Via libera

autostradaQuando alle 21 entrò nel gabbiotto di comando del casello autostradale Paolo ebbe la precisa impressione che la sua vita era cambiata. Questa sensazione ebbe una prima conferma appena mezz’ora dopo quando Elena, la moracciona del quarto turno che gli aveva dimostrato sino a quel giorno ostentata indifferenza, nell’entrare nell’edificio centrale insieme a due dirigenti, si era all’improvviso girata verso di lui e gli aveva sorriso. Il Paradiso gli aveva appena mandato al suo piano l’ascensore di servizio.
Sì, sarebbe andato tutto bene. La serata si preannunciava del resto trafficata, un po’ nebbiosa, ma tranquilla. Inoltre doveva limitarsi al lavoro di supervisione e i casellanti di quel turno erano tutti in gamba. Si mise così ben presto a leggere il giornale, controllando ogni tanto la porta degli uffici, caso mai comparisse Elena, da sola. Questa volta le avrebbe parlato perché quel sorriso era molto di più di un semplice ‘via libera’
Dopo un paio di tuoni cupi si mise a piovere. Dapprima qualche goccia, poi scrosci violenti. Le code ai caselli, com’era prevedibile, aumentarono. Paolo era però più preoccupato per il fatto che, nonostante fosse passata una buona mezz’ora, Elena non era ancora uscita. Stava rimuginando sulla situazione quando uno stridio acuto di freni lo fece sobbalzare dal posto: una Mercedes SLK, inserendosi nella corsia del Telepass accanto a lui, aveva frenato all’ultimo momento perché la sbarra non si era alzata. L’autista straniero gli vomitò addosso farsi incomprensibili con tono sprezzante. Aveva ragione, pensò: il semaforo era verde e questo poteva solo voler dire che la sbarra aveva smesso di funzionare all’improvviso. Uscì sotto l’acqua a verificare. No, non era qualcosa di meccanico. Rientrò nel gabbiotto armeggiando con la pulsantiera di emergenza. Premendo qua e là dovette toccare il tasto giusto perché la sbarra si alzò sbloccando la situazione. La coda defluì, ma il problema rimase. C’era qualcosa che non andava nel contatto elettrico: se mollava il pulsante la sbarra, infatti, scendeva e pure rapidamente. Con quel traffico era impensabile eliminare la corsia per cui comprese che era una questione che avrebbe dovuto risolvere subito anche perché non avrebbe potuto resistere così altre due ore e mezza. Guardò l’orologio: erano ormai le 23, troppo tardi per l’ufficio guasti. Notò che la luce negli uffici si era fatta nel frattempo fioca e questo contibuì a metterlo definitivamente di malumore. Forse se fosse entrato con la scusa di avvertire del guasto avrebbe potuto capire cosa stava succedendo. No, sarebbe stato troppo pericoloso abbandonare il posto. Prese il telefono: la centrale gli avrebbe suggerito il da farsi. Con la mano destra impegnata a tenere premuto il pulsante non gli fu facile fare il numero con l’altra, ma ci riuscì. Il telefono squillò a lungo, poi rispose quell’odioso del capo servizio, quello che si divertiva sempre a stuzzicarlo e a metterlo in difficoltà. Paolo guardò fuori dal gabbiotto per raccogliere le idee. In quell’istante vide Elena uscire dall’edificio con il suo ombrellino rosa. La vide fare due piccoli passi nella pioggia scrosciante. Appena sotto il cono di luce del lampione, la donna alzò lo sguardo verso Paolo e gli sorrise salutandolo con un cenno della mano. Paolo trasalì: del tutto sordo al cellulare che nell’orecchio continuava a urlargli ‘PRONTO, PRONTO, MA CHI È?’, istintivamente, con la mano non impegnata a tenere il cellulare, lasciò il pulsante e la salutò. La sbarra cadde come una ghigliottina, proprio mentre un TIR frigo di quindici metri stava transitando dal casello a velocità sostenuta.

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