Il commerciante

Le lettere in arancione del display avvertivano che il treno era in ritardo. Era l’unico, tra tutti quelli in lista sul tabellone, ad avere quel numero indisponente. L’andirivieni convulso della gente, che di solito si limitava a infastidirlo, gli diventò a quel punto insopportabile. Pensò allora che forse avrebbe potuto occupare meglio quel tempo mangiandosi un panino o una pizza, visto che aveva saltato il pranzo. Poi si rammentò che da qualche settimana stava seguendo una dieta ipocalorica e si sentì in colpa. L’idea di acquistare una di quelle confezioni di insalata ‘apri e gusta’, lo fece però rabbrividire.
«Lei è italiano?» le chiese sommessamente una signora dall’aria dimessa. Lui aveva tanta voglia di dire di no, ma la sua testa andò per conto suo e annuì. «Ho tanta fame, la prego, sono giorni che non mangio, mi dia qualche euro». La voce era lamentosa, strascicata e aveva un fondo di acuta disperazione. Di solito non si faceva impietosire, anche perché, griffato com’era da capo a piedi, dava sempre l’impressione di una persona ‘a mezzi’, sicché era un bersaglio continuo. «Non ho spiccioli, mi spiace» disse poco convinto. «Andiamo dal giornalaio, signore, che ci vuole? Glieli cambierà». Era la frase di riserva, si capiva bene, pronunciata però anche quella senza troppa convinzione. Gli occhi della donna si erano fatti tristi, la pelle del volto era tesa e pallida e lui si stava intenerendo. Ci fu un attimo di silenzio, rigato dal fischio di un capotreno che si sbracciava in direzione della testa del convoglio. La signora, per dar forza alla sua querimonia, all’improvviso gli toccò una mano. «Ma cosa fa?» mormorò l’uomo tra sé e sé scostandosi irrigidito; e subito si chinò ad afferrare la sua borsa spostandosi diversi metri. Non sopportava di essere toccato da chicchessia, soprattutto da una sconosciuta dall’igiene più che sospetta. Ficcò lo sguardo nel display, indispettito, guardando e non leggendo: la fame gli era passata. Nervosamente tirò fuori dalla borsa un disinfettante e si pulì le mani strofinandosele forte, come per cancellare anche il ricordo di quello che era appena successo. Nel punto dove era stato toccato però stava montando un formicolio fastidioso, che diventò ben presto un prurito e quindi un bruciore acuto. Pareva che si fosse scottato con un ferro rovente e già si stavano formando delle vescicole rosacee. Istintivamente si mise a cercare la donna, senza sapere neppure lui perché. In quella confusione fece fatica a trovarla: era ferma accanto al cancello est della stazione che guardava un bambino che si stava mangiando un gelato. Le si avvicinò, ma anziché chiederle spiegazioni, prese dal portafoglio una banconota e gliela diede senza indugio. La donna prese i soldi senza dir nulla limitandosi a un lieve cenno del capo come se ci fosse stato tra di loro un precedente accordo. Ogni traccia di malinconia era sparita da quello sguardo ed anzi c’era una nota asprigna di sfida. Poi la donna sputò davanti a sé facendo una croce per terra con il piede. Lui rimase a guardarla, tenendosi la mano sulla ustione, quasi si aspettasse che dovesse succedere qualcosa. «Fa male, vero?» chiese la donna continuando a osservare il bambino che rosicchiava la cialda. «Allora è stata lei… cosa mi ha fatto?» La signora non rispose e si voltò per andarsene. «Non è servito a nulla che io le abbia dato dei soldi?» obbiettò lui da buon commerciante. «Come no?» disse quella senza voltarsi «almeno le ho tolto la maledizione».

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