La lettera

Cominciavo ad avere la polvere anche nel naso e nelle orecchie. Quell’archivio del Tribunale di Lughi sembrava produrla notte tempo, la polvere. Io sono allergico agli acari e quel posto, tutto sommato, non era l’ideale per me. Mi sentivo persino un po’ strano in quella battaglia persa in partenza: da una parte la polvere che cercava strenuamente di coprire e di far dimenticare ciò che era stato e io che, in modo caparbio, riportavo il passato alla luce, leggendo e facendo rivivere, con il ricordo, fatti, passioni e personaggi.
Stavo ancora riflettendo su questa considerazione buffa quando andai nel bagno a lavarmi le mani.
Poi, come a volte accade, per quegli strani meccanismi che non si riescono a spiegare, senza che ci fosse stato nulla che me lo avesse ricordato, rividi con la mente Celestino che mi consegnava la copia della chiave della stanza H88 e mi chiesi: ‘ma perché due chiavi?’ Subito non ci avevo fatto caso e ora il cervello aveva selezionato (in ritardo) il particolare del mazzo che tintinnò fino a quando non lo misi via. Frugai nelle tasche. Effettivamente le chiavi erano due: una, quella della stanza delle pratiche, era piccola, direi normale; l’altra, un po’ più lunga, si vedeva che era di fattura vecchia.
Tornai nella stanza H88 e cominciai a cercare la seconda porta. Ci misi qualche minuto, poi, sbarrata dietro ad un profilato metallico, la trovai. Spostai con cura ogni cosa e misi la chiave nella toppa. Fece fatica a girare tanto che pensavo si sarebbe rotta, ma cedette di colpo e la porta si aprì. Cercai istintivamente l’interruttore, ma scattò a vuoto. Spalancai allora la porta in modo che la luce dell’altra stanza penetrasse anche in quella buia. C’erano tanti altri scaffali con sopra oggetti di ogni tipo cui era legato per ognuno un cartellino con un numero. Vidi una vecchissima pistola a tamburo, un paio di stivali, una corda… Mi girai tondo tondo e capii che quella doveva essere la stanza dei corpi di reato: oggetti che erano serviti cioè a commettere reati o che erano stati ritrovati nel corso di qualche accertamento giudiziario senza che fosse stato rintracciato il proprietario. Nella penombra distinsi così: un falcetto, una frusta e una scatola. La scatola mi incuriosì. La portai nella stanza attigua, quella illuminata, la posai sul tavolo e l’aprii lentamente. Dentro c’era: una pallina di carta straccia, un fiocco rosa da neonati, un pettine, alcuni chiodi di quelli a testa piatta e fatti rigorosamente a mano. E una busta. Era indirizzata ‘Alla Signora Elena De Maria, vico Pananti, 6, Lughi”. Era stata accuratamente aperta lungo il lato più lungo, probabilmente con un coltello. Dentro c’era una lettera di carta spessa che presentava su tutta la superficie le macchie beige del tempo e una macchia più vasta, rosa pallido, che non seppi decifrare con certezza (sangue?!?).
E c’era scritto:

Mia adorata,
sono giorni che non mi do pace. Non riesco a perdonarmi di averti lasciato in quel modo. Non dovevamo litigare, e per cosa poi? Lo sai, sono un soldato, non potevo non partire, ma sono certo che in cuor tuo mi hai capito e forse anche perdonato. Mi tortura piuttosto non averti stretta a me alla partenza, non averti baciato, non aver avuto la possibilità di vederti sorridere. Ora quel sorriso mi avrebbe fatto compagnia e mi avrebbe scaldato in queste notti da incubo.
Qui, mia dolce Elena, la gente muore tutti i giorni. Ci muoviamo in continuazione, ci spostiamo per chilometri, ma le imboscate sono frequenti. Attaccano anche di notte, quando si vorrebbe chiudere gli occhi per riposare qualche minuto e riprendere le forze per tirare avanti l’indomani.
Ieri ho perso due miei cari amici. Di uno ti dispiacerà particolarmente. E’ Tesio, il fratello il don Carletto che so che tu conosci bene. L’artiglieria ci ha attaccato all’improvviso. Non ce l’aspettavamo. L’ho trovato in un fosso che sembrava stesse riposando e invece una palla di cannone di rimbalzo gli aveva portato via mezza faccia. Dillo tu a don  Carletto, diglielo con tatto. Digli che l’ho sepolto io stesso sotto un cumulo di sassi così i cani randagi non se lo mangeranno.
Amore mio, il capitano Soldi dice che ce la faremo. Ma io lo conosco bene. Non crede a quello che dice. Io però devo assolutamente tornare. Devo rivedere il tuo sorriso. Non posso morire così senza il sapore dei tuoi baci.
Pensami tanto domattina, anche se so che questa lettera ti arriverà chissà quando. Tu pensami lo stesso. E’ lo scontro finale quello di domani.
Da’ un bacio da parte mia alla nostra piccola Marta che tanto ti assomiglia.
 Che Iddio vi protegga. Sempre.
Tuo Salvatore
Regaleali, 8 febbraio 1860


10 pensieri su “La lettera

  1. elisa non la conoscevo molto bene ma da quando sono qui in esilio ogni volta che c’e’ un artista italiano ne approfitto e lo vado a vedere. Lei e’ stata una bella sorpresa, ha una bella voce e le liriche mi sono piaciute ma soprattutto comunica in maniera grandiosa. Ha fatto cinque canzoni e due di queste le ho trovate davvero commoventi, toccanti

  2. L’istinto mi suggerirebbe un secondo episodio ma so anche che esistono gli addii sospesi…e se è uno di questi, come sempre lo hai descritto con leggerezza e perfezione. Con affetto, anima:)

  3. E’ una “parte prima”, vero? Dimmelo, che è una “parte prima”…. perchè troppe domande restano appese…. troppe domande ed una piccola lacrima, che non sa se scendere sulla guancia o trattenersi, in attesa delle sorelle…. Riccio

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