In autostrada

C’era la fila sull’autostrada e l’uscita per Lughi era ancora piuttosto lontana. Non era neppure un inizio di weekend o un’ora particolarmente trafficata, sicché quell’ingorgo era inspiegabile. Come al solito la corsia di sorpasso era più veloce della mia. Non avevo tuttavia intenzione di spostarmi anche perché, se lo avessi fatto, per qualche legge insondabile, avrebbe cominciato ad essere scorrevole la coda appena abbandonata.
Accanto a me, nella macchina che mi si era affiancata in parallelo, una signora minuta, con i capelli neri a caschetto, stava litigando con un omone al volante di una fiat punto. Ogni tanto si rivolgeva a lui dandogli delle manate vigorose sul pull-over senza che l’uomo neppure battesse ciglio. Lei era furibonda e strabuzzava gli occhi; doveva anche urlare perché le vene sul collo erano gonfie e la sua voce querula riusciva a filtrare attraverso i finestrini chiusi. Ogni tanto l’uomo la guardava con occhi piccoli e carichi di odio. Non la stava ascoltando, la stava solo odiando.
Poi quella fila andò ancora avanti, mentre la mia rimase ferma. Mi si affiancò così una jeep Toyota con a bordo una signora distinta che cantava e dietro a lei, sui sedili posteriori, almeno tre marmocchi agitati e paonazzi che facevano a gara a chi sbraitava più forte; battevano un ritmo forsennato con le mani sui vetri e contro le spalliere dei sedili. Forse ascoltavano della musica o forse no. Ma anche la jeep non tardò a scivolare in avanti. Al suo posto arrivò una fiat marea con due persone anziane, un uomo e una donna. Entrambi occhialuti, con la pelle rugosa e sgualcita, guardavano impassibili lo stesso punto infinito sulla strada davanti a loro come se la macchina stesse viaggiando a forte velocità e si dovesse prestare massima attenzione alla guida. Sembravano di cera tanto erano immobili e pallidi. Si sarebbe detto che non respirassero neppure.
Stava per accostarmi, nello svolgere dell’altra coda, una BMW nuova fiammante con una ragazza molto giovane che si strusciava come una pitonessa sul guidatore con i capelli brizzolati ed un grosso cappello in testa, quando la mia colonna finalmente si mosse. Raggiunsi così la jeep toyota, la fiat marea e la fiat punto di slancio. Percorsi tre/quattrocento metri tanto da cominciare a pensare che avrei proseguito così fino a casa. Ma la speranza si infranse immediatamente all’accendersi degli stop della macchina che mi precedeva. Ora, alla mia sinistra, c’era solo il muro impenetrabile dei pneumatici di un mastodontico mezzo pesante che, ogni volta che frenava, mi faceva vibrare i timpani. Cominciavo a credere che non sarei più riuscito a tornare nel mio rifugio di Poggiobrusco per l’ora di cena. Rimanemmo così, per un bel po’, io e l’anonimo autoarticolato appaiati. Un passo io, un passo lui. Un giro di ruota lui, tre o quatto giri di ruota io. Il buio era calato da un pezzo e si era divorato il paesaggio dolce dell’autunno facendo brillare le poche luci delle case attorno.
Quindi il brontosauro scattò in avanti, sbuffando e cigolando, con tutta la sequela di vetture che si portò dietro. Proseguii anch’io a passo d’uomo, cosicché non potei badare alle macchine che mi sfilavano nuovamente sulla sinistra. Mi rifermai per l’ennesima volta dopo pochi metri e mi ritrovai, accanto, la biondina attorcigliata sempre di più al signore di mezz’età cui stava sturando un orecchio: lui, nel frattempo, aveva perso il cappello e l’impassibilità. La signorina doveva avere molto caldo perché era mezza spogliata. Il completino intimo di pizzo nero era però molto carino e le stava davvero bene. Poi la mia fila si mosse lentamente mentre quella della corsia di sorpasso se ne rimase a sua volta ferma. Mi si appaiò allora la fiat marea con la coppia anziana isolata dal mondo. Non avevano cambiato espressione. Avrei detto che fossero due manichini con un cavo trasparente e invisibile che tirava appresso la loro macchina. Comparve, subito dopo, a scorrere, la jeep Toyota con la signora-bene che cantava con i tre marmocchi. La signora cantava sì, ma si asciugava anche gli occhi. Avrei giurato che piangesse nonostante non perdesse neppure una nota di una canzone un po’ più tranquilla e appassionata. Infine fu la volta della fiat punto dell’omone. L’omone c’era, ma la donnina arrabbiata no. Guardai meglio. Il sedile accanto al conducente non era reclinato e non c’era nessuno neppure sui sedili posteriori. Stavo ispezionando meglio l’interno di quella vettura, con aria interrogativa, quando l’omone mi diede un’occhiata. Il suo sguardo era lucido e raggiante. Ero lì lì per tirare giù il finestrino per chiederli chissà cosa, quando la sua fila si mosse velocemente e lui scomparve dalla mia vista.

5 pensieri su “In autostrada

  1. ma l’omone che ne ha fatto della signora? L’ha uccisa e chiusa nel portabagagli o l’ha tramortita con un pugno e l’ha scaraventata fuori dal finestrino?? Io sono curiosa!!! :O

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