Il taglio narrativo che prediligo (anche se di non facile realizzabilità) è senza dubbio quello che riproduce l’effetto-movie. Due forme espressive mi hanno sempre appassionato fin da bambino: la scrittura e il cinema, sicché è stato per me quasi naturale fare dei tentativi per fondere le caratteristiche peculiari di entrambe le forme espressive, cercando di ricreare nell’una (la scrittura) le intime suggestioni dell’altra (l’arte cinematografica).
Qui intendo ovviamente far riferimento non alla redazione di una sceneggiatura, che è ovviamente altra cosa, bensì alla formazione di una forma ibridata di scrittura, una scrittura che schiaccia l’occhio al cinema (dunque il versante da esplorare rimane pur sempre quello della letteratura). È per questo che molti miei sforzi sperimentali si sono ultimamente rivolti al modo migliore per rendere la narrazione più dinamica e, appunto, cinematografica nella convinzione che la scrittura potesse giovarsene in immediatezza e potenza espressiva.
In questi anni di prove ho potuto così osservare che tra le tecniche più utili in questo senso si è rivelata, sotto il profilo squisitamente formale, innanzitutto quella che afferisce all’adozione di una punteggiatura più scarna, meno pilotante il lettore, in modo che la lettura, meno imbrigliata da segni di interpunzione, scorra via rapida e senza troppe pause. La punteggiatura ovviamente non deve mancare, pena una pericolosa anarchia in fase di lettura, sicché, proprio per questo, il suo utilizzo deve essere ancora più attento e oculato.
Il secondo stratagemma è di adottare frasi brevi evitando le subordinate e le paratassi e in genere i periodi lunghi che, se pur risultanti più armoniosi ed eleganti (se ben costruiti) tuttavia si risolvono nell’essere quasi sempre più lenti. Più la frase è leggera e semplice, più risulterà immediata e mobile.
La terza tecnica richiede, con l’utilizzo di una voce narrante in terza persona (in prima sarebbe, però, anche meglio, perché a effetto più ‘istantaneo’) di evitare i dialoghi diretti che, sebbene si dimostrino un accelerante del flusso narrativo, ne spezzano tuttavia il ritmo.
Il modo migliore per ottenere l’effetto-movie rimane comunque quello di ricorrere a frequenti e veloci descrizioni di quello che sta accadendo attorno all’azione nel momento stesso in cui la si sta narrando, in modo da ricreare nella mente del lettore continue e diversificate immagini mentali, oltre che precise e ben definite. È l’equivalente del disegnare uno storyboard che, come si sa, illustra la sceneggiatura per ciascuna inquadratura del set oggetto del film. Lo storyboard è costituito, infatti, dai disegni che specificano i movimenti della macchina da presa. Ancora più efficace, in via esemplificativa, è in verità lo story reel (o animatic) uno più avanzato storyboard montato in sequenza con una banda sonora provvisoria in sottofondo, che dà l’idea precisa dei tempi di azione.
Per ottenere un racconto che sembri, nel leggerlo, un cortometraggio occorre allora che, in luogo del tratteggio dello storyboard, si rappresentino il più fedelmente possibile i fotogrammi essenziali che lo compongono anche attraverso semplici ma efficaci flash descrittivi che siano sufficienti però a ricreare nella mente delle lettore, in rapida successione, immagini icastiche. È evidente che tali fotogrammi devono essere legati tra loro in modo fluido, come appunto in uno story reel, se non si vuole cadere nella trappola dell’artificio o della perdita di ritmo.
Un’altra tecnica utile è descrivere il narrato in ‘soggettiva’ adottando cioè quella visione particolare della scena che è l’ottica personale del personaggio principale mentre sta vivendo l’azione. Anche in questo caso la narrazione risulta in presa diretta con la stessa lettura e fa crescere la tensione e la cadenza del racconto man mano che si dipana sotto gli occhi del lettore. Non è necessario che tutto il narrato, breve o lungo che sia, adotti sempre questa particolare metodica (che è, per la verità, di non facile sostenibilità), basta piuttosto che il suo frequente ricorso imprima il movimento tipico delle telecamera.
Infine, l’effetto cinematografico, lo si può ottenere anche con cambi repentini di inquadratura. Campi lunghi, primi piani, piani americani, zoomate, non solo sui personaggi, ma anche sugli oggetti rilevanti per il racconto e, questo, in modo da ricreare il necessario movimento interno alla narrazione.
Occorre allenarsi per rendere efficace la propria capacità descrittiva riproducenti le ‘carrellate’ della telecamera. Il lettore deve infatti ‘sentire’ attraverso le parole espresse nelle frasi questi spostamenti della macchina da presa; solo così potrà subire tutto quel fascino che, seduto in un cinema, potrebbe assicuragli la visione di un film.
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A me piace partire in modo relativamente lento per poi accelerare bruscamente. Frasi appunto brevi, etc.
E’ il metodo che sto seguendo in “Matrioska”, una spy story a puntate.
Non per tirarmela, per carità, comunque l’inizio è stato pubblicato sul Corriere della Sera come miglior incipit di un romanzo inedito. Io devo molto a te, dato che ti seguo da 6 anni.
Tu sei molto brava di tuo, Alessandra, e non hai bisogno di nessun suggerimento. Garantito.
Sto leggendomi i dati della tua ultima pubblicazione che si sta rivelando molto stimolante per i neuroni.
Da giornalista avrei diverse domande da porti..e pure da “compulsiva” lettrice.
Spero di non tediarti se ti lascio un paio di link, rimanendo in tema di plot,riprese e sceneggiatura (www.chora.tv)
Un paio di nostri primi lavori
e
[youtube http://www.youtube.com/watch?v=ggQ1aaHecIY&w=560&h=315%5D
Peccato abitiamo distanti: mi piacerebbe creare qualcosa con te e con la telecamera di mio marito ( il montaggio pure è suo pascolo).
Ciao Briciola.
Ci siam incrociati in Splinder: come dimenticare il tuo nickname.:)
Sacrosanto , sottoscrivo: punteggiatura più scarna e frasi sobrie!
Mi fa piacere averti ritrovato