Una sana dormita

Era stata una notte caldissima. Non ero riuscito pressoché a dormire. Per la prima volta il caldo era entrato prepotentemente in casa e si era impossessato delle stanze, delle lenzuola, del cuscino e dei fiori che se ne stavano allucinati e sbigottiti nel vaso ormai senz’acqua.
Andai in bagno, ciondolando. Ci ero arrivato spingendomi dallo stipite della camera da letto a quello della porta del bagno, come fossero delle liane. Mi sedetti sul bordo della vasca come per ricordarmi che mondo fosse quello e da che parte stesse ruotando. Facendo leva sul lavandino, mi guardai allo specchio notando, all’altezza della guancia destra, il segno lasciato di traverso dal lenzuolo. Rigirandomi nel letto, un lembo mi doveva essere rimasto sotto al viso imprimendo così il bordo zigrinato sulla pelle. Inutili i tentativi di levarlo. Sarebbe passato da sé, pensai.
Andai al lavoro e appena dopo pranzo incontrai ‘Gi.
“Sei proprio fortunato…”
“In che senso?”
“A poterti alzare così tardi la mattina: hai ancora il segno del lenzuolo sulla faccia!”
“Ma figurati ‘Gi, anzi, non ho chiuso occhio tutta la notte ed ho un sonno che mi accascerei sul marciapiede.”
Lo salutai, infastidito dal fatto che mi portassi ancora sul viso i segni della nottataccia. Decisi così di andare da Tito: volevo distrarmi leggendo le ultime novità su MacUser che, secondo i miei calcoli, doveva essere appena uscito. Tito appena mi vide, venne fuori dall’edicola e mi apostrofò:
“Eh.. ti va su bella a te! Hai dormito fino a cinque minuti fa vero?”
“No, Tito, non hai capito niente!” volevo anche aggiungere ‘come al tuo solito’ ma feci in modo che il mio malumore non mi condizionasse fino a tal punto.
“E’ da stamattina presto che cerco di far andar via questo segnaccio, Tito, ma non c’è niente da fare…”
“Seeeee, raccontalo a un altro.”
Per il nervoso presi il numero di MacUser che effettivamente era uscito e cominciai a leggerlo. Solo che anziché girare le pagine, le stavo accartocciando.
Nel pomeriggio mi imbattei in Tonio; ma anche in un compagno delle medie che non vedevo da una vita – e che potevo tranquillamente fare a meno di incontrare anche nella prossima, di vita – e in Paula, la segretaria peruviana di un amico commercialista. Tutti e tre non mancarono di prendermi in giro per quell’impronta zigrinata che aveva pensato bene di non lasciare il mio volto quasi fosse diventata una cicatrice. Ridendo, mi avevano dato nell’ordine: del poltrone, del dormiglione e del figlio di papà. Insomma quanto bastava per decidere di rientrare a casa non appena fosse stato possibile.
Appena varcai la soglia, tolsi subito dal letto il lenzuolo per lasciare solo la federa: non avrei voluto peggiorare, quella notte, la mia situazione di neo sfregiato. Poi mi sedetti sulla mia sedia a dondolo in legno di quercia regolando la vista su ‘infinito’. L’azzurro del cielo, come sempre, mi rasserenò. Avrei voluto anche dormire, ma ero sicuro che non ci sarei riuscito. Quindi preparai la cena. Per tirarmi su il morale buttai nell’acqua salata e bollente un po’ di tagliatelle fresche così gialle che sembravano allo zafferano. Mi feci un sughetto semplice, un pomodoro pelato San Marzano a pezzettoni in un soffrittino leggerissimo di scalogno e due foglie di basilico come guarnizione. Sopra, una spolverata di parmigiano reggiano con un’idea di pecorino romano e di fossa di Cartoceto.
Mangiai fuori, sulla terrazza, in compagnia dello stridio delle rondini. Mi sarebbe tornato anche il buon umore ce non fosse stato per il fatto che il mio segno da ‘ultimo dei Sioux’ fosse ancora, sconsideratamente, al suo posto. Non sapevo decidermi se fosse il caso o meno di preoccuparmi.
Dopo cena mi misi a leggere. Avevo comprato “La ragazza in blu” di Susan Vreeland e avevo proprio desiderio di iniziarlo. Il filo narrativo era avvincente e mi tenne incollato al testo per diverso tempo. Cercavo di non pensare più al segnaccio che però, ogni tanto, con la mano, andavo a ricercare sul viso, ritrovandolo immancabilmente.
Poi le palpebre cominciarono a farsi pesanti. Riposi il libro e mi preparai per la notte. Guardandomi ancora allo specchio, come per salutare la mia faccia, vidi però che il segno era andato via. Non ci volevo credere! Era sparito, dileguato, cancellato! Dopo ore di scoramento la mia faccia era pulita da ‘segni particolari’. Dovevo dirlo a qualcuno. Mi avevano martirizzato tutto il giorno e quello ora era il mio momento! Ma chi potevo scocciare a quell’ora così tarda? Non c’era probabilmente più nessuno che fosse sveglio alle due di notte.
‘Ma sì che ce n’era uno!’ mi dissi. Mi misi in macchina e andai a trovarlo. Suonai. Dalla telecamerina esterna puntata sul citofono mi vide tanto che sentii in quadrifonia, con sottofondo musicale:
“Ma sai che ora è?”
“Sono venuto a restituirti la tua visita notturna dell’altro giorno, Browser! Falla poco lunga!”
Mi fece entrare nel suo laboratorio monolocale comprensivo di bagno, salotto, cucina e camera da letto.
“Da quando c’è l’aria condizionata qui dentro?” gli chiesi sorpreso.
“Dall’ultima volta che sei stato qui” tagliò secco. Evidentemente tra noi c’era ancora della ruggine. Ma dopo un po’ la tensione si sciolse e divenne il Browser di sempre, al diavolo la fidanzata australiana e le sue fissazioni estetiche! Parlammo di un po’ di tutto… senza ovviamente che lui mai smettesse per un secondo di digitare, faxare, inviare file e chattare. Ma in fin dei conti si stava bene in sua compagnia, tanto che mi ero dimenticato il motivo per cui ero andato lì.
E sarà stato per il fresco del condizionatore, sarà stato per quel ronzio che aleggiava soave per la monostanza (che mi ricordava tanto quei coltellini svizzeri multiuso), ma sarà stato ancor più per la comodità della poltroncina in cui ero sprofondato che mi addormentai abbracciato ad un cuscino.
Passarono non so quante ore poi Browser mi svegliò.
“Guarda che sono le quattro e mezzo: io vado a dormire…”
“Sì, allora buona notte” gli feci io.
“No, non hai capito, sei seduto sul mio letto.”
“Ah scusa, Browser, me ne vado subito.”
Stavo infilando la porta, rintontonito, quando mi chiamò.
“Devi esserti addormentato malamente sul cuscino della poltrona. Perché hai tutti i segni dei bottoni su una guancia!”

13 pensieri su “Una sana dormita

  1. Debbo dire che con questo caldo, la tua storia è ancora più pertinente. Vorrà dire che starò attento a che cosa abbraccio la notte. Buona serata, Briciola. Percival

  2. Forte come sempre!! Io davvero stanotte mi sono svegliata intorno alle 04.00 per il caldo che faceva. Ho spalancato la finestra e ad un tratto sento provenire da fuori rumore di zoccoli. Penso: non è possibile che ci siano cavalli in giro a quest’ora!!! Che sarà mai? Forse il Diavolo aveva caldo anche lui?….mah….

    io non ho segni di nessun tipo in faccia ma ho ancora sonno…

  3. :-))))) Non sempre lascio commenti… perchè poi alla fine mi tocca dire le stesse cose. SEI TROPPO FORTE!!!! Ora lo faccio leggere a una colega che si è svegliata storta, sono sicura che si mette a ridere. Buona giornata Briciola.

  4. Eh già… basta un attimo per “segnarci” la giornata… e il caldo, purtroppo non accenna ad attenuarsi. Ma i tuoi racconti, la mattina, sono un soffio d’aria fresca. :-* Riccio
    P.S. Visto il caldo che c’è, al posto della “zuffa” giornaliera, consiglierei ul bel tè freddo al bar del cinghiale!

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