Memorizzare gli accenti italiani

Una delle maggior difficoltà quando si scrive in lingua italiana è la gestione degli accenti grafici.

Spesso, anche leggendo testi ufficiali, ci si accorge dell’utilizzo indifferenziato dell’accento grave o (peggio) dell’apostrofo a tutto discapito di altri segni diacritici (vale a dire di quei segni che non fanno parte della vocale o della consonante cui sono apposti, ma ne costituiscono un’aggiunta fonetica o un “segnale” per distinguere la parola da un’altra).

Occorre innanzitutto ricordare che nell’italiano moderno abbiamo due soli accenti, quello grave e quello acuto, in quanto l’uso dell’accento circonflesso è andato del tutto perdendosi nel tempo e lo si ritrova solo in poesia o nei testi non moderni dove indica una sincope, vale a dire la eliminazione di una sillaba (come tôrre per togliere, fêro per fecero, fûro per furono…) o la contrazione di una “i” in successione doppia, purché non tonica (come nel plurale di principio, olio, vario….).

Un altro concetto importante da tenere bene a mente è che ciò che qui più rileva, dal punto di vista grafico e della capacità distintiva di un accento rispetto a un altro, è l’accento tonico, che individua la sillaba su cui cade appunto l’intonazione della parola, su cui cioè la voce si appoggia in modo più intensivo quando la si pronuncia (le altre sillabe che non registrano questo fenomeno si chiamano àtone o prive di accento). In queste parole di esempio (càmera, montàgna, gàtto…) l’accento tonico è espresso.

L’accento tonico, a seconda della sillaba su cui cade, rende la parola tronca (o ossitona) se si trova sull’ultima sillaba (si pensi a voluntate dell’italiano volgare troncato nel tempo in volontà), piana (sulla penultima sillaba), sdrucciola (sulla terzultima sillaba) e poi via via bisdrucciola, trisdrucciola

Fatte queste precisazioni, va chiarito che l’accento tonico è tuttavia obbligatorio (scriverlo) solo se si tratta di una parola tronca mentre in tutti gli altri casi l’uso è facoltativo; a volte si utilizza per non creare equivoci in lettura con lemmi omografi (parole cioè scritte allo stesso modo, ma con significato diverso, come condomìni, condòmini) per quanto occorre sempre stare attenti al fatto che, anche quando l’accento tonico di due diverse parole è sulla stessa vocale di una sillaba interna (ma questo vale solo per le vocali “e” e “o”) la pronuncia può essere o aperta o chiusa con significato a volte diverso (si pensi bòtte o a bótte; a fòro o a fóro, a còlto o a cólto, a pésca o a pèsca, a vòlto o a vólto). Sicché si può correre il rischio che, nel voler inserire un accento tonico non obbligatorio, per essere più chiari, si finisce invece per scrivere una parola con un significato diverso. Per non avere dubbi sulla pronuncia si può sempre consultare un dizionario o anche (ed è meglio) il dizionario online della Rai per ascoltare la pronuncia corretta –> dizionario Rai.

Gli accenti grave e acuto sono, come si è detto, segni fonetici e corrispondono, in sede di pronuncia, rispettivamente all’apertura o chiusura della relativa vocale su cui insistono.

Posto che, come si è detto, solo l’uso dell’accento tonico in parole tronche è obbligatorio, vediamo se ci sono delle regole o delle costanti cui affidarsi.

Intanto possiamo dire che la criticità della scelta dell’accento (tonico) corretto riguarda solo la vocale “e” poiché quando l’accento di una parola tronca riguarda le altre quattro vocali, l’accento è sempre grave.

In realtà, a voler essere precisi, va chiarito che quando la vocale è la “i” o la “u” l’accento tonico corretto sarebbe quello acuto, ma poiché dall’avvento della macchina per scrivere non vi è un tasto con l’accento acuto per queste due vocali (come invece c’è per la vocale “e”) l’accento grave su queste due vocali è ora comunemente accettato e soprattutto comunemente usato.

Per completezza va anche ricordato che l’accento (tonico) sulla vocale “o” è (sempre) grave, come si è accennato, e si pronuncia (sempre) aperta, mentre per l’accento (tonico) sulle vocali “a”, “i” e “u” l’accento va messo grave (mentre andrebbe acuto come si è visto per “i” e “u”, ma non lo fa più nessuno ed è desueto) anche se la pronuncia in realtà non è né aperta, né chiusa.

Chiarito tutto ciò, deve osservarsi che la comune tastiera del computer, come si sa, porta più facilmente all’utilizzo dell’accento grave (perché per quello acuto si richiede l’utilizzo del tasto maiuscolo e quindi della seconda mano) e questo spiega probabilmente il motivo per cui vi è un utilizzo maggiore e indifferenziato di questo tipo di accento.

Ma vediamo meglio nel dettaglio le regole:

– l’accento deve essere acuto:

  • in , ; mercé, scimpanzé, , testé;
  • nella terza persona del passato remoto dei verbi in –ere (poté, credé, temé…);
  • in tutti i composti di – che (benché, sicché, giacché, finché, perché, affinché, nonché, cosicché);
  • nei polisillabi quando l’ultima sillaba se fosse sola andrebbe scritta senza accento come in viceré (re), trentatré (tre), nontiscordardimé (me) (bisogna ricordarsi però di scrivere ahimè e ohimè);

– l’accento deve essere grave:

  • in caffè, è, bebè, cioè, Noè, karatè, coccodè, canapè;
  • in parole dove nella parola è presenta un dittongo che non deve essere trattato come tale come nei poco usati piè, diè;
  • con francesismi come lacchè, gilè, tè, bebè, cabarè, purè.

Va qui ribadito che nel dubbio su come scrivere l’accento grafico di una parola non va (mai) usato l’apostrofo che è un segno grafico di tutt’altra rilevanza, ma va effettuata una breve ricerca su un vocabolario anche online.
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