Sono ormai trent’anni

scrivaniaQuella mattina, andando a lavorare, si sentiva orgoglioso. Trent’anni di lavoro, un obbiettivo invidiabile, un risultato appagante. Anche se era consapevole che il momento della pensione era ancora lontano, la certezza di aver raggiunto l’ultimo scatto stipendiale della sua carriera lo rendeva euforico.
Arrivato al palazzo, lo squadrò imponente dal basso. Il suo ufficio era all’ultimo piano, pieno di luce, un’oasi di comforts. Ora sapeva cosa fosse la felicità. Come ogni mattina, prese uno dei capienti ascensori che, come al solito, era pieno zeppo di persone. Se qualcuno fosse svenuto, gli altri attorno l’avrebbero involontariamente sostenuto. E come accadeva ogni volta, man mano che l’ascensore saliva la gente scendeva, fino a quando, giunto all’attico, rimaneva solo. L’intero ultimo piano era infatti vuoto, se non fosse stato per il suo ufficio. Da trent’anni faceva le stesse stupende cose. Tirava su le tapparelle, accendeva il computer e la stampante, controllava i livelli degli inchiostri anche se non aveva mai stampato, sistemava l’area di lavoro sulla scrivania, anche se nessuno aveva toccato nulla dal giorno prima. A tre centimetri dal bordo più lontano posizionava il portapenne, a sei centimetri e mezzo il sottomano in cuoio lavorato e poi, a destra, via via, il portacorrispondenza, la rubrica, il calendario, secondo uno sperimentato ordine spaziale. Poi si calzava ben bene, sotto di sé, la seduta della sedia, incrociava le dita posizionando comodamente i gomiti sul pianale e attendeva.
Sei anni prima, verso le ore dieci e ventidue, era in effetti arrivato sin lì un signore, dall’apparente età di quaranta/quarantacinque anni, ma aveva sbagliato piano. Dopo un po’ era pure ritornato per cercare il bagno. Quindi più niente.
Così era l’attesa il suo vero lavoro. Si era comunque accorto che, se lasciava la porta aperta e lasciava vagare lo sguardo lungo l’interminabile corridoio vuoto, le ore dell’ufficio passavano più in fretta. A mezzogiorno precise, come ogni giorni di quei trent’anni, tirava fuori dalla borsa il panino. Il lunedì conteneva la frittata, il martedì il prosciutto cotto, il mercoledì mozzarella e pomodoro, il giovedì l’insalata russa, il venerdì alici e cipolline. Glielo preparava il panettiere sotto casa. Quel giorno era mercoledì. Alla estrema destra della scrivania c’era un telefono, uno di quelli vecchi, neri ancora con la rotella. Non sapeva in verità che trillo avesse perché non aveva mai suonato. Si sarebbe anche telefonato per saperlo, ma nessuno gli aveva detto che numero avesse. Per funzionare funzionava, aveva provato, ma era tutto quello che c’era da sapere. Alla sinistra, sul monitor ingiallito del pc, faceva bella mostra di sé lo spartito del Grande Concerto di Natale, quello suonato ogni anno al Centro Amici della Musica. Il suo compito era proprio quello di stampare una copia di quel solo sparito, sempre lo stesso. Non sapeva neppure come fosse quel concerto, anche perché a lui la musica non piaceva, anzi la odiava. In fondo non era necessario conoscerla o amarla, si era detto: avrebbe dovuto solo stamparne una copia, solo una, se si fosse presentato qualcuno.
Ma oggi era un giorno speciale, pensò, se lo sentiva: qualcosa sarebbe accaduto. Verso le quindici avvertì persino uno scalpiccio nella parte del corridoio che non poteva vedere dalla sua scrivania. Aspettò, ma non successe nulla. Poi alle diciassette il suo turno finì. Abbassò le tapparelle, spense il pc e la stampante, come ogni pomeriggio. Aveva appena finito di chiudere a chiave la porta quando alle sue spalle sentì la voce di una donna:
«Mi scusi, ma vorrei per favore una copia dello spartito del Grande Concerto di Natale…»
Lo sapeva, pensò lui sorridendo: quello sarebbe stato il ‘suo’ giorno. Poi guardò l’ora e, senza voltarsi, disse: «Mi dispiace signora, ma l’ufficio è chiuso, torni domani».

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