Lo sprofondo

«Per quanto tempo ancora hai intenzione di tenermi il broncio?»
L’uomo guardava suo figlio aspettando una risposta.
Erano appena tornati dalla chiesa, giù in paese, come ogni domenica, e lungo la strada Nan non aveva aperto bocca limitandosi a rispondere alle domande del padre con dei grugniti.
«E poi, si può sapere cosa ti ho fatto?»
Era il giorno dell’equinozio di primavera. Anche se la natura si era risvegliata, nella campagna soffiava un vento gelido tanto che gli animali da cortile se ne stavano tutti al riparo. E quando il padre ormai credeva che la risposta non sarebbe arrivata più:
«È che mi tratti sempre come fossi un bambino… be’ non lo sono più…»
L’uomo squadrò suo figlio di tredici anni. Si rese conto, forse solo in quel momento, che la vita dura della campagna, la perdita precoce della madre e la loro condizione di pressoché indigenza avevano tolto al ragazzino un bel po’ di infanzia.
«Sì, forse hai ragione…» gli mormorò alzandosi dalla sedia. «Vieni, ti devo mostrare una cosa.»
L’uomo fece per muoversi ma il figlio rimase seduto composto al tavolo davanti a un libro aperto che fissava immobile, forse per la rabbia tratteneva anche il respiro.
«Vieni ti dico… è arrivato il momento che tu lo veda.» Riluttante, Nan lo seguì.
Entrambi scesero in cantina. In un angolo del locale il padre spostò un baule e alcuni scatoloni scoprendo una botola.
«Cos’è?» chiese il figlio diffidente ancora indeciso se rivolgere o no la parola al padre.
L’uomo si limitò a osservare il figlio senza dire nulla. Poi, afferrando due grossi anelli infissi nel legno, spalancò l’apertura.
D’istinto il ragazzino si ritrasse. Non capiva.
«Questo è lo sprofondo.»
«Lo sprofondo? In che senso?» fece Nan.
«L’ho scoperto per caso, tempo fa. Le due ante erano inchiodate al pavimento, credevo fossero normali assi. Tuo nonno non me ne ha mai parlato. E dire che la casa l’ha costruita lui. Questa…» e si prese una pausa «…è la botola verso l’Abisso.»
«Cos’è l’Abisso, papà?» chiese curioso il figlio.
«È la via verso l’infinito, la via di comunicazione tra questo mondo e il centro dell’universo; dall’altra parte non è dato sapere cosa ci sia. Forse il Nulla, forse Dio…»
«Come fai a sapere che non è un semplice pozzo, papà?»
«Perché se tu guardi bene, laggiù in fondo c’è una luce, una luce che ondeggia come se ci fossero delle fiamme e poi, sempre da là sotto, in alcune notti salgono dei suoni… a volte sono urla, a volte sono sussurri o rumori sommessi… e poi c’è una voce…»
«Una voce?»
«Sì, una voce… una voce che chiama… che dice di lasciarsi andare… di affidarsi al vuoto e buttarsi giù, attraverso la botola…»
«Una voce? Di che voce si tratta?»
Il padre ora lo stava fissando accigliato. Sembrava invecchiato alla luce debole e opaca della cantina. Aveva aperto alcune volte le labbra senza riuscire a parlare.
«Di che voce si tratta, papà?» insistette Nan.
«È la voce di tua madre, figliolo… le parole non si capiscono. Ma è lei, lo so bene» e chiuse la botola come se non volesse proseguire quel discorso. «Sono felice di avertene parlato, ora lo sai anche tu» disse sospirando. «Volevi che ti trattassi da grande… be’ ora sai una cosa da grande.»
«Ma chi chiama la mamma? Me, te o entrambi?»
«Chiama solo me, Nan, solo me. È già un po’ che volevo parlartene, ma non sapevo come affrontare l’argomento. Se tu te la sentissi di rimanere solo, io seguirei quella voce… sono stanco, malato e mi manca tanto tua madre… e tu ormai, come bene mi hai fatto notare, sei grande.»
«E a me non pensi, papà? Io ho bisogno di te, non puoi lasciarmi solo. Abbiamo ancora tante cose da fare insieme alla fattoria. Bisogna rifare la staccionata… la Dolly ha appena avuto il piccolo… Anche a me manca tanto la mamma. Ma andremo da lei quando sarà il momento, non prima. E poi… non sono così tanto grande…» disse abbracciandolo forte.
«No?»
«No» e si mise a piangere.

25 pensieri su “Lo sprofondo

  1. Bello, ma per qualche motivo mi è risultato straniante. Sarà che lasci la descrizione dell’interno della botola alle parole del padre, o forse che tutto succede troppo in fretta, ma sono rimasto in bilico tra l’idea della sceneggiata e quella che fosse effettivamente un racconto “horror”, di quelli che scivolano verso l’assurdo quando non te lo aspetti. Forse l’ambiguità era proprio ciò che cercavi, ma a mio parere sarebbe stato più efficace averne meno 🙂

  2. Un racconto stu – pen – do che mi ha fatto riflettere molto sulla vita, sulla morte e sul rapporto genitori – figli. Personalmente credo non sia mai il momento giusto per lasciarsi, tranne quando…succede! Veramente toccante.
    Ti chiedo se gentilmente potessi ribloggare questa storia Martedì sera alle 20:00. Grazie comunque e buona domenica.

  3. Un padre che trova modo di spiegare al figlio la vita…un po dura come lezione…ma efficace a quanto sembra, vista la reazione del ragazo.
    Bel racconto. Grazie.

  4. Ciao Briciolanellatte, ho letto ho compreso ed ho pianto. Le lacrime scendono dolci una carezza per tanto dolore. La morte prematura di mamma , tanta sofferenza e la sua bontà, la sua delicatezza. I suoi silenzi ,lei che sapeva di doverci lasciare.Ero una ragazzina e mio fratello poco più che bambino. Era novembre e noi restammo soli. Nostro padre non fu capace allora, né prima , né dopo di pensare a noi. Era molto rivolto a sé stesso
    Aggiungo che quel padre non l’ho mai avuto. Neppure i miei figli.
    Unica consolazione per me ormai quasi settant’anne avere dato tutto il mio amore e le mie attenzioni a loro.
    I frutti ci sono anche dolci e buoni . Alcuni sono acerbi e velenosi.
    La vita ci dona e la vita ci toglie malgrado,noi.
    Quella mano

  5. Anche io ho capito il senso del racconto, e trovo che sia molto poetico. Purtroppo, per esperienza, posso dire che non si è mai grandi abbastanza per restare soli…

  6. Quando una porta si apre, poi non è più possibile chiuderla. Finirà male, molto male. Come minimo i due sventurati cadranno entrambi nella vecchia fossa settica, e anche se riusciranno a uscirne continueranno a sentirne l’odore per mesi.
    😉😷😁

  7. Ma che tristezza! Purtroppo per puro caso ho conosciuto ben due persone che si sono uccise, con una ho parlato solo per pochi minuti e ho parlato con l’altra, una bellissima donna, madre di due figlie, che dispensava magnifici sorrisi, solo poche volte . Li conoscevo pochissimo, eppure a distanza di tanti anni, ancora lì penso. Auguro a chi soffre così tanto da pensare di togliergli la vita di trovare vicino a sé in quello che potrebbe essere il momento supremo una persona capace di amarli così tanto da fermare la loro mano. Il suicidio letterario si esaurisce in poche gocce di inchiostro, quello reale butta sangue su chi resta per sempre.

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