Allungai i piedi sotto il tavolo e mi stirai allungando le braccia al soffitto.
«Il paese è sempre lo stesso, ma con il volgere della giornata la gente che lo vive cambia completamente. Al mattino ci sono i primi pendolari con ancora i segni del cuscino sulla faccia e gli spazzini con il loro ritmico strisciare della saggina sul selciato. C’è il giornalaio che spacchetta la pila dei quotidiani appena arrivati, mentre in cielo qualche gazza vola inquieta con lo stomaco vuoto. Poi, pian piano, le strade si animano. Qualche vecchietta, che dorme poco, scende in strada più per cercare compagnia che per necessità; i primi negozianti ripetono gli stessi gesti dell’abitudine, mentre gl’impiegati ciondolano assonnati superati dal passo svelto dei ragazzi che vanno a scuola in perenne in ritardo. Nel pomeriggio l’andirivieni si fa più intenso, frenetico. Il trambusto diviene eterogeneo, colorato, chiassoso sino all’aperitivo che si prende regolarmente sulla porta dei bar per vedere chi c’è in piazza o nella via per poi sparlarne dietro almeno un po’. Quindi, con le prime ombre della sera, c’è chi rientra a casa, chi cerca un buon localino. Le voci si fanno più sommesse come se non si volesse svegliare il paese che sta scivolando nel suo riposo malinconico e il budello di vicoli che s’inerpicano disordinati verso la campagna orami scura. Qualche moto fracassona dei soliti ragazzotti senza ritegno e l’imperterrito ‘Masi che, anziché passare per la collina per riportare Gretel alla stalla, passa per il centro del paese rischiando di far azzoppare quella povera bestia sui conci lucidi della piazza. Dopo mezzanotte, si intravedono in giro solo poche e strane persone, indistinguibili in quel loro camminare ambiguo e senza meta. E infine ci sei tu, Browser, che sempre chiuso in questo tuo pseudo laboratorio, sia il giorno che la notte, e che non rientri in nessuna di queste categorie di persone.»
Browser, alzò gli occhi acquosi da sopra il suo monumentale panino mortadella e cetrioli e, distogliendo per un attimo l’attenzione dal mega monitor che aveva davanti, mi guardò vacuo. Deglutì a stento un grosso boccone che gli vidi passare per il gargarozzo gonfio a dismisura. Quindi mi disse:
«Ah… ma stavi parlando con me?»
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Lattine sotto braccio
Quando Browser entrò in casa mia la stanza mi sembrò improvvisamente molto più piccola. Da un po’ di tempo infatti trovavo il mio amico piuttosto ingrassato. Ma non avevo il coraggio di dirgliielo, visto che, a suo dire, aveva cambiato dietologo.
«Cos’è questo tanfo?» mi disse arricciando il labbro superiore.
«Veramente è un pot-pourri di rosa verbena, patchouli, mele renette e sandalo.»
«Uhmm… nasino delicato…» fece lui sedendosi pesantemente sul divano che sobbalzò esanime per il contraccolpo.
«Tu da quanto tempo è che non ti togli quella maglietta?» gli chiesi io a tradimento.
«Due settimane, perché?»
«Niente, pensavo… Comunque cosa ci fai con quelle lattine di coca-cola sotto braccio?»
«Te le ho portate, così la smetti di rimproverarmi che ti svaligio sempre il frigo.»
«E se ci mettessimo insieme due patatine?» gli domandai cercando di non raccogliere la provocazione.
«Eh… magari! Quelle te le posso sempre pagare a parte» mi disse dietro, acido.
Davanti al tubo di Pringles sembrò tornargli il sorriso. Le stava mangiando con una voracità tale che riusciva a non fare neppure una briciola quando mi confessò che, per arrotondare le magre entrate, si era messo a fare lo spammer per conto di alcune ditte. Gli feci notare che oltre a essere illecito, era anche immorale. Il termine illecito lo capì subito, mentre, alla parola immorale, mi guardò sgranando gli occhi bovini e ruotando la testa da un lato come fosse un pastore tedesco in attesa di un ordine.
Mentre più tardi stavo cercando vanamente di raccontargli un mio problema che avrei avuto il piacere di condividere con lui, ha risposto per cinque o sei volte al telefono tramite il dispositivo inchiavardato all’orecchio, sbrigando persino della corrispondenza sul cellulare. Ogni tanto però annuiva, anche se senza molta convinzione.
Dopo un po’, quando ancora non avevo finito di parlare, e dopo avermi assestato una sonora pacca sulle spalle, cosa che mi lasciò le sue cinque dita unte sulla camicia, se n’è andò così com’era venuto: ovviamente con le lattine della coca-cola ancora sotto braccio, quelle che non si era bevuto.
Maledetti hacker
Ero appena entrato in bagno quando, come al solito, arrivò la sua telefonata.
«Sì, Browser?»
«Come facevi a sapere che ero io?»
«Così, vado a intuito.»
«Va beh… senti… come mai hai tolto il mio post dal tuo blog?»
«Allora l’avevi scritto tu!?!»
«Certo!»
«Ma come hai fatto ad entrare nel blog?»
«Suvvia… hai una password ridicola. Piuttosto, perché l’hai cancellato?»
«Come perché? Non c’era altro che scritto ‘tette, culi, culi, tette, donne vogliose, donne arrapate…’ e altre cose irripetibili, per decine e decine di righe, ma cosa sei, impazzito?»
«L’ho fatto per i motori di ricerca così indicizzano il tuo sito e potrai risollevare l’audience che mi sembra piuttosto scarsina.»
«Non m’interessa affatto avere più visite e poi sono fatti miei.»
«Bugiardo.»
«Mah… sì, forse, un po’… ma non è questo il punto… comunque sicuramente non in questo modo.»
«Ok, comunque domani ho una sorpresa ancora più bella.»
«Tanto cambio subito la password.»
«Sì, sì, certo, ma mettine una difficile sennò non mi diverto.»
«Ma cosa vuoi fare?»
«Trasformerò per ventiquatt’ore il tuo blog in un pornoshop digitale, vedrai che successone.»
«Non ti ci provare nemmeno… Browser!!! Browser, ci sei??? Browseeeer…!!!!»
Il fermaporta
Questo è l’ultimo computer che ho comprato» mi annunciò entusiasta Browser guardandomi con gli occhi bovini. Subito dopo iniziò uno sproloquio interminabile decantandomi le prodezze ineffabili del suo incredibile PC, lasciandosi andare ad una sequela infinita di dati tecnici di cui compresi pochissimo. Poi la porta del suo laboratorio, di spesso metallo anti sfondamento, anziché di semplice legno, cominciò a oscillare per la corrente d’aria. Feci il gesto di avvicinarmici per tenerla, sapendo che, se avesse sbattuto pesante com’era, avrebbe fatto un fracasso assordante.
«Non ti preoccupare» mi fermò lui afferrando un telecomando davanti a sé. «Ho inventato un fermaporta elettronico. Guarda qui.» E subito schiacciò un pulsante rosso che fece scattare, alla base della porta, un’asta provvista di ventosa pneumatica che si ancorò al pavimento arrestando all’istante il movimento di rotazione.
«Che ne pensi? Tosto eh?»
«Effettivamente sei un genio incompreso, Browser, dovresti brevettarle le tue idee.»
«Deve essere ancora perfezionata, ma già così non è male…» ci tenne a precisare.
Il mio amico si dondolava soddisfatto sulla sua sedia girevole e superimbottita e mi sarei aspettato che, da un momento all’altro, si mettesse a cinguettare. Invece riprese purtroppo ad elencarmi le specifiche tecniche del PC che, a suo dire, era un supercomputer dalle potenzialità fantascientifiche tanto da non poter essere commercializzato nei paesi comunisti. Ne avevo francamente abbastanza. Stavo per andarmene via con una qualunque scusa quando mi accorsi che il fermaporta, forse troppo potente, aveva continuato a spingere sul pavimento con la sua asta ventosata facendo lentamente sgusciare l’intera porta fuori dai cardini. Feci appena in tempo a indietreggiare che la porta completò il suo percorso oltre i sostegni per poi abbattersi rumorosamente, con un colpo secco, proprio sul computer nuovo del mio amico. Anche lui fece un balzo all’indietro riuscendo solo ad afferrare l’aerodinamico mouse a design spaziale. Il resto fu solo scintille e fumo denso.
FaceRoll
Ci sono delle volte, da come squilla il telefono, che si capisce subito che sono cattive notizie.
«Ehi ciao… allora è vero che sei una donna!»
«Ma cosa dici, Browser, sei ammattito?»
«Affatto… ho visto poco fa sul FaceRoll la tua fotina… anzi quella di una splendida ragazza bionda con gli occhi azzurri, in atteggiamento sexy, e passandoci sopra con il mouse, compare il nome del tuo blog.»
«Ma non è possibile!»
«Eppure…»
«Adesso chi non mi conosce penserà definitivamente che sono una femmina… e chi può essere stato?»
«E chi lo sa! Però pensa ai vantaggi. Ora il tuo blog sarà meta di maschietti allupati che ti chiederanno appuntamenti facendoti battute da caserma.»
«Oddio… e adesso cosa posso fare?»
«Potresti sempre chiedere di togliere la fotina. Purtroppo però, come non ci sono controlli di identità al momento della pubblicazione, non ce ne saranno neppure in quello del ritiro. Potrebbero non accontentarti in quanto non saranno mai sicuri che sei proprio tu ad avere il diritto di chiedere la rimozione dell’immagine.»
«Ma che pasticcio.»
«Potresti tuttavia far pubblicare la tua vera fotina… quella dove si vede che sei un maschio, voglio dire.»
«Eh sì! Così sembrerà che a gestire il blog siamo in due, un maschio e una femmina… i fratelli Briciolanellatte!»
«Già, hai ragione, non funziona: non ci avevo pensato.»
E, senza neppure accorgermene, nel sedermi in poltrona riagganciai, sopra pensiero com’ero. Trascorsero alcuni minuti, poi squillò di nuovo il telefono.
«Sono sempre io…» mi disse Browser con l’aria divertita: «guarda che stavo scherzando. Non è forse Carnevale?»
