Gent.le Sig. Amelio Codeluppi,
sono il direttore editoriale della casa editrice Setteponti.
Circa vent’anni fa Lei mi inviò un Suo racconto (Penso a tutto io) per un’eventuale pubblicazione, ma io glielo rifiutai perché non l’avevo ritenuto in linea con le politiche della casa editrice.
In realtà, desidero chiarirLe ora, anche se con estremo ritardo, che il Suo racconto mi piacque tantissimo, e che glielo respinsi solo per averlo trovato, così come a tutt’oggi ancora lo giudico, terribile, inquietante e sconvolgente. Perché La contatto, allora, con questa mia mail? Perché non c’è giorno, da quella lettura, che io non continui a pensare a quello che Lei ha scritto. Quel che è peggio è che sogno quei fatti continuamente, formulandomi mille domande che non fanno che tormentarmi. Pensavo che con il tempo la situazione si risolvesse, ma non è così. Dormo pochissimo e male e non ho più pace.
Ho anche consultato uno specialista perché mi desse una mano a uscire da questa sorta di corto circuito, ma dopo mesi e mesi di terapia mi ha fatto capire che il Suo racconto doveva aver toccato corde profonde nel mio subconscio, come se la Sua storia me ne avesse a sua volta risvegliata un’altra, parimenti angosciosa e inaccettabile, da me vissuta e poi rimossa. Ho creduto pertanto necessario contattarLa per saperne di più. Cosa fece Marì quando ebbe a scoprire l’orribile segreto di suo marito Orlando? Hanno poi scoperto chi ha ucciso Ménico? Orlando si è riavuto dalla sua condizione di apatia dopo aver scoperto il tradimento della moglie e la morte del rivale? Le assicuro che ho anche tante altre domande che non avranno però risposta senza il Suo intervento. La devo, in altre parole, incontrare, se vorrà come spero, per approfondire la questione; ho necessità in particolare di sapere se la storia è parto esclusivo della Sua fantasia o se Lei ha preso spunto da qualche fatto di cronaca nera o qualcuno gliel’ha raccontata. Le prometto sin d’ora che provvederò io stesso a pubblicare il Suo racconto e tutti quelli che Lei vorrà d’ora in poi sottopormi. La prego, però, mi aiuti.
Cordiali saluti
Cateno M. Aguilleri
Gentile Sig. Aguilleri,
sono Lucia, moglie di Amelio.
La ringrazio molto per la Sua mail e quando avrò modo di vedere mio marito glielo riferirò: sono sicura che lo renderà felice. Da quello che capisco Lei ha letto un racconto che non sapevo neppure mio marito avesse scritto. Le assicuro che è autobiografico, perché tutto ciò che è stato narrato è realmente accaduto. Sono io la Marì della storia così come l’Orlando che si occupa del funerale di Ménico è mio marito. Per una sorta di scherzo del destino però, la Polizia ha ritenuto che fosse stato proprio mio marito a uccidere Ménico, il mio sciagurato amante. Hanno raccolto con diligenza e caparbietà molti indizi, ma nessuna prova. Gli sono stati tuttavia sufficienti per prendersi ventidue anni di carcere e fra qualche mese finalmente uscirà. Ma io Le posso garantire che non è stato lui ad assassinare quel pover’uomo, lo so per certa e non solo perché Amelio non ne sarebbe stato capace, quanto piuttosto perché credo di sapere chi è stato. Ho riferito dei miei sospetti alla Polizia: non mi hanno creduto ritenendo che incolpare Amelio fosse più facile e più credibile. La nostra vita, comunque, e quella di Amelio, soprattutto, è rovinata per sempre ed è tutta colpa mia. Se vuole possiamo incontrarci e parlarne: Le racconterò ogni cosa.
Ma non credo ritroverà il Suo sonno, né tantomeno la Sua pace.
Lucia Codeluppi
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La storia minima ‘Vent’anni prima’ è stata pubblicata, in via esclusiva, per la prima volta il 17 marzo 2013 su:
–> Il blog Caffè letterario
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L’uomo aveva lo sguardo acquoso, il doppio mento prominente e gonfio, i gomiti larghi ben appoggiati al piano del tavolino per avere maggiore stabilità. Stava cercando di mettersi in bocca molto più hamburger di quello che sarebbe stato capace di masticare. Ma non se ne curava più di tanto se non per darsi il tempo giusto per trangugiare avide sorsate dal bicchiere gelato di coca-cola. Ogni tanto, senza fermare il movimento delle mandibole, si schiacciava nella bocca, da una fessura di lato delle labbra, tre o quattro patatine che a stento riuscivano a trovare posto tra i denti e le guance dilatate. Con lui i due figli, un maschio e una femmina, forse gemelli, altrettanto grassi quanto il padre, seduti allo stesso modo e con la medesima espressione impegnata e sognante.
Il non aver trovato le chiavi di casa proprio mentre stava per uscire gli aveva fatto perdere minuti preziosi. Per andare a prendere la moglie alla stazione di Collefili, ci voleva mezz’ora e questo significava che avrebbe dovuto affrontare i trenta chilometri di curve a velocità sostenuta. Arturo si sentiva già nelle orecchie la moglie che, all’uscita dalla stazione, non trovandolo, lo avrebbe aspramente rimproverato.
«È che mia moglie è proprio strana» sentii dire appena di lato, da un tavolino nascosto dalla colonna. Non ci avrei badato più di tanto a quella conversazione se la voce dell’uomo non si fosse imposta sulle altre non per volume, bensì per gravità e pastosità di timbro. Parlava evidentemente con un amico che gli era accanto, le cui scarpe sporgevano oltre il filo dei tavolini quasi a voler far inciampare gli avventori del caffè del Cinghiale, anche se, per la verità, erano piuttosto scarsi a quell’ora del pomeriggio.













