Di solito passava in quel punto dell’autostrada nel pomeriggio inoltrato. Andava di fretta, desideroso solo di tornare a casa dopo una giornata di lavoro estenuante. E la chiesetta, di fattura moderna, spuntava sempre come un’apparizione improbabile appena dopo la curva della bretella. Le sue linee architettoniche, inusuali ma allo stesso tempo ardite, contribuivano a dare alla costruzione un carattere di eccentricità che non la faceva passare inosservata. Si era ripromesso di visitarla, prima o poi, anche se quel giorno sembrava non arrivare mai.
L’occasione tuttavia si presentò a inizio estate quando, sapendo che a casa non ci sarebbe stato nessuno ad aspettarlo, decise di soddisfare la sua curiosità: moglie e figlia erano infatti partite per un viaggio solo mamma-figlia, un progetto tutto loro per parlarsi da donne adulte. Gli faceva piacere che trovassero del tempo dedicato per stare insieme, anche se provava un po’ di invidia per quella complicità da cui si sentiva escluso.
Seguendo le indicazioni del navigatore, trovò l’uscita giusta. La chiesetta, da vicino, gli apparve piccola ma armoniosa e i suoi costoloni curvilinei, che la contenevano a stento, contribuivano allo stesso tempo a slanciarla come fosse una navicella aliena pronta a decollare. Parcheggiò sul piazzale deserto. Scese dalla vettura e la ghiaia scricchiolò sotto le sue scarpe. Si accorse che, per l’assenza dei rumori, l’autostrada era diventata un pensiero remoto: il canto dei merli e il fruscio di un pioppo tremulo erano i soli suoni distintivi di quel luogo.
Entrò con passo incerto e reverenziale. L’interno, luminoso e moderno, reinterpretava la tradizione con vetrate istoriate che raccontavano la Via Crucis in stile minimale e tuttavia efficace. Provò una strana serenità ma anche un sottile disagio. Senza riuscire a comprenderne il perché.
Proseguì lungo la navata. Il rumore dei suoi passi rimbombava nel silenzio. Nell’abside, un crocifisso imponente era sospeso, trattenuto da un cavo d’acciaio pendente dal soffitto che lo faceva oscillare. Ma c’era qualcosa di inquietante in quel manufatto. Cosa poteva essere? Era il posizionamento della croce in mezzo al transetto? Era come il corpo era disposto sulla croce? Avvicinandosi, si accorse che non era una scultura. Ma cos’era? Ecco sì, ora lo vedevo meglio. Era un corpo, un uomo crocifisso. Rimase pietrificato.
Le mani gli tremavano mentre scattava una foto che cercò di ingrandire quanto più gli era possibile: voleva avere la conferma. Da quello che poteva constatare dalla istantanea non c’erano però dubbi. Quel Cristo era in realtà un cadavere. L’autore di quell’orrore era riuscito a bloccare l’espressione del morto affinché rappresentasse in modo dirompente tutta l’acuta sofferenza della Passione: era raccapricciante ma anche commovente. Si voltò scrutando le nicchie laterali. San Sebastiano, San Francesco, San Giuseppe e chissà chi altro, persino la Madonna… Erano tutti corpi mummificati, trattati e vestiti come santi. Un realismo agghiacciante. Il cuore gli batteva così forte nel petto che gli parve sentirne l’eco. Cercò con inquietudine l’uscita, ma una voce profonda e calma alle sue spalle lo sorprese.
«Sa cosa manca in quella nicchia vuota?»
Trasalì. Un uomo in abito scuro era entrato nella pozza di luce spiovente del rosone, incendiato di sole, e gli sorrideva: indicava di fronte a lui un incavo vuoto nella parete, quasi se ne volesse scusare. Altre figure sinistre, intanto, erano emerse all’improvviso dal fondo della chiesetta.
«Il mio Papa preferito: San Giovanni Paolo II…» proseguì l’uomo come fosse una risposta ovvia «…e lei gli assomiglia davvero tantissimo, sa? Sia come fattezze, che come corporatura. È straordinario. L’ho subito interpretato come un segno.»
Si sentì il forte rumore metallico del chiavistello che scattava a chiudere il portone di ingresso.
«Lei farà una bellissima figura in quella nicchia! Peccato solo che non potrà vederlo.»
Lui allora provò a correre, ma i passi gli si fecero sempre più vicini.
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Nonostante tutto
Era stato un omicidio efferato. La ragazza era stata trovata in mezzo alla strada, nel cuore della notte, con la gola squarciata. Ad accrescere l’orrore per quel fatto atroce, accaduto in quello che si credeva essere, fino a quel momento, un tranquillo paese dell’entroterra, era che la giovane donna era incinta, di sette mesi.
I sospetti caddero subito sul compagno. Tutti gli amici comuni, soprattutto Mara e Tobia, avevano testimoniato che, da quando la ragazza aveva comunicato di essere in dolce attesa, il rapporto con il fidanzato si era incrinato. Litigavano spesso e, una sera, avevano anche assistito a uno spiacevole episodio in cui lui l’aveva picchiata davanti a tutti.
Gli inquirenti interrogarono a lungo il ragazzo. Risultava non avere alibi per la notte dell’omicidio e la sua linea difensiva era contraddittoria e lacunosa. Sul suo cellulare erano stati trovati numerosi messaggi alla fidanzata indicativi di una forte contrarietà per l’inattesa e non voluta gravidanza. Non erano mancate spiacevoli minacce se non l’avesse interrotta. E così, dopo una notte interminabile passata in questura, il ragazzo aveva confessato l’omicidio. Aveva anche rivelato che il coltello serramanico utilizzato era stato gettato, subito dopo il fatto, all’interno di un tombino poco distante dal luogo dell’assassinio.
Il padre della ragazza quasi impazzì dal dolore. In chiesa non smetteva più di nascondere il viso all’interno del braccio. Le sue lacrime non si videro ma si udirono distintamente i suoi singhiozzi. L’emozione fu così intensa che il celebrante abbandonò per un attimo il presbiterio per stringerlo in un abbraccio, lasciandogli sfogare il suo dolore. Non era mai successo e c’è da credere che non succederà mai più.
Fu quello anche il momento in cui, con un gemito dei cardini, che parve a tutti quasi umano, come di compartecipazione a quello strazio che si stava consumando, si aprì il grande portone centrale della basilica, giusto per far entrare in modo scomposto una vecchia dai cappelli arruffati, i vestiti sporchi e rattoppati. Aveva un brutto aspetto. Come se una sofferenza interiore di anni l’avesse lentamente consumata. Trascinando un piede storto si spinse sino a metà della navata iniziando a biascicare parole che ai presenti parvero del tutto in libertà. La donna, era priva della maggior parte dei denti sul davanti, sicché quel che diceva, tra spruzzi di saliva e sbuffi, pareva pronunciata addirittura in un’altra lingua.
Gli addetti alla onoranze funebri, pratici e professionali, si avvicinarono allora con cautela alla donna con il preciso intento di sorvegliarla. Avrebbero potuto anche non farlo. Non competeva loro. Che ne sapevano, dopo tutto, di chi fosse quella donna. Avrebbe potuto anche essere una parente della deceduta per quanto era a loro conoscenza. Eppure si mossero tutti all’unisono. Stonava quella figura tanto era dimessa e sgraziata. Doveva essere per forza lì per caso. Per creare scompiglio.
L’anziana continuava a sbraitare, nonostante la presenza sempre più ravvicinata di quegli uomini prestanti e sicuri di sé. Alternava parole confuse a lamenti gutturali che mettevano profonda angoscia e inquietudine. Non appena però l’anziana si accorse che i quattro giovanotti in abito scuro, la stavano per raggiungere, sotto lo sguardo preoccupato e nervoso degli astanti, si inoltrò ancor più rapidamente all’interno della navata. Gli uomini nerovestiti non si aspettavano quella mossa. Ne furono quasi intimoriti, titubanti. E se ne ristettero. Ma fu quando la donna si mise a colpire il feretro con il palmo aperto di una mano che il team del servizio funebre capì che, pur con studiata compostezza, doveva intervenire. Il sacerdote, ancora accanto al padre della ragazza, fece a quel punto alcuni passi indietro come volesse avere una visuale migliore. E poi ritornò in fretta sul presbiterio per riprendere il governo della funzione e far sparire almeno con il pensiero quella donna inopportuna e tornare alla normalità. La confusione adesso era generale. Nessuno riusciva a capire cosa stesse succedendo.
«Che dice?» chiese un uomo con vistosi baffi di un tempo a quella che doveva essere suo moglie.
«Chi è questa orribile donna?» disse ad alta voce una signora bene con con un cappellino chiaro a larga tesa e una corolla di garofano incastonato di lato che sarebbe stato bene a una corsa di cavalli. «Qualcuno faccia qualcosa!»
«Dice che dovete aprire subito la cassa» fece un bambino dall’ultimo banco della basilica in tono tranquillo. Il volume della sua voce non era alto, ma lo sentirono ugualmente tutti tanto che si girarono come per accertarsi di aver capito bene. «Dovrete aprirla, ora!» ribadì quasi fosse un gioco.
Il prete, a quelle frasi, rimase immobile, sembrava non respirare. Cupi pensieri gli si affastellarono nella testa. I quattro giovanotti delle onoranze, dal loro canto, guardavano il padre della ragazza defunta sn attesa di nuove istruzioni che però non arrivavano.
«Ma cosa dice?» fece un uomo sulla trentina facendo disperdere le sue parole nell’eco della chiesa. «Ma tu la conosci, caro?» fece un’altra signora con la veletta nera toccando il braccio dell’uomo che le sedeva accanto.
L’anziana sdentata però continuava nella sua azione: picchiava e blaterava sulla cassa senza fermarsi.
E allora successe che il padre della ragazza defunta si alzò per avvicinarsi lentamente alla intrusa. Una volta che le fu accanto, si limitò a bloccarle con forza il polso e a spostarle la mano da sopra il feretro. Poi si accorse che qualcosa nello sguardo di quella donna gli era famigliare. Gli venne in mente. Non c’era dubbio, era lei: Consuelo. Era stata trent’anni prima la tata della figlia. Quindi si era licenziata perché il suo bambino di dieci anni era morto all’improvviso di una rara malattia. Da allora non l’aveva più incontrata.
«Consuelo» fu capace solo di dire.
Poi un suono gli sembrò provenire dal feretro. Avvicinò rapido l’orecchio e subito si mise a urlare agli addetti del servizio funebre, ancora fermi poco distante da lì.
«Presto, venite… aprite questa cassa!»
I ragazzi non riuscivano a decidersi se muoversi davvero oppure no. Era una richiesta inusuale, incoerente. Si guardarono l’un l’altro incapaci di prendere una decisione, senza essere nelle condizioni di fare nulla. Fu al secondo perentorio invito dell’uomo che il più anziano del team corse verso la cassa accostando subito, anche lui, l’orecchio sul feretro. Poi fece segno agli altri di avvicinarsi velocemente. Si misero così tutti e quattro, come una squadra affiatata, a spostare il feretro dal trespolo al pavimento della chiesa. Sotto lo sguardo incredulo e inorridito dei presti presero ad allentare in un attimo le viti della parte superiore della cassa.
«Ma cosa fanno, Dio mio!» disse il prete.
Dopo un ultimo sguardo di intesa con il padre gli uomini nerovestiti scoperchiarono la bara. Poi allargarono con un apposito strumento la lastra saldata di alluminio. A quel punto si udì forte e chiaro il vagito di un neonato.
Era ancora legato al cordone ombelicale della madre.
Life-Alert
Quando squillò il telefono, pensò che fosse la moglie. Aspettava che chiamasse, di ritorno da Londra. Doveva comunicargli quando sarebbe arrivata all’aeroporto così poteva andare a prenderla. Invece era un certo “Life-Alert”. Probabilmente un nuovo servizio di allarme del Comune. Era piovuto molto nelle ultime giornate e c’erano state esondazioni dei torrenti del territorio e anche il fiume che attraversava la città aveva superato il primo livello di guardia. Era preoccupato anche per quello. Rispose. Si sentì una voce metallica, robotica, priva di umanità. ‘Neanche il disturbo di far registrare la comunicazione da un umano’. Pensò. ‘Perché rivolgersi a una macchina se poi il risultato è così fastidioso?’
Comunicazione urgente predittiva giorno 16.03.2025. Ore 17.51, via Bascemi, 4 Lughi – Signor Alvaro Novarnicola – stanza bagno – abitazione – arresto cardiocircolatorio – cause da accertarsi (a eventuale richiesta delle Autorità) in sede autopsia – si richiede svolgimento atti urgenti ultime volontà propri effetti personali e beni; affrettarsi comunicazione parenti e amici.
Copia presente messaggio inviata autorità competenti; medico di base, medico legale e servizi onoranze funebri allertati. Buona giornata.
Ad Alvaro vennero i sudori freddi. Che significava? Era uno scherzo? Alvaro Novarnicola era lui. Era un avvertimento per la sua morte imminente? In via Bascemi, 4? Cioè a casa sua? Fra poche ore? E cos’era questa ‘Life-Alert’? Come si era installata sul suo telefonino?
Verificò su internet. ‘Life-Alert’ era un servizio gratuito che, in via sperimentale, alcuni Comuni del Paese fornivano in bundle con l’app di sistema nazionale di allarme pubblico. Dunque, era vero? Fece qualche telefonata prima ad alcuni amici se avevano sentito parlare di un app simile (no, mai sentita) e poi direttamente in Comune. Nella casa comunale riuscì a parlare, dopo i soliti rimpalli da un ufficio all’altro, con un tecnico informatico che stava per uscire dall’ufficio per iniziare il week-end. Sì, l’app esisteva, era un progetto PNRR basato su di un chatbot gestito in via autonoma dall’intelligenza artificiale che, grazie a un algoritmo di ultima generazione, sulla base dei dati raccolti dal fascicolo sanitario elettronico dei pazienti interessati e dai dati statistici nazionali eseguiva predittivamente i calcoli di fine vita. Disse anche che però si trattava di un’app sperimentale e che non era detto che ci azzeccasse. ‘Ma non è detto anche il contrario e cioè che sbagli’ aveva osservato lui. ‘Non saprei proprio dirglielo’ rispose il tecnico impaziente. ‘Però intanto lei è avvisato. Veda lei’. E riattaccò.
La notizia lo sconcertava. Non era pronto a morire. E chi lo è? Poi pensò che avrebbe potuto non farsi trovare a casa. Se l’algoritmo aveva ritenuto che il suo bagno fosse pericoloso per qualche strano motivo, poteva allora andare altrove e magari la predizione avrebbe potuto anche cambiare.
Con questa idea nella testa, senza pensarci due volte, si recò nella sua casa al mare, che era stata dei suoi genitori, a cento chilometri di distanza. E si sedette in giardino. Era lontano da lavandini e vasche da bagno letali. Ma anche da alberi o tegole o chissà cos’altro. Sì, avrebbe aspettato lì (fiducioso) le 17.51 di quel giorno.
Squillò il telefono.
Era la moglie. Sarebbe atterrata alle 17.50. Anzi, volle essere più precisa: alle 17.51. ‘Non posso, Tesoro la macchina non parte’. Le mentì. Nell’agitazione per quanto accaduto si era completamente dimenticato di dover andare a prenderla. ‘Cos’hai, Amore?’ gli aveva chiesto per telefono. ‘Hai una voce strana, sembri teso, tutto bene?’ ‘Mi spiace, prendi un Uber’ gli aveva detto, tagliando corto, non sentendosela di dare spiegazioni. E che spiegazioni avrebbe potuto darle, poi? E ovviamente litigò con lei. Oramai si trovava nella casa al mare e doveva seguire fino in fondo il suo piano.
Squillò il telefono.
Comunicazione urgente predittiva giorno 16.03.2025. Ore 17.51, via Astolfi, 12 Polvento – Signor Alvaro Novarnicola – giardino – abitazione mare – arresto cardiocircolatorio – cause da accertarsi (a eventuale richiesta delle Autorità) in sede autopsia – si richiede svolgimento atti urgenti ultime volontà propri effetti personali e beni; affrettarsi comunicazione parenti e amici.
Copia presente messaggio inviata autorità competenti; medico di base, medico legale e servizi onoranze funebri allertati. Buona giornata.
Gli si azzerò la saliva. L’algoritmo non lo mollava. Era tutto inutile, allora. Sarebbe morto comunque, in qualunque altro posto si fosse trovato, alle 17.51.
Cominciò a disperarsi e a prendere la cosa maledettamente sul serio. Si agitò. Si alzò e poi si sedette e poi si rialzò. Iniziarono a tremargli le mani. Cosa doveva fare? Morire proprio adesso? E chi ci pensava a una cosa del genere? Ci si concentrava su come pagare la rata del mutuo, sulla bega condominiale di turno, su dove trascorrere in vacanza la prossima estate. Ma non sulla propria imminente dipartita. Aveva solo 54 anni. Uno splendido lavoro, tutto sommato in salute, una vita semplice, ma piacevole, una moglie cui voleva bene, un figlio meraviglioso. Oddio, il suo marmocchio! Non lo avrebbe visto crescere e farsi una famiglia. Non era possibile!
Poi pensò che tanto valeva andare dalla moglie. Se non altro, se proprio doveva finire così, era meglio trovarsi con lei e il figlio. Li avrebbe visti un’ultima volta. Li avrebbe potuti abbracciare. Decise di telefonare alla moglie per avvertirla: la macchina adesso era di nuovo funzionante e sarebbe andata a prenderla. La moglie era sollevata. ‘Allora non era una scusa’, gli disse non riuscendo a tenere il broncio. ‘Allora mi vuoi bene’. Poi, riprendendo il suo solito umore: ‘Hai fatto l’iniezione di Losaxpan, vero? Lo sai quanto è importante che tu segua la terapia con regolarità’ ‘Certo che l’ho fatta’ la rassicurò lui mentendo, la seconda volta. Non era mai stato bravo a curarsi quando si trovava da solo. Così, prima di andare in aeroporto, fece una deviazione a casa dove, in tutta fretta, si fece l’iniezione. Farla sulla pancia ormai era diventato bravissimo. Anche se gli sarebbe servita a ben poco, visto che sarebbe morto di lì a un’ora. Ma non sopportava di aver mentito alla moglie. A volte ci si comporta davvero in modo strano sotto pressione. Arrivò in aeroporto che erano le 17.41. Mancavano solo dieci minuti al momento X. Sperava solo che l’aereo arrivasse in orario.
Squillò il telefono. Ci siamo, pensò.
Comunicazione urgente predittiva giorno 16.03.2025. Allarme rientrato. Inviata contro comunicazione a chi di dovere. Si ringrazia per la collaborazione. Se il servizio è stato di suo gradimento, assegni all’App cinque stelline. Buona giornata.
Annina sta tornando
Annina tardava a rientrare. Quanto ci metteva ad andare in farmacia? Frank si fece questa domanda mentre osservava l’orologio. Cosa poteva fare nel frattempo? Scaldare il brodo? Preparare la tavola? No, forse non era poi ancora così tardi. Poteva aspettare qualche minuto. Magari poteva guardare la televisione.
Si accorse però che il telecomando non era al suo posto. Chissà dove si era cacciato. Si sedette sul divano, cercando di calmarsi. Sentiva l’agitazione crescere. Forse avrebbe dovuto prendere lo Xanax. Oppure gli avevano detto di sospenderlo? Si maledisse per non trovare il prospetto dove annotava queste cose. Sarà dove si trova il telecomando, pensò. Comunque, non c’era da preoccuparsi. Quando Annina tornava, glielo avrebbe chiesto.
Ma cos’era quell’odore? Cosa stava marcendo? Si alzò per controllare il frigorifero. Sembrava tutto a posto. Poteva venire dal giardino… Magari Lenticchia aveva catturato un uccellino o un topo e lo aveva nascosto sotto la siepe. Non sarebbe stata la prima volta, del resto. Andò a vedere. Nulla.
Un nuovo pensiero lo assalì. E se fosse stata proprio Lenticchia a essersi sentita male? Quella gatta era anziana. Poteva essere rimasta incastrata da qualche parte. Se ci fosse stata Annina, avrebbe già capito qual era il problema, pensò. Le mani gli sudavano per l’ansia. Non riusciva più a stare in piedi, ma sedersi gli dava fastidio per via del mal di schiena. Forse se avesse preso la pillola per la sciatica…
Il campanello di casa suonò. Ciabattò lentamente fino alla porta, chiedendosi perché Annina avesse suonato se aveva le chiavi. Magari le aveva dimenticate.
Quando aprì, si trovò davanti un uomo.
«Beh… non mi fai entrare, Frank?» disse quello.
«Ah, sei tu…» fece Frank, spostandosi di lato. «Sì, sì, entra.»
«Perché non rispondi al cellulare? Ho provato a chiamarti più volte. Dopo un po’, mi preoccupo, lo sai… Hai ottant’anni, Frank. Non dimenticartelo.»
«Certo, se poi sei tu a ricordarmelo ogni volta… anche se volessi…» brontolò Frank. Poi si chiese da quando avesse un cellulare. Non gli pareva di averne mai avuto uno. Quelle diavolerie fanno di tutto tranne che telefonare, pensò.
«Dov’è Annina?» chiese l’uomo, guardandosi attorno.
«Mia moglie è andata in farmacia e sta per tornare… dove devo firmare?»
«Firmare? Che intendi, Frank?»
«La raccomandata. Sei il postino, no?»
«Postino? Ma che dici, Frank? Sono Tom, il tuo amico…» e lo prese delicatamente per un braccio facendolo accomodare sul divano. Era più giovane di vent’anni, ma Frank per lui era sempre stato un padre. Lo aveva persino voluto come padrino per suo figlio.
«Cos’è questo odore strano?» chiese Tom, aggrottando la fronte. «Cosa è andato a male?»
«Purtroppo, è Lenticchia. Il mio gatto è morto e ora si trova sul tetto. Occorrerà chiamare qualcuno per tirarlo giù… Conosci qualcuno?»
«Lenticchia? Frank, il tuo gatto è stato investito mesi fa qui sotto casa. Non te lo ricordi?»
Frank lo guardò con occhi vuoti, quasi imploranti. Tom sospirò e si avvicinò alla finestra, spalancandola per far entrare aria fresca. Poi, in qualità di medico di Frank, lo visitò. Niente febbre ma battito irregolare e reattività ridotta. Qualcosa non andava.
«Hai fatto l’iniezione di insulina?» domandò.
‘Ecco cosa avrei dovuto fare…’ pensò Frank con disappunto. Annina si era raccomandata tanto prima di uscire. Adesso occorreva rimediare o l’avrebbe sgridato.
«No… ma posso farla ora. È nell’armadietto del bagno. Ma sei sicuro di non essere il postino? Aspettavo un pacco…»
Tom scosse la testa. Probabilmente serviva un ricovero per accertamenti. Non appena Annina fosse tornata, l’avrebbe avvisata. Ma perché nessuno gli aveva detto nulla? Frank era così in forma quando era partito per le vacanze…
Sentì un rumore nell’androne. Finalmente, Annina! Tom si alzò e andò alla porta. Ma vide solo la vicina con la sporta della spesa in mano. Si guardarono sorpresi. Tom fece un cenno di salute e poi richiuse.
«Vado a prenderti la siringa, Frank. Tu resta seduto lì, d’accordo?»
«Sì, sì… sei un postino molto gentile, sai? Di solito sono così maleducati e frettolosi. Ah, già che ci sei, mi prendi un golfino? Mi è venuto freddo con la finestra aperta.»
«Un golfino? Certo… dove lo trovo?»
«In camera da letto, credo.»
Tom andò nella stanza. L’odore era ancora più forte. Il golfino non c’era. Aprì la finestra. Nulla migliorò.
«Il golfino non c’è» disse a voce alta.
«Allora lo chiederemo ad Annina quando torna. A quest’ora sarà già sulla strada del ritorno» rispose Frank.
Tom fece un ultimo tentativo. Aprì l’armadio.
Annina era seduta sul fondo del mobile, la schiena contro la parete interna, il viso riverso di lato. In stato avanzato di putrefazione. In mano aveva il telecomando della televisione.
Lo scatto perfetto
Gun-woo Park stava coronando il suo sogno: visitare l’Italia, il Paese che tanto amava, e immortalare il viaggio con scatti straordinari. Era l’occasione perfetta per dimostrare il suo talento fotografico e mettere a tacere gli invidiosi del club amatoriale ‘FOTAMICI’. Sarebbe tornato in patria con immagini da esposizione, stupende da far impallidire i rivali.
Per questo, al momento della partenza, fu l’unico a presentarsi all’imbarco con tre valigie. Non contenevano vestiti, ma una collezione maniacale di attrezzature: cineprese, fotocamere, ottiche, filtri, esposimetri e persino un treppiede in lega aerospaziale, lo stesso materiale con cui sarebbero stati costruiti i futuri rover marziani. I suoi effetti personali erano stati invece stipati a fatica nel bagaglio a mano, tra cui tra cui però aveva messo, per ogni buon conto, accessori vari per la pulizia e un caricatore per le batterie. La moglie, la zia, il nonno e il nipotino lo guardarono con commiserazione: il supplemento per il bagaglio era costato uno sproposito.
Arrivato finalmente in Italia, Gun-woo Park tremava per l’emozione. Era di fronte alla sua piazza preferita, pronto a catturare l’essenza del monumento che vi troneggiava che tanto aveva studiato nei minimi dettagli. Nulla doveva essere lasciato al caso: analizzò la luce con l’esposimetro, provò innumerevoli inquadrature e sistemò con cura riflettenti, softbox e luci a LED; la piazza era stata trasformata in un set fotografico da sfilata di Victoria’s Secret. Solo dopo un’accurata preparazione, invitò la famiglia a mettersi in posa.
Il nonno fece la ‘V’ di vittoria, la moglie simulò degli occhiali con le dita, la zia mimò le orecchie di una scoiattolina innamorata, mentre il nipotino incrociò le braccia a ‘X’, pronto a respingere eventuali supernemici di passaggio. Ma Gun-woo Park non era ancora soddisfatto. Regolò più volte ancora focus, esposizione, distanza, inquadratura… poi ci ripensò, e ricominciò da capo giurando a se stesso che sarebbe stata l’ultima correzione. Si univa ai familiari per la foto solo per poi correre nuovamente alla fotocamera in preda a nuovi dubbi. Un inferno.
Alla fine, tutto fu pronto. Gun-woo Park si sistemò insieme agli altri e comandò solennemente: «Dite: Squidgame!»
«SQUIDGAME!» urlarono tutti in coro.
Click. La foto era perfetta. Equilibrata, nitida, il monumento magnificamente valorizzato. Gun-woo Park si sentì pervaso da un’ondata di orgoglio… finché non notò un dettaglio inquietante. Il bambino nella foto non era suo nipote.
Si voltò di scatto. Il nipotino, annoiato dalle interminabili preparazioni, si era infatti allontanato per giocare col cellulare. Al suo posto, nella foto, ci era finito un bambino americano che si era intromesso all’improvviso senza farsi notare. Con gesto di sfida indicava la fotocamera come un piccolo Donald Trump a una conferenza.
Ne seguì una raffica di reciproci inchini e scuse. Il bambino fu restituito ai genitori, che inizialmente negarono fosse loro figlio, salvo poi riprenderselo con aria rassegnata. Gun-woo Park, senza battere ciglio, si rimise subito all’opera con solerzia per rifare tutto daccapo.
Questa volta ci mise però meno tempo: la prima foto era venuta bene, anche se non resistette all’opportunità di migliorare ancora qualche dettaglio. E così fece un ritocco al focus, un’aggiustatina al tempo di posa… E ovviamente, nuove pose per la famiglia. La moglie fece il cuoricino con le dita, la zia si improvvisò scimmietta addormentata, il nonno adottò l’espressione dello scoiattolo sorpreso per la perdita della sua ghianda, il bambino – ora quello giusto – ripeté il gesto della ‘X’.
«SQUIDGAME!» urlarono tutti, ancora più motivati.
Click. Ma proprio nel momento dello scatto, un nugolo di piccioni, spaventati dal bambino americano che imperversava nella piazza, si levò in volo oscurando il monumento. La foto era rovinata.
Gun-woo Park strinse i denti. Con pazienza tutta orientale, preparò una terza foto. Stavolta attese, studiò bene il campo. La piazza era sgombra, a parte un anziano che avanzava lentissimo con un bastone. Era ancora lontano: alla sua velocità, Gun-woo stimò di avere tutto il tempo necessario.
Ovviamente, nuove pose per tutti. La moglie imitò la postura di un attore di K-drama, la zia si fece dei baffi con le dita, il nonno adottò l’espressione del gattino infreddolito, e il nipotino assunse la postura di Superman pronto al decollo.
«SQUIDGAME!»
Click. Ma dal nulla, una comitiva di cileni in abiti tradizionali irruppe sulla scena, intonando a squarciagola tutte le hit degli Inti-Illimani. La foto immortalò un’esplosione di flauti di Pan, maracas e charangos. In pochi minuti, il gruppo si sedette per cucinare cazuela ed empanadas, attirando tutti i gatti della zona.
Gun-woo Park impallidì. Un tic nervoso gli percorse la guancia sinistra. Respirava un po’ a fatica e, con voce strozzata, comandò alla famiglia: «Mettiamoci più in là.»
Ma ora che la macchina fotografica era stata spostata, serviva un nuovo assetto: nuovo focus, nuova esposizione, nuova inquadratura… L’indecisione di Gun-woo Park era ormai ingestibile, e il numero dei suoi andirivieni tra fotocamera e gruppo decuplicò. Eppure, la fiducia della famiglia nella foto perfetta rimase incrollabile, usando anzi l’attesa per ripassare tutte le pose possibili da sfruttare per l’istantanea.
«Siete pronti?» mormorò infine Gun-woo Park, sfinito.
«Certo!» risposero gli altri, con entusiasmo immutato.
«SQUIDGAME!»
Click. E in quell’istante, il vecchietto che era avanzato sin lì completò la sua diagonale, fermandosi esattamente davanti all’obiettivo. Incuriosito dalla fotocamera, si era chinato per osservarla meglio, riempiendo così lo scatto con il suo faccione rugoso e il naso bitorzoluto.
Gun-woo Park, in preda al panico, fece qualche passo barcollante come per fermare quell’uomo. Poi, visto che era tutto inutile, con un mormorio soffocato, cadde a carponi, scoppiando in un pianto isterico.
Fu in quel preciso istante che il nipotino, rapidissimo, aggirò lo zio e scattò una serie di foto con il cellulare. Catturò Gun-woo Park in ginocchio e piangente, la famiglia di nuovo magicamente ricomposta e in posa per l’istantanea – con l’aggiunta del bambino americano, tornato chissà da dove – e il monumento “iconico” sullo sfondo.
Gun-woo Park non ebbe nemmeno il tempo di rialzarsi che le immagini erano già state postate sui social, raccogliendo centinaia di like in Corea del Sud. Lo scatto perfetto era stato realizzato. Ma non da lui.
