Un taxi al volo

Le probabilità di incontrare una persona in una città di una certa dimensione sono abbastanza basse, soprattutto se la città non è abitata da entrambi. Se poi questa città è pure situata in una parte remota del globo, la coincidenza finisce per farti riflettere, anche perché l’uomo in questione ce l’ha a morte con me. A sentir lui, gli avrei fatto chissà quale torto per motivazioni risibili: gli avrei, in buona sostanza, preferito, sul lavoro, un’altra persona solo perché sarei stato spinto da simpatie politiche. Non c’è stato modo di potermi chiarire con lui, nonostante i reiterati tentativi, avendo questo signore sempre rifiutato di darmi l’opportunità di farlo; ci tenevo a spiegargli, quanto meno per la stima sincera che gli porto, che, anche se può apparire eccentrico, non è mio costume farmi influenzare da qualsivoglia idea politica, anche perché ancora non mi è chiara, alla mia non più verde età, quale essa sia realmente; né ho mai saputo quale potesse essere la sua, che, lo confesso, non ha mai neppure solleticato il mio interesse. E principalmente volevo fargli sapere che la sua pratica era solo transitata nel mio ufficio e che, prima ancora di toccare la mia scrivania, era stata riassegnata ad un altro perché ero in ferie. Dunque…

Così mi dispiacque molto vederlo lì, in piedi, a pochi metri da me, all’uscita di quello stesso sperduto albergo alla periferia di quel posto. Alla mia vista sobbalzò come se gli fosse caduto qualcosa su un piede e dalla faccia capii subito che gli avevo rovinato la giornata se non l’intera vacanza. Mi voltò infatti immediatamente le spalle, senza salutarmi e, dopo pochi attimi, iniziò pure a starnutire in un attacco violento, forse, di allergia. Per fortuna arrivò subito un taxi, che presi al volo liberandomi da quell’imbarazzo. L’autista mi portò solerte dall’altra parte della città, anche se ci mise parecchi giri di tassametro per farlo, complice un traffico intenso.

«Con questo festival in città sembrano tutti impazziti» mi fece il guidatore, mezzo indio, in un italiano stentato. Mi apprestai a pagarlo, con un piede nervoso già fuori dalla macchina. «Mi dispiace averla fatta aspettare, dott. Cappabianca» continuò «ma è stato fortunato a trovarmi. Nonostante lei abbia prenotato per tempo, ero l’ultimo a disposizione per quest’oggi.»

A quelle parole mi sentii mancare e balbettai:

«Ma io non sono il dott. Cappabianca… ha sbagliato persona, il dott. Cappabianca era quello, davanti all’hotel, vicino a me, che starnutiva.»

«Davvero?» disse lui alzando le sopracciglia cespugliose. «Allora lei è doppiamente fortunato.»

17 pensieri su “Un taxi al volo

  1. Ma è vero? hahaha!!!! troppo simpatico questo post… Mi hai fatto sorridere alla grande, e credimi se Ti dico che ne avevo bisogno…. Saluti della buonanotte, Mutty

  2. Saggezza india. E una buffa sorta di nemesi della serie: tiè, cappabia’, così impari! 😀
    Ricambio la visita, anche se in realtà è da tanto che ti leggo, chè ti vedo linkato inogniddove

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