Un senso di oppressione

 

Si agitava nel letto scalciando come un bambino. Un senso di oppressione gli fece aprire di prepotenza gli occhi. «Adele!»
«Sono qui» gli disse la moglie che lo stava guardando da un po’, stesa su un fianco, una mano a sorreggersi la testa.
«Ho fatto un incubo terribile» le disse. La bocca sembrava impastata da terra e sabbia, la gola bruciava, faceva fatica a parlare: avrebbe voluto bere acqua, tanta acqua. «Eravamo in moto, su una di quelle strade americane senza fine che attraversano la pianura. Una moto stupenda, sai, come quella che ho sempre desiderato». Chiuse le palpebre per rivedere l’immagine: ce l’aveva ancora ben stampata nella mente. Ebbe voglia di abbandonarsi in quel dormiveglia per non svegliarsi più: «Ad un certo punto mi hai detto di accelerare. Non ho capito il perché, ma mi piaceva l’idea. E così ho aumentato la velocità. ‘Vai più forte, vai più forte’ mi sussurravi stringendomi a te. E io ho accelerato fino a quando improvvisamente un animale ci ha attraverso la strada. Un piccolo di coyote, forse, o una marmotta, ora non saprei. È che ho frenato, ma la moto ha preso a sbandare. Sono scivolato per diversi metri fino a quando sono finito contro la staccionata di una casa. Il bello è che tu non eri più sulla moto dietro di me, ma in piedi, accanto a un albero che mi osservavi mentre rovinavo a terra. Ho spaccato la staccionata e un grosso piolo mi si è conficcato in un fianco, proprio qui». L’uomo per farsi capire fece scorrere la mano sotto le lenzuola a pescare il punto preciso del costato. La mano urtò qualcosa. Sentì che tutt’attorno il lenzuolo era bagnato. Lo tirò giù sorpreso: un grosso coltello da cucina, affondato fino al manico, gli fuoriusciva dalla penultima costola. Era in un bagno di sangue. Alzò lo sguardo verso la moglie ancora accanto a lui, ma con una strana espressione sul volto.
«Sei sempre il solito» gli disse. «Ci metti tanto anche per morire».

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