Insight

L’uomo camminava sul bagnasciuga mentre le onde trasparenti di spuma lo lambivano senza toccarlo. Ogni tanto si fermava a consultare un foglietto che teneva stropicciato nel pugno chiuso; giunto al faro, si girò più volte come cercasse conferma che quello fosse il posto giusto. Poi entrò dalla porticina e salì i gradini bianchi di pietra lucida di salsedine, incasellati a chiocciola in un volgersi che sembrava non finire mai; si arrestò a metà, col fiato corto, spiando quanta strada fosse rimasta. Continuò a salire come se non gli importasse nulla che la penombra stesse cancellando i gradini alle sue spalle e raggiunse la luce abbagliante che lo fece sobbalzare di gioia. Una donna giovane, dai lunghi capelli morbidi, un viso scolpito dall’amore, si girò verso di lui: stava per dire qualcosa, ma l’uomo la precedette:
«È lei il fotografo?» fece in un respiro affannoso.
«Lei chi cerca, scusi?» domandò sorpresa.
«Ho visto le sue foto su Internet, signora, e mi sono piaciute molto».
«Mi chiami Marta, per favore… Comunque non posso aiutarla. Io fotografo solo per hobby. Non è il mio lavoro far fotografie…»
«Lo so, lo so…» fece lui sedendosi sulla prima sedia che trovò. Aveva un’età indefinita, forse cinquant’anni tra ricordi e sogni in quegli occhi profondi. «È che lei, vede, fa delle foto sorprendenti… va oltre l’immagine; con la luce disegna la vita che abbiamo dentro, i sentimenti che ci agitano, le emozioni di chi ci conosce. E lo fa con uno stile tutto suo, con curiosità e meraviglia, ma anche con una carica di sensuale dolcezza…»
La donna abbozzò un sorriso, era imbarazzata. L’uomo aveva smesso di ansimare e ora stava guardando la distesa sperduta del mare innanzi a sé che pareva voler entrare nella lanterna.
«Ma come ha fatto a trovarmi?» chiese la donna che riprese a dar l’acqua ai kalankoe in fiore.
«Me lo sono segnato qui…» L’uomo si toccò la tasca dove aveva riposto il foglietto.
«Lei lo sa, vero, che questo posto non esiste?» insistette la donna avvicinandosi a lui. «È un posto dell’anima. L’ho creato io con la mia mente per ritrovarmi quando voglio stare sola. Io e lei, insomma, non siamo reali…» Lui la guardò confuso come se quella voce gli arrivasse da lontano. Non capiva. La donna tagliò corto: «A cosa le servono le foto?»
«In realtà me ne serve solo una. Voglio metterla sulla mia tomba. È per questo che voglio che sia lei a scattarla. Non voglio la solita foto-tessera, a mezzobusto, dall’aria stereotipata. Vorrei che mi fotografasse il viso, che si vedano gli occhi. Che si capisca quanto mi spiaccia morire e quanto io ami la mia vita, i miei cari, le mie cose…» Seguì una pausa fragile mentre la donna aveva preso a girargli attorno osservandolo meglio.
«Ci potrebbero volere delle ore» precisò lei più con l’intento di dissuaderlo che di avvertirlo.
«Me ne rendo conto, Marta, ma ho tutto il tempo… morirò solo il mese prossimo».

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