Il primo Cavaliere

Qualcuno bussò alla porta. Torquato, il fabbro del villaggio, andò ad aprire: gli si parò innanzi il grosso muso di un cavallo, che gli sbuffò in faccia senza tanti preamboli. Un uomo, sporgendosi dalla sella verso il basso per farsi vedere, gli domandò:
«Mi scusi… mi spiace disturbarla a quest’ora. Sono un Cavaliere, un Cavaliere dell’Apocalisse (anche se non dovrei dirlo). Ho appuntamento con i miei colleghi in località Quercia Nera. Mi potrebbe indicare cortesemente dove si trova?»
«Un Cavaliere dell’Apocalisse?» fece confuso. «Mi prende in giro?»
«Purtroppo no. Ma abbassi la voce per favore. Vuol far scoppiare il panico? Sì , purtroppo è arrivata l’ora: l’ora della Fine del Mondo, intendo dire. E per questo che ho anche molta fretta, non può aiutarmi, allora?»
Il soggetto era inquietante, a dispetto dei modi garbati e dal tono rassicurante della voce, come di chi è abituato a farsi ubbidire con la dolcezza. Sarà stata l’imponenza del cavallo dal mantello scuro o l’austerità asciutta della maschera che gli copriva occhi e naso. Sta di fatto che Torquato aveva il cuore in gola. Se ne stette un po’, quindi balbettò:
«In casa ho una cartina particolareggiata dell’intera regione, venga, che la cerchiamo insieme».
«Il cavallo dove posso lasciarlo?»
«Passi da quel cancello alla sua sinistra: è aperto, entrerà nel mio cortile».
Dopo pochi minuti il Cavaliere era già nella piccola cucina. Era molto alto e l’incedere solenne. Torquato portò servizievole la cartina, del pane e un fiasco di vino. L’Ospite stava intanto già controllando la mappa quando il fabbro, con movimento rapido, lo legò alla sedia. Prima che accennasse a una qualche reazione, il Cavaliere aveva già numerosi giri di corda attorno al busto rimanendo immobilizzato.
«Ma cosa fa è pazzo?» chiese imperioso.
Torquato gli infilò della paglia in bocca imbavagliandolo subito dopo con un straccio da cucina. Lo trascinò sulla sedia facendola ballonzolare lungo le scale fino alla cantina che chiuse a più mandate. Ritornato in cucina frugò nel tascapane dell’Ospite estraendo il Libro con i Sette Sigilli ancora intatti e lo gettò nel fuoco del caminetto. Dopo sette giorni, il Libro, rimasto incombusto, si ridusse improvvisamente in cenere. Una corrente di fumo azzurrognolo, si sprigionò all’improvviso dal libro diffondendo nel locale un freddo insopportabile. Torquato scese in cantina per liberare il Cavaliere, ma trovò solo la corda afflosciata sulla sedia e la maschera a terra. In cortile intanto, al posto del cavallo, belava un agnello.

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