Il padre malato

«Senti, mamma, sabato prossimo Luca compie gli anni, dieci come i miei, e mi ha invitato a casa sua, ci posso andare?»
«No, Andrea, lo sai che papà non vuole.»
Il piccolo dondolava nervoso i piedi dalla poltrona della cucina. Quella poltrona l’avevano messa in cucina e lui, quando poteva, ci si sedeva volentieri anche per stare insieme alla madre quando faceva i lavori.
«Ma dai ti prego, ci tengo, te lo chiedo per favore.»
Il piccolo Andrea insistette a lungo, ma l’irremovibilità testarda della mamma fu più forte.
«Perché il papà non vuole?» sbottò ad un certo punto il bambino per ripicca. «Non è giusto! E perché poi non posso parlare mai con lui?»
«Perché il papà non sta bene.»
«Mi dici sempre così. Ma è tanto tempo che non mi fai entrare nella sua stanza… io … io non lo vedo mai uscire. Non me lo ricordo nemmeno più com’è fatto. Perché non ci sono sue fotografie in casa?»
«Perché perché… basta con tutti questi perché, vai a fare i compiti.»
Poi la madre alzò il mento come se avesse sentito una voce. Posò nel lavello la tazza che stava lavando e, dopo essersi precipitosamente asciugata le mani in uno strofinaccio, si avvicinò alla porta della stanza attigua. Andrea seguì con attenzione quella che per lui era una scena consueta. Vide la mamma che, dopo aver bussato lievemente sul legno, sgusciava dentro in punta di piedi. ‘Mi avevi chiamato?’ la sentì dire a bassa voce chiudendo in fretta la porta dietro di sé.
Andrea non si ricordava neppure più da quanto tempo il padre era chiuso nella sua camera. Mamma diceva che stava molto male e che aveva contratto una malattia contagiosa ed era per questo che lui non doveva entrare in quella stanza, per nessuno motivo. Glielo aveva fatto anche giurare.
Qualcosa però non quadrava, pensava lui. Non era mai venuto nessun medico a visitarlo, né la mamma gli aveva mai portato delle medicine, né nessun parente o amico, da mesi, si era fatto vedere.
Così, quel pomeriggio che era salito in camera per farsi la mezz’oretta di sonno del dopopranzo, approfittando che la madre fosse uscita, come faceva di solito quando lui si addormentava, scese da basso. Si avvicinò incerto alla porta della camera del padre. Appoggiando l’orecchio si mise in ascolto, ma udiva solo il suo cuore che gli batteva forte. Aveva nella mente l’immagine della mamma che gli ‘faceva gli occhi brutti’ perché lui non entrasse. Ma doveva sapere. Prese così un ampio respiro e tirò giù la maniglia.
Era tutto buio lì dentro e non si vedeva nulla. L’aria era irrespirabile e malsana. Si sentiva un respiro pesante, rumoroso, roco.
«Papà?!?» fece il bambino poco più in là della soglia. C’era un silenzio abitato, si avvertiva palpabile come la presenza di tanti occhi che lo stavano guardando stupiti, anche se lui non poteva vederli. Seguì un borbottio profondo e ringhioso e uno sbattere potente di ali. Sembrava ci fosse una bestia in quel luogo, un volatile forse, ma grosso, perché il movimento delle ali aveva creato un vortice nella stanza scompigliando i capelli del bambino.
Poi Andrea si sentì tirare con violenza all’indietro. La madre era tornata all’improvviso e l’aveva sollevato di peso.
«Ma sei pazzo, bambino mio?» gli chiese lei con un tono che non sembrava di rimprovero.
Andrea era immobile, senza parole.
«Ma cosa ti è saltato in mente?» fece ancora la donna che si era messa in ginocchio ad abbracciare e baciare il figlio come fosse scampato a un grave pericolo. «Stai bene, dimmi, stai bene?»
«Sì mamma, sto bene» fece il piccolo guardandola fissa: «però… non capisco… perché papà, al posto degli occhi, ha due grandi luci rosse?»

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