Un ragazzo perbene, dopotutto

«Ho visto chi è stato: ha appena svoltato l’angolo, lo inseguo. Aspetti qui.»
Ho guardato il ragazzo allontanarsi senza comprendere bene cosa avesse voluto dire. Mi sono allora seduto sulla panchina: mi aveva detto di aspettarlo lì e non avevo alcun motivo per andarmene via, almeno in quel momento: anzi, magari, chissà, aveva qualcosa di importante da riferirmi. Mi sono messo a guardare in giro per ingannare il tempo, in quella giornata scintillante di luce; mi sono accorto che ero stranamente attratto dai particolari: la sbeccatura della targa di una vettura poco distante, un merlo sul ramo di un tamerice con alcune pagliuzze nel becco per costruire il nido, un raggio di sole che faceva una curva bizzarra nel riflesso di una vetrina.
«Mi è scappato…» impreca il ragazzo tornando indietro con il fiato grosso. «Però gli ho fatto una foto con il cell, da dietro; può servire per l’identificazione, non crede? Ma lei come sta? Ha chiamato l’ambulanza?»
Perché mai dovrei chiamare l’ambulanza?‘ ho pensato meravigliato.
«Quel tizio che è appena fuggito…» mi dice vedendomi titubante «le ha appena tirato una coltellata…»
A me? Ma si sbaglia questo ragazzo, me ne sarei accorto…‘ mi sono detto.
Ho chinato la testa sul mio corpo e ho visto un grosso manico di coltello che fuoriusciva in modo innaturale dal mio torace. ‘Strano‘ ho pensato ‘non sento niente: nessun dolore, nessun bruciore, né mi fa impressione vedere tutto questo sangue cadere per terra; non sembra neppure appartenermi‘.
«Venga si sdrai sulla panchina» mi consiglia lui. «Gliela chiamo io l’ambulanza…»
Intanto la gente ci passava accanto osservando la scena senza fermarsi. Pareva assistesse a un telefilm, tanto era indifferente. Il ragazzo si era messo a sbraitare qualcosa al cellulare. Era agitato. Non lo stavano ad ascoltare, così sembrava, né lo prendevano sul serio.
«Sta morendo, vi dico, sta morendo, fate presto» urlava.
Io ho continuato invece solo a notare tanti particolari attorno a me. Come la briciola di panino sulla maglietta del ragazzo che sussultava a ogni suo movimento o la macchia sul foulard costoso della donna anziana che stava transitando a un paio di metri da me mentre ci dava un’occhiata piena di compassione e disgusto.
Un bel coltello‘, ho pensato tastando il manico solidamente infisso nel mio corpo. Sembrava il ramo di una pianta sconosciuta che volesse trarre da me il suo nutrimento. Poi mi sono ricordato all’improvviso del piccolo Toby che a quell’ora aveva già fame e per il nervoso stava rovinando la poltrona dello studio.
«Stia giù per carità, ma dove crede di andare?» mi dice con tono di rimprovero il ragazzo trattenendomi per la spalla.
Un tipo gentile‘, ho pensato. ‘Chi glielo fa fare a prendersela così tanto? Non mi conosce neppure‘, ho pensato.

«Mi spiace, mi spiace molto, non volevo…» dice ad un tratto un altro ragazzo, più giovane d’età, avvicinandosi cautamente a noi; quasi piagnucolava. «Non lo so cosa mi sia successo. Mi è sembrato che lei quando mi si è fatto sotto mi volesse aggredire e ho avuto paura… sa, vivo per strada, è tutto molto complicato… e così le ho tirato quella coltellata. Dio mio, ma cosa ho fatto?»
«Ah!, ma sei stato tu, allora…?» gli domanda il ragazzo che mi stava aiutando afferrandolo con soddisfazione per un braccio.
«Sì, sì… sono stato io» ammette quello abbassando il capo «mi spiace, mi spiace davvero… Non so cosa mi ha preso.»
Sembra proprio pentito‘ ho pensato ‘forse dovrei consolarlo‘. I suoi lineamenti erano duri, contratti, ma gli occhi chiari illuminavano un volto simpatico e aperto. ‘Un ragazzo perbene, dopotutto‘ ho pensato.
Poi il cellulare del ragazzo che mi stava aiutando squilla.
«Siamo in via Pratchett… angolo piazza Kelly… ma non siete ancora partiti?»
Nel frattempo il ragazzo che mi aveva accoltellato, libero della presa dell’altro, si china su di me lentamente e all’orecchio mi sussurra:
«Tanto non te lo lascio, bello…»
E, con una mossa fulminea, estrae con forza il coltello dal mio petto mettendosi subito dopo a correre nella stessa direzione da cui era venuto. Il ragazzo che era al telefono, non appena lo vede, si butta immediatamente sul fiotto di sangue che esce in modo imperioso dalla mia camicia.
E poi a ondate il freddo. E il dolore lancinante come se mi avessero strappato il cuore.
E poi ancora il buio. Il buio. Il buio.
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19 pensieri su “Un ragazzo perbene, dopotutto

  1. Intrigante, indifferenza vs empatia ben caratterizzata, anche la difficoltà a rendersi conto dell’accaduto, sebbene abbia aspettato fino alla fine qualche battuta da parte del protagonista oltre ai pensieri, resi molto bene e verosimili. Piacevole lettura 🙂

  2. fulvialuna1 – Cammino sempre a due metri da terra, la mia testa vive tra nuvole e venti, tra leggende e figure mitologiche, tra storia e arte....Come dice mio fratello, dovrei vivere in una torre, sulla montagna più alta del mondo; dovrei vivere tra libri, pennelli, tele, colori, stoffe.... Amo le alte vette, ma non disdegno il resto della natura, amo gli animali e il cuore me lo ha rubato un lupo. Amo tantissimo gli uomini che per me sono un mondo incredibile, ma le donne sono la mia forza,; non posso vivere senza bambini e senza le storie che raccontano gli anziani. Amo cucinare, cucire, dipingere, leggere, scrivere diari, scrivere su foglietti che viaggiano nella mia casa come avessero le gambe; mi piace il cinema, il calcio, le moto. Mi piace occuparmi della mia casa e del mio giardino...ma non sono Biancaneve e nemmeno Cenerentola, sono Paola, che per una serie di incredibili storie posso essere anche Penelope e anche Fulvialuna. Il mio sogno più grande è la pace nel mondo, questo mondo in cui cammino sempre a due metri da terra, ma quando ci appoggio i piedi resto ben salda ed è difficile spostarmi, tanto che il mio motto è "...il posto che mi piace si chiama mondo..."
    fulvialuna1 il scrive:

    Una storia forte, la sento attuale.

  3. A volte ci sono passata pure io in quei momenti sospesi tra reale e irreale quando ti vivi in terza persona per distrarti dal tuo IO presente.
    Quindi bello il racconto. Molto. Bravo.

  4. Birbo Bicirossa – Sono un bambino che si rifiuta di crescere e viaggio nel Tempo e nello spazio, dove vivo avventure che poi i grandi non credono mica quando le racconto. Perché quelli da dieci anni in su ci fanno presto a diventare strani, eh? Beh ... questo è quello che mi succede, e se non ci credete pazienza, eh?
    Birbo Bicirossa il scrive:

    Purtroppo, soprattutto nelle grandi città, c’è un serio problema di sicurezza, e ormai nessuno può dirsi veramente al sicuro. Esci, incontri gente, sbrighi i tuoi affari, magari prendi un caffè, e all’improvviso accade l’inaspettato, e c’è qualcuno che con la scusa di essere stato ferito cerca di fregarti il coltello, proprio il migliore che hai, e per giunta con le tue impronte digitali sopra. Ahimè, ditemi voi, se continua così dove andremo a finire?

  5. Comunque è molto misero il notare tanti inutili dettagli e non il tutto…mi sembra quando senti commenti su cosucce tralasciando il nocciolo della questione:oh misera umanità!

  6. CIAO…
    Dopotutto con le buone maniere si può fare tutto …tirare una coltellata…un insulto…fare attività deliquenziale…il mi scusi rende perbene o no?
    Bel pezzo e molto realistico…ne sento infatti molta di gente che, essendo imbecille, parla dell’educazione dei delinquenti quasi a lodare la cordialità con cui si delinque…ahahah…forse se fossero loro le vittime degli atti delinquenziali non intesserebbero lodi inutili: il mi scusi tanto dopo una coltellata è quello che si definisce “buona maniera”?…secondo me per molti lo è! SI SENTONO DISCORSI ASSURDI TANTE VOLTE!

  7. Raffaele Abbate – Grumo Nevano (NA) – L’autore nasce nella prima metà del secolo scorso in una piangente cittadina di provincia (Benevento). Riceve una educazione libera (non giocare a pallone che sudi, non ti toccare che diventi cieco, non guardare quelle signore sul ciglio della strada che prendi le malattie) e compie brillantemente gli studi superiori in Liceo Classico della provincia di Napoli al cui confronto l'orfanotrofio di Davide Copperfield è un asilo Montessori. Frequenta l'università di Napoli a metà degli anni ‘60 e viene vagamente sfiorato dal ‘68. Si laurea e entra nella pubblica amministrazione. Malgrado “la capa fresca” ha fatto una brillante carriera all’INPS dove ignoravano ovviamente alcuni aspetti della sua personalità poco consoni ad un dirigente pubblico (navigatore di internet, chattarolo, blogger, grafomane). Dal mese di maggio del 2003 è tornato libero e si è dedicato alla scrittura. Ha pubblicato 4 libri da maggio 2003 a agosto 2015
    Raffaele Abbate il scrive:

    troppa enfasi e troppi paragoni retorici tipo “sorgente di montagna”

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