandi per me, dottore?» s’informò con garbo il Brontosauro che, a gambe divaricate e braccia dietro la schiena, occupava quasi tutto l’ufficio.
«Sì» esclamò tra le labbra storte Julius scendendo. Toltasi la toga, tirò fuori da un cassetto un plico, che allungò a Cabras con uno scatto rapido «qui dentro ci sono degli appunti per una nuova indagine che riguarda un mio collega. Mi raccomando… massima segretezza… riferisca solo a me… oralmente…»
«Ho capito…» proclamò in apnea l’Armadio autunno-inverno, ruotando con rumore metallico la testa neroniana per seguire i movimenti del Magistrato «suo collega… massima segretezza… riferisco solo a lei… oralmente…» e placcò la busta voluminosa che, nelle sue mani, sparì completamente «positivo… sarà fatto…»
«Certo, non ne dubito!» ribatté Julius mentre un suo capello, suicidatosi per solitudine, si era appena buttato nel vuoto senza un lamento.
Cabras, come un sol pezzo, ruotò su se stesso per 180 gradi con eleganza insospettabile, creando uno spostamento d’aria che fece oscillare l’Uditore ancora impegnato a staccarsi dalla fronte tutte le bandierine inchiodatesi a varia profondità. Allungò di poco un braccio e, con estrema rapidità, sganciò a Calogero un terribile ceffone sulla nuca che quasi gliela staccò dal tronco.
«Mi scusi dottore…» disse calmo la Montagna con voce baritonale «non so perché l’ho fatto… ma mi è venuto d’istinto, sa noi lavoriamo molto d’istinto…» e scomparve dalla sua vista.
«Bravo ragazzo!» borbottò Julius noncurante che Calogero, svenuto, fosse stramazzato sul pavimento «impulsivo, arrogante, sanguinario e vendicativo… un gran bastardo insomma… Ach!!! Ce ne fossero…!!!»
Ricolmo di soddisfazione per il suo segugio, si abbandonò quindi sulla poltrona multirilevazione di sua invenzione, (dal nome ingannevole di ‘Dolce riposo’) riservata agli imputati. Il PM s’accorse solo allora, standoci seduto, che avrebbe dovuto rivedere il complesso e sofisticato congegno elettronico ivi applicato. Una persona malfidata e attenta (come era lui del resto) avrebbe potuto anche accorgersi della presenza di tutti quei sensori inseriti nel sedile e nello schienale e che di solito gli consentivano, da dietro la scrivania mentre interrogava, di seguire sugli appositi monitor, la pressione arteriosa, il battito cardiaco e la temperatura rettale dell’interrogato, giusto per meglio comprenderne le reazioni alle varie domande.
Il Magistrato stava ancora beandosi nel ricordare l’utilità della pregevole macchina, che gli aveva consentito, in passato, di mettere a segno diversi considerevoli successi, quando bussarono una seconda volta alla porta.
Calogero, riemerso dalle nebbie del suo naufragio mentale, recuperata la montatura semidistrutta, aprì, non prima di aver presa, per istinto, (anche gli Uditori hanno un istinto) la precauzione di accovacciarsi a terra.
Davanti a lui, nascosto da un fazzoletto pizzettato San Gallo, con tanto di cifre in oro, un Uomo di media statura stava tamponandosi lacrime grosse come uova di piccione pencolantiGli dal naso.
«Anaspasio! Entra, entra…» esordì (quasi) cordiale Julius facendo vibrare i baffi da tricheco «Ti stavo aspettando…» poi con insidiosa rapidità (come il PM amava dire in queste circostanze), lasciando il posto al Collega, scivolò sulla sua poltrona di comando dietro alla sontuosa scrivania in marmo di Carrara.
SoffiandoSi il naso, Anaspasio s’avviò trionfalmente sulle scarpe di Calogero.
«Tu non sai, Julius, tu non sai…»
«So già tutto invece… ho dato il via pochi minuti fa a delle accurate indagini… sei in ottime mani.»
«Come?» sbigottì Anaspasio che smise di frignare.
«Non preoccuparTi di questi particolari insignificanti, che Ti pregherei di lasciare a me» poi passando subito al dunque «dimmi, piuttosto, nutri dei sospetti?» chiese d’istinto Julius (soprattutto i PM hanno un istinto) accendendo contemporaneamente da sotto lo scrittoio i monitor connessi ai dispositivi analogici della poltrona multirilevazione.
«No… non riesco neppure ad immaginare chi possa aver concepito una nefandezza simile.»
A quel punto il tracciato C quello corrispondente al battito cardiaco ventricolare destro iniziò a fornire una sinusoide irregolare. Non vi era dubbio, Anaspasio, in quel preciso istante, stava mentendo. ‘Perché mai?’ si domandava Julius. La vicenda cominciava ad intrigarlo.
«Credi che possa essere qualche nostro collega…?» sibilò il PM storcendo ancor di più la bocca.
«No… non credo…» il rilevatore della vena safena sinistra (tracciato E) ebbe un sussulto. ‘Non era vero! Anaspasio mentiva spudoratamente!’
Julius si mise allora a sbirciare di sbieco il Presidente. C’era qualcosa che gli veniva artatamente taciuto.
«Splendido…» sussurrò il PM strofinandosi le palme delle mani in quel modo caratteristico da mosca abbarbicata sul vetro «e la pettorina scomparsa… allora… Ti era molto cara… Eh…? Eh…? Come mai? Come mai?»
Anaspasio, che stava avvertendo un certo disagio a causa del sensore rettale, balzò allora in piedi parlando in falsetto:
«Adesso purtroppo devo andare, famMi sapere, ti prego, il prima possibile… è una questione di vita o di morte, più di morte che di vita, ma mi raccomando massima discrezione… che non trapeli nulla!» dopo di che strinse in via frettolosa la mano al collega che non ebbe il tempo di reagire. Le lancette dei tracciati precipitarono a zero e il Sommo, facendosi di nuovo strada sulle tomaie di Calogero della cui presenza non doveva esserSi neppure accorto, se ne uscì di corsa riprendendo a soffiarSi chiassosamente il naso.
«Molto strano…» rifletté Julius accarezzandosi la cipolla pallida «uhm… davvero molto strano…»
L’Uditore, intanto, si era liberato finalmente dagli ex-mocassini sgusciandoli a fatica dalle estremità, conscio che, con ogni probabilità, non sarebbe stato più in grado di poter camminare come una persona normale. Per non urlare di dolore e per evitare di disturbare il Maestro immerso nelle sue profonde elucubrazioni, cercò di tapparsi la bocca con un codice commentato di cui staccò consistenti brani per l’acuto patimento.
Soffrì in silenzio e a lungo. Anche perché il codice era suo.
Gli fu di conforto tuttavia contemplare il suo Giudice affidatario che, concentratosi sui propri pensieri, volgeva la testa un po’ qua e un po’ là nella stanza, come a seguirne materialmente gli imprevedibili rimbalzi e le acrobatiche evoluzioni.
Con il trascorrere del tempo, l’espressione del Maestro si fece sempre più indecifrabile, vitrea e senza spessore, alternando i veloci roteamenti globulari con fissità improvvise e vasti corrugamenti del viso, accompagnati dall’apertura ritmica delle labbra da cui non usciva però alcun suono.
Pian piano, l’Uditore, come anestetizzato da quell’atmosfera quasi irreale, non avvertì più alcuna sensazione dolorosa, né alla nuca ormai deformata, né ai piedi divenuti palmati. Si guardò attorno rendendosi conto solo allora dove si trovava. Appena dietro il Maestro un bellissimo poster in bianco e nero ritraeva un Julius molto più giovane che, come in un safari, posava lo stivale sopra la faccia ringhiante del boss mafioso Mutolo Pennisi detto ‘O’ Muorto’, da lui scovato, dopo un decennio di latitanza, in un nascondiglio ingenuamente creduto sicuro .
Per tre volte squillò il telefono senza che il PM, poco distante dall’apparecchio, muovesse nemmeno un muscolo. Nella viscerale soggezione, Calogero non seppe se respirare. Nell’incertezza, se ne rimase seduto sulle mattonelle facendosi piccolo piccolo nell’angolino maggiormente buio dell’ufficio che sentiva ora avvolgerlo come un caldo e rassicurante liquido amniotico. Quella situazione di sudditanza psicologica si era trasformata in un’intensa e penetrante comunione mistica con il Maestro. Le vibrazioni provenienti da quelle superiori onde cerebrali avevano oramai saturato la sua mente giovane e immatura inebriandola di sensazioni forti e sfibranti finendo per trascinarlo in un’altra dimensione piena di Luce, Armonia e Bellezza.
Calogero, spossato da quell’ineffabile esperienza totalizzante, si afflosciò su di un fianco addormentandosi, come un bimbo felice, sulle sue scarpe accartocciate.
[space]

<–  Amore al primo morso –> capitolo terzo
–> Il primo Oyster –> capitolo quinto

<– Indice del libro

Lasciami un tuo pensiero