Il sicario (prima parte)

Era già un po’ che Jack guardava quell’uomo fermo giù in strada. Se ne stava all’interno della macchina parcheggiata all’angolo della strada con una ruota sopra al marciapiede. Fumava. Fumava molto quell’uomo. Una sigaretta dietro l’altra, ma non sembrava nervoso, solamente aspettava, aspettava, come se fosse l’attesa la sua principale occupazione.
‘Lo sapevo’ si disse Jack agitandosi e andando in lungo e in largo per la stanza ‘non avrei dovuto accettare quell’ultimo incarico’. Era stato troppo rischioso per lui, troppo maledettamente rischioso. Ma in fondo non aveva avuto scelta. Erano tempi duri, quelli. Se non avesse accettato il contratto, qualcun altro meno scrupoloso di lui lo avrebbe fatto al suo posto. E così aveva accettato, aveva accettato e aveva fallito. Era bastato un errore banale ed era arrivato troppo tardi, di un secondo, forse due e il bersaglio era fuori tiro. Un errore imperdonabile, per le implicazioni internazionali e anche perché era sicuro che si erano accorti della Organizzazione e sicuramente anche di lui. Tanto da essere sicuro che la sua copertura alla biblioteca fosse saltata. E ora forse lo stavano spiando proprio in attesa di una mossa falsa. E probabilmente era la stessa Organizzazione ad averlo venduto. Sarebbero stati capaci di tutto, quelli!
‘Adesso, cosa sarà meglio fare?’, si domandava Jack stropicciandosi le mani nervoso. Avrebbe dovuto avvertire il suo contatto più prossimo? Avrebbe dovuto chiamare il suo supervisore? Ma no, ma no. Figuriamoci! Se erano arrivati a lui, a quell’ora avevano già messo sotto controllo il telefono. Forse erano persino riusciti a piazzare qualche microfono in casa o stavano registrando attraverso i microfoni direzionali magari proprio dall’edificio accanto. Probabilmente quell’uomo là in strada era stato messo solo per fargli commettere qualche sciocchezza.
Nel primo pomeriggio aveva preso a piovere forte. L’uomo, dentro alla macchina ogni tanto faceva andare il tergicristallo. Non riusciva a vederlo bene in faccia, ma si accorgeva che di tanto in tanto alzava lo sguardo in su. Uno sguardo un po’ vago, certo, come se non fosse diretto a lui; come si faceva del resto in casi consimili, lui lo sapeva bene.
Poi a Jack venne in mente che se fosse uscito di notte avrebbe eluso la sorveglianza. Gli sarebbe bastato raggiungere il telefono pubblico più vicino per avvertire il suo contatto di emergenza. Decise di aspettare l’imbrunire.
Se ne rimase tutto il giorno inchiodato dietro alla tendina della finestra, stando bene attento a non sporgersi troppo. Avrebbe dovuto solo attendere e, a giudicare dal cielo coperto, il buio non sarebbe poi tardato tanto.
C’era tutt’attorno un silenzio irreale. In quel condominio spesso si sentivano dei rumori soprattutto da parte dei vicini. Ma ogni cosa quel giorno sembrava tacere come se si fossero dati parola per innervosirlo maggiormente. Persino la pioggia non faceva rumore, benché vedesse che era abbastanza violenta da fare le bolle sul selciato. Prese ancora ad andare avanti e indietro per il suo monolocale dimenticandosi persino di mangiare.
Verso le venti squillò il telefono. Squillò una sola volta. Dopo un minuto un’altra sola volta. Era il segnale che volevano mettersi in contatto con lui. Ma Jack non poteva rispondere, non doveva rispondere. Pensò che dopotutto fosse un bene che non rispondesse. L’Organizzazione, sapendo che non abbandonava mai la casa prima del mattino, si sarebbe insospettita e avrebbe mandato qualcuno per vedere cosa stesse succedendo. Sapeva che facevano così. Era accaduto qualche tempo prima a un altro agente e lo avevano tratto d’impaccio.
Passò mezzanotte ed anche l’una e le due. Nessuno però si fece vivo. La situazione, pensò, era più grave di quello che potesse immaginare. Forse l’avevano considerato spacciato e l’avevano abbandonato al suo destino. O forse, come temeva, erano stati loro stessi a ‘bruciarlo’.
Quando si riaffacciò alla finestra si accorse che la macchina non era più lì. L’uomo se n’era andato. Allora, pensò, che forse si era sbagliato. L’uomo poteva non essere venuto lì per lui. Decise di tentare di uscire. Si preparò a lungo, pensando bene a cosa mettersi. Si vestì di scuro e si travestì da donna per non correre rischi. Scelse una parrucca bionda e i tacchi alti che già aveva usato in un’altra operazione proprio l’anno precedente di quei tempi. Si truccò perfino. A Jack piaceva essere perfetto in ogni cosa che faceva. Ogni tanto interrompeva la vestizione, andava alla finestra e cercava l’uomo, là, in fondo alla via, caso mai fossero tornato. La strada sembrava sgombra. Con il cuore che gli batteva forte prese la borsetta e l’ombrello, giusto per ripararsi alla vista di chicchessia. Prese l’ascensore e scese.
Arrivato al portone indugiò dietro al largo portone di legno: trasse un lungo respiro e lo aprì di scatto. Non c’era nessuno: la strada era libera. Scese sul marciapiede, ma poi lo vide, all’improvviso, lì in piedi, al di là della via. Nell’incavo del portone di ferro dall’altra parte della strada; lo riconobbe dal cappello abbassato sul volto e dall’impermeabile. L’uomo appena lo notò, a sua volta, fece un passo in avanti guardandosi attorno ma poi in un attimo ci ripensò tornando a schiacciare con il corpo la parte più buia dell’edificio appiattendosi come per scomparire. Jack ebbe un soprassalto e con un balzo, rientrò subito nel suo palazzo riuscendo a sgusciare all’interno che ancora la porta non si era chiusa. Ora aveva la prova che quell’uomo stava aspettando proprio lui. Si tolse la parrucca con un gesto disperato come se avesse voluto strapparsi dalla mente anche l’idea spaventosa che davvero lo volevano morto. Dopo tutti quegli anni e i servigi resi. In subbuglio, salì le scale a quattro scalini per volta, ritornandosene al sicuro dentro casa sua.

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6 pensieri su “Il sicario (prima parte)

  1. fulvialuna1 – Cammino sempre a due metri da terra, la mia testa vive tra nuvole e venti, tra leggende e figure mitologiche, tra storia e arte....Come dice mio fratello, dovrei vivere in una torre, sulla montagna più alta del mondo; dovrei vivere tra libri, pennelli, tele, colori, stoffe.... Amo le alte vette, ma non disdegno il resto della natura, amo gli animali e il cuore me lo ha rubato un lupo. Amo tantissimo gli uomini che per me sono un mondo incredibile, ma le donne sono la mia forza,; non posso vivere senza bambini e senza le storie che raccontano gli anziani. Amo cucinare, cucire, dipingere, leggere, scrivere diari, scrivere su foglietti che viaggiano nella mia casa come avessero le gambe; mi piace il cinema, il calcio, le moto. Mi piace occuparmi della mia casa e del mio giardino...ma non sono Biancaneve e nemmeno Cenerentola, sono Paola, che per una serie di incredibili storie posso essere anche Penelope e anche Fulvialuna. Il mio sogno più grande è la pace nel mondo, questo mondo in cui cammino sempre a due metri da terra, ma quando ci appoggio i piedi resto ben salda ed è difficile spostarmi, tanto che il mio motto è "...il posto che mi piace si chiama mondo..."
    fulvialuna1 il scrive:

    Ansia….

  2. Birbo Bicirossa – Ciao, voglio avvisarti che proseguendo troverai due blog di pessima satira e dubbio umorismo. Un consiglio, non seguirmi credendo che contraccambierò, perché di solito non lo faccio. 😁🤪😉
    Birbo Bicirossa il scrive:

    Bene, sembra una storia interessante con protagonisti altrettanto interessanti, quindi anche il finale sarà sicuramente interessante.
    😎

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