Una giornata storta

Entrai nel Bar del Cinghiale molto contrariato.
«Cos’hai?» mi fece Oreste che stava servendo della birra a due turisti.
«Tu non ci crederai. La giornata è cominciata proprio storta. Sembra che oggi io non esista. Mi trattano tutti come se fossi invisibile. La gente, camminando sul marciapiede, mi urta perché non mi vede; a Tito, il giornalaio, gli avrò chiesto il quotidiano tre volte, ma ho dovuto prendermelo da solo e lasciargli lì i soldi. E ancora non si era accorto di me.»
Oreste mi guardava di sottecchi, mentre armeggiava alla macchina del caffè con la grazia di un macchinista di una locomotiva a vapore. Poi mi chiese, come se non mi avesse neppure ascoltato:
«Vuoi un cucciolo?»
«Sì, per cortesia, e con molto cacao, così mi tira su.»
Seguirono i soliti rumori di piattini, tazzine e posate che trovo così urtante e sgradevole al mattino.
«Poi, figurati » seguitai io deciso a sfogarmi «ero fermo a leggere un manifesto che mi interessava quando è arrivato un cane. Lui pensava probabilmente di farla sul muro e invece, non vedendomi, mi ha pisciato addosso!»
Oreste mi allungò il cucciolo sul banco: il suo profumo stava blandendo le mie cellule olfattive.
«Questo, amico mio» mi disse sottovoce sporgendosi un poco verso di me «capita quando alla sera si mangiano cibi pesanti.»
«Cosa c’entra adesso questa cosa?» obbiettai.
«C’entra, c’entra. Se tu cenassi più leggero, riusciresti a dormire meglio, saresti sì a casa tua, ma non ti rigireresti nel tuo letto come stai facendo  ora, e non sogneresti di essere qui con me.»

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